La coerenza di una vita politica
La storia repubblicana italiana è attraversata da figure che non si limitano a interpretare il proprio tempo, ma ne anticipano le contraddizioni più profonde, indicando percorsi che restano ancora oggi incompiuti. Pio La Torre appartiene a questa categoria: un dirigente politico capace di leggere la complessità dei rapporti tra potere economico, criminalità organizzata e scenari internazionali, costruendo una visione unitaria che teneva insieme giustizia sociale, legalità e pace.
Ridurne la memoria alla sola legge che porta il suo nome significa impoverire una traiettoria politica che, al contrario, si distingue per coerenza, profondità e capacità di connessione tra ambiti diversi.
Le radici: terra, diritti, dignità.
Pio La Torre nasce ad Altarello di Baida, borgata di Palermo, la vigilia di Natale del 1927. Cresce insieme ai suoi cinque fratelli in una famiglia di poveri contadini, in una casa modesta priva dei sevizi, acqua ed elettricità È dentro questa condizione di marginalità e fatica che matura la sua sensibilità verso le ingiustizie sociali.
Nel 1945 aderisce al Partito Comunista Italiano e contribuisce alla nascita di una sezione del partito nella sua borgata. La sua formazione politica non nasce nelle aule parlamentari, ma nelle campagne siciliane del dopoguerra, tra i braccianti, le lotte per la terra e le rivendicazioni dei contadini.
Gli anni tra il 1945 e il 1950 sono segnati dalla battaglia per l’applicazione dei decreti Gullo, che avrebbero dovuto garantire ai contadini maggiori diritti e l’assegnazione delle terre incolte. Ma la resistenza dei grandi proprietari terrieri e l’indebolimento di quelle norme alimentarono un vasto movimento di protesta.
La Torre, diventato dirigente della Federterra e poi responsabile giovanile della CGIL e del PCI, partecipa attivamente alle occupazioni delle terre. Nel luglio del 1949 prende parte al Consiglio federale del PCI che lancia lo slogan “La terra a tutti”, promuovendo il censimento delle terre incolte e la loro redistribuzione ai braccