Ursula Bis per un’Europa senza Identità e senza politica estera

Con la vittoria di Donald Trump, anche nel voto popolare, riprende vigore la presunzione negli Stati Uniti dell’”eccezionalismo” che riguarderebbe la loro esperienza storica e il loro ruolo nel mondo, anche se il mondo è cambiato di molto e con i BRICS non sembra più disposto ad adeguarsi all’ordine voluto e perseguito da Washington. Per quanto riguarda la situazione interna la spaccatura culturale, civile e sociale non potrebbe essere più evidente con due Americhe anche territorialmente diverse e contrapposte ma questa volta è l’America profonda, bianca, fondamentalista, antiabortista e razzista a suonare la carica della riscossa e ad assediare le roccaforti democratiche e cosmopolite di New York e della California. L’ideologia del suprematismo bianco, dell’Uomo forte scelto e salvato da Dio, del Capo al di sopra della legge, ha fatto proseliti anche tra gli ispanici, i giovani immigrati e le donne oltre ad avere alleato un popolo di agricoltori e operai con i super ricchi e potenti alla Elon Musk.  A questo proposito Jeffrey Sachs, economista della Columbia University e consulente di diversi Presidenti, denuncia come ormai le campagne elettorali negli Stati Uniti dipendano sia per i candidati democratici che per i candidati repubblicani da giganteschi finanziamenti privati che snaturano il processo democratico, condizionano non solo il voto popolare ma le stesse posizioni dei candidati. Secondo Sachs queste ultime campagne presidenziali, che hanno visto contrapposto Donald Trump e Kamala Harris, hanno superato ogni limite sia da una parte che dall’altra.

Per quanto riguarda il ruolo internazionale degli Stati Uniti, non illudiamoci che Trump sia molto diverso da Biden, forse, auguriamoci, meglio per la fine del conflitto in Ucraina, ma è probabile addirittura peggio per la causa palestinese e peggio soprattutto per concezione della democrazia, diritti civili e diritti umani, emarginazione dell’ONU.  In realtà sia l’uno che l’altro hanno perseguito e perseguono l’ambizione egemonica degli Stati Uniti e l’insofferenza verso un mondo che tende ad essere multipolare e policentrico. Sia l’uno che l’altro hanno individuato e individuano nella Cina il vero concorrente e avversario degli Stati Uniti.  Sia l’uno che l’altro hanno sostenuto e promosso il primato statunitense per quanto riguarda il dominio tecnologico, la corsa al riarmo nucleare, la dottrina della Deterrenza Nucleare Estesa. Lo fanno in modo diverso e con accenti diversi ma l’unilateralismo geopolitico, più mascherato nell’uno e più gridato nell’altro, li accomuna.

Allora perché parlare di terremoto politico o di catastrofe geopolitica che cambia la struttura del mondo? Intanto perché l’elezione di Trump avviene per la seconda volta e segnala che la natura profonda e diffusa del suo consenso non è più un incidente di percorso o una anomalia passibile di essere riassorbita dentro la dialettica fisiologica che ha caratterizzato la democrazia americana in questi ultimi decenni di alternanza tra Presidenti del Partito repubblicano e Presidenti del Partito democratico. Il confronto politico negli Stati Uniti ha ormai assunto i caratteri di un conflitto ad alta tensione ideologica-religiosa che spacca la società e che ha già visto cambiare la natura del Partito repubblicano in senso populista ed eversivo e quella del Partito democratico entrare in una spirale di crisi senza fondo. In secondo luogo perché non solo l’influenza degli Stati Uniti sull’Europa e sul suo destino è decisiva dalla seconda Guerra Mondiale in poi ma perché questa volta i processi socio-culturali di fondo spingono a destra tanto la società statunitense che le società dell’Unione Europea in un ciclo regressivo della qualità delle nostre democrazie che potrebbe essere di lungo periodo. E addirittura caratterizzarsi come punto di rottura nella faticosa costruzione dell’integrazione politica dell’Unione Europea avviata, al contrario, ad una disarticolazione in Stati nazionali più chiusi, più gerarchizzati e diversamente subalterni e alleati agli Stati Uniti di Trump e alle sue politiche protezioniste.

La riconferma di Ursula Von der Leyen alla guida della Commissione Europea con una serie di alleanze variabili e più spostate a destra, con Giorgia Meloni a fare da ponte o da argine verso Orban, Le Pen e Alternative fur Deutschland, con i Popolari tornati unico perno dei nuovi equilibri europei e candidati a ritornare al governo nelle imminenti elezioni politiche anticipate in Germania, con il gruppo dei Socialisti e Democratici indeboliti ma ancora aggrappati ad un iperatlantismo bellicista che Trump sconvolgerà presto, ci racconta di una Unione Europea in crisi e senza una propria autonoma strategia di rilancio.

Il colpo di coda velenoso di Joe Biden

Il via libera a usare missili statunitensi a lungo raggio per colpire il territorio russo da parte di un Presidente non solo in scadenza ma il cui partito è stato battuto proprio alle elezioni presidenziali, la dice lunga su come Biden e il suo gruppo di potere si siano spinti avanti e si siano compromessi totalmente nella “guerra per procura” in Ucraina al punto di non sapersi fermare. Se fino a pochi giorni prima del voto l’Amministrazione Democratica alla Casa Bianca aveva predicato prudenza sull’uso dei missili Nato in territorio russo, escludendo esplicitamente gli ATACAMS di fabbricazione statunitense, cosa è cambiato in pochi giorni per compiere un atto ufficiale che determina un pericoloso salto di qualità nello scontro militare in atto? Certamente dare copertura politica esplicita a quelle forze politiche europee iperatlantiste continuamente sollecitate ad esporsi in Parlamento Europeo con apposite Risoluzioni in questa direzione, ad esempio il 19 settembre 2024 e il 27 novembre 2024 in occasione della elezione della nuova Commissione e dei nuovi Commissari, tra cui l’italiano Fitto.  Certamente adempiere ad una promessa fatta da Biden a Zelensky e rinviata nel tempo con l’illusione di vincere prima le elezioni presidenziali. Certamente mettere il subentrante Trump di fronte al fatto compiuto, anche se è difficile credere che un atto di tale gravità sia stato assunto da un Presidente uscente senza almeno informare il Presidente subentrante, il quale si potrebbe così presentare ai prossimi negoziati con Putin senza questa macchia.

La cosa più probabile è che la guerra in Ucraina sia arrivata a un punto tale di stress militare, economico e sociale – un milione di morti e feriti tra ucraini e russi – che o si avviano negoziati seri tra le parti con i compromessi inevitabili o si porta il conflitto ad un tale livello di scontro diretto e allargato che una delle parti riesce a conquistare l’intera posta in gioco, cioè la vittoria.

Putin lo ha capito e non solo ha sparato in campo un missile ipersonico di nuovo tipo – in grado di portare eventualmente testate nucleari plurime – ma ha annunciato di aver modificato i Protocolli di difesa della Russia per consentire l’uso di armi nucleari contro un’offensiva convenzionale nel caso sia allargata al supporto indispensabile di esperti militari Nato.

Mossa e contromossa che avvicinano pericolosamente il baratro nucleare e, nello stesso tempo, rendono più urgente la decisione di aprire un negoziato tra Stati Uniti e Russia, volente o nolente Zelenskj.  Donald Trump ha la fortuna di entrare in carica in un momento che vede la guerra in Ucraina trascinarsi da troppo tempo crudelmente e inutilmente ed esaurirsi le ragioni più pretestuose per continuarla sulla pelle degli ucraini da una parte e dall’altra.

Polonia e Paesi Baltici vorrebbero continuarla, così come il Primo Ministro britannico, il laburista Keir Starmer, che ha messo a disposizione dell’esercito ucraino i missili Storm Shadow per colpire in profondità la Russia. In questo in perfetta continuità con il conservatore Boris Johnson che tra la fine del marzo e l’inizio di aprile del 2022 fece ritirare a Zelensky la mediazione che stava concordando in Turchia con la controparte russa per fermare la guerra.

Adesso l’Ucraina è un Paese distrutto per almeno 1/5 e uno Stato “quasi” fallito. Oltre alle centinaia e migliaia di morti e feriti, mancano interi ranghi militari professionalmente preparati per continuare la guerra. Molti giovani sono obiettori, fuggono o vengono arrestati. Più di 6,5 milioni di ucraini sono espatriati all’estero come rifugiati.  Sono più di 4 milioni gli sfollati interni. Molte infrastrutture stradali, ferroviarie, energetiche distrutte o compromesse. Lo Stato sta in piedi solo grazie agli enormi finanziamenti che riceve, viste le perdite economiche registrate in agricoltura e nell’industria, viste le difficoltà logistiche per i prodotti da esportare, visto il deficit fiscale cresciuto di 5 volte (dati ISPI). Secondo i dati calcolati alla fine del 2023 dalla Banca Mondiale i fondi necessari per la ricostruzione dell’Ucraina ammonterebbero a 486 miliardi di dollari, ovviamente in aumento con il proseguimento della guerra.

Pax Americana secondo Donald Trump

In campagna elettorale Donald Trump si è impegnato con demagogica sicumera “a porre fine alla guerra in Ucraina in 24 ore”. Che la fine del conflitto o il suo congelamento possa essere il primo grande successo della sua Presidenza è possibile, sempre che da qui al 20 gennaio l’Amministrazione democratica uscente non giochi qualche altro brutto scherzo. Del resto da un accordo con la Russia chi ne uscirebbe indebolito non sono gli Stati Uniti ma l’Unione Europea con la sua mancanza di autonomia, con la sua subalternità a Washington qualunque sia il colore del Presidente al potere, con l’enorme peso dell’obbligo della ricostruzione di una Ucraina, o della parte rimanente, stremata, ferita e umiliata.

C’è di più: i nazionalismi in Europa possono acquistare ulteriore vigore se non addirittura più legittimazione le loro derive reazionarie e razziste a imitazione del “modello Trump”. Non va sottovalutato infatti il contagio del “potenziale reazionario” innescato dalla predicazione trumpiana nelle viscere profonde delle nostre società occidentali. Se ne avvantaggeranno ancora di più le Destre europee. Quello che sfugge a molti analisti è la corrente reazionaria che scorre nelle vene degli Stati Uniti, nei risorgenti nazionalismi europei, nella stessa Russia di Putin. Putin e Trump hanno la stessa mentalità da autocrate, certo in contesti diversi e in rappresentanza di interessi geopolitici contrapposti. Ma al fondo c’è un pensiero conservatore in salsa religiosa comune, una ostilità irriducibile verso comunismo e collettivismo, una idiosincrasia verso le forme complesse e bilanciate della democrazia, una insofferenza da patriarcato represso verso femminismo e diritti civili, una totale incomprensione dell’importanza della lotta ai cambiamenti climatici, una spiccata preferenza per le oligarchie e le tecnocrazie, la convinzione che la storia si fa con la forza e non con il diritto.

Per approfondire le convergenze “intellettuali, spirituali e morali” di certa nuova destra europea e destra russa si veda “Eurasia Vladimir Putin e la Grande Politica” a cura del francese Alain De Benoist e del russo Aleksandr Dugin. (Edizioni Controcorrente, Ristampa marzo 2022).

Tra le molte ragioni che militano a favore di un accordo tra Stati Uniti e Russia sulla partizione dell’Ucraina ce ne è una che riguarda i futuri equilibri mondiali, quello che una volta si chiamava il nuovo ordine internazionale: l’interesse strategico degli Stati Uniti a staccare la Russia da una possibile e stabile alleanza politico-militare con la Cina, alleanza organica che ancora non c’è. E’ la Cina il vero avversario non solo economico degli Stati Uniti nel prossimo decennio. E’ la Cina con la sua influenza in Asia, Africa e persino America Latina il “nemico” da ridimensionare se non da battere. Una Russia meno dipendente dalla Cina è funzionale al disegno egemonico che accomuna Trump con le posizioni più recenti degli stessi democratici Biden e Harris.  Rallentare se non bloccare il processo di dedollarizzazione avviato dai BRICS comporta per Trump contare intanto su India e Arabia Saudita ma in futuro sull’equidistanza che potrebbe essere recuperata dalla stessa Russia una volta riconosciuto il suo ruolo di potenza mondiale.

Non delegare a Trump la questione palestinese

Altra storia per il Medioriente e per l’esito del conflitto israelo-palestinese. Trump potrà tranquillamente proseguire e addirittura rafforzare la politica di Biden di totale e incondizionato sostegno al governo di Netanyahu senza la necessità di annunciare novità politiche significative per quanto riguarda il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese ad un proprio Stato. Anzi, qualche concessione tattica potrà venire proprio dal governo israeliano che, avendo ormai di fronte quattro anni di presidenza Trump e dunque un periodo lungo il quale poter regolare tutti i conti in sospeso con i nemici regionali, a cominciare dall’Iran, può concedersi qualche pausa dalla tentazione di realizzare la completa pulizia etnica a Gaza e di procedere nel disegno incompiuto del “Grande Israele” con l’annessione dei territori occupati. Il cessate il fuoco concordato per il Libano tra esercito israeliano ed Hezbollah su iniziativa, per una volta intelligente, di Joe Biden è una buona cosa ma non è detto che da entrambe le parti ci sia una reale volontà di consolidare la tregua. Per Netanyahu la tregua in Libano, dove al confine resiste la presenza internazionale dell’UNIFIL, è stata l’occasione per dimostrare buona volontà, accogliere la proposta di mediazione di Biden preso per mesi a pesci in faccia sull’altra tregua mancata a Gaza, tentare di uscire da un crescente isolamento internazionale anche dopo il mandato di cattura spiccato a suo carico dalla Corte Penale Internazionale. Ma Israele si riserva libertà di azione contro Hezbollah nel momento in cui la tregua fosse violata.

Ben altra difficoltà presenta la situazione sempre più drammatica a Gaza dove l’esercito israeliano continua a bombardare, distruggere, uccidere, affamare, spostare popolazione senza alcuna volontà di lasciare l’occupazione della striscia neanche in cambio degli ostaggi. E’in corso l’ennesimo tentativo di raggiungere il cessate il fuoco a Gaza promosso da Stati Uniti, Turchia, Egitto, Qatar ma il nodo da sciogliere è sempre lo stesso: Hamas deve consegnare tutti gli ostaggi ma in cambio Israele non vuole uscire completamente da Gaza per mantenere il controllo militare di alcune porzioni di territorio e di alcuni valichi in entrata e in uscita dalla striscia.  E’ solo una questione di sicurezza o c’è al fondo irrisolto il nodo gigantesco del destino di quella striscia di terra: Gaza resterà palestinese o la popolazione verrà cacciata altrove?

Purtroppo i Paesi dell’Unione Europea, Italia compresa, non hanno svolto in questi ultimi anni alcun ruolo positivo nei confronti della questione palestinese, l’hanno completamente lasciata nelle mani del governo israeliano nascondendosi dentro la retorica dell’unica democrazia in Medioriente. Peggio: hanno abbandonato il terreno degli sforzi multilaterali dell’ONU per appiattirsi sulle logiche di potenza degli Stati Uniti, il grande Protettore di Israele, e permettere di fatto la crescente occupazione delle terre palestinesi da parte dei coloni israeliani. Uno scandalo di tale enormità che non può essere sanato dal semplice, tardivo e doveroso pronunciamento a favore dei Due popoli e Due Stati.

Per fortuna non si sono ancora piegate alle logiche del più forte le Istituzioni internazionali create per promuovere e tutelare le ragioni del Diritto: la Corte  Penale Internazionale, che persegue le responsabilità individuali, ha spiccato mandati di cattura verso i principali esponenti di Hamas e del governo israeliano con precise e diversificate accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità;  mentre la Corte di Giustizia, che dirime controversie tra gli Stati , ha dichiarato illegale l’occupazione dei territori palestinesi. Invece di tenerne conto, Netanyahu ha accusato questi atti di antisemitismo seguito a ruota da Biden e dal suo gruppo di potere alla Casa Bianca che sta tristemente dimostrando il declino nella coscienza dei democratici americani dei fondamenti giuridici dello Stato di Diritto e la tremenda rimozione operata su quello che sta realmente accadendo al popolo palestinese: “genocidio” come ha avuto il coraggio di definirlo Amos Goldberg, docente di storia presso l’Università Ebraica di Gerusalemme.  E l’Italia? L’Italia si è distinta per la scelta più penosa e maldestra che si potesse immaginare, non sai se dettata più da ignoranza delle regole e del Diritto Internazionale o da eccesso di faziosità politica: il governo italiano ha voluto sottoporre l’iniziativa giudiziaria della Corte Penale Internazionale alla valutazione dei Ministri degli Esteri del G7 riunito a Fiuggi il 25 e 26 novembre nel tentativo, fallito, di delegittimarla.

In questo quadro di connivenze non meraviglia che alla Knesset, il Parlamento israeliano, la destra fondamentalista sia riuscita a far approvare un provvedimento che non solo accusa di terrorismo l’Agenzia dell’ONU UNRWA ma a partire da dicembre ne cancella ruolo e funzione storica di aiuto e sostegno ai milioni di profughi palestinesi assistiti dai tempi della Nakba, la loro cacciata dai territori che proprio l’ONU nella Partizione del 1947 attribuì al nascente Stato di Israele.

Non illudiamoci: Trump si farà carico della questione palestinese solo a partire dalle esigenze e convenienze dello Stato di Israele e del suo governo, riprendendo le intese con il maggior numero di Paesi Arabi avviate con gli accordi di Abramo.  In questo quadro al popolo palestinese viene assicurato al massimo il destino di un “Protettorato” sotto stretta vigilanza israeliana con la giustificazione di prepararlo ad un futuro autogoverno: insomma la replica di quello che è già stato provato negli ultimi 30 anni.  L’Europa saprà e vorrà strappare qualcosa di più serio e più giusto? Ad esempio riabilitando una soluzione multilaterale con garanzie internazionali dell’ONU perchè il nascente Stato palestinese sia davvero Stato e sia indipendente e non delegando di nuovo gli Stati Uniti come protettore dello Stato d’Israele protettore del “Protettorato”.

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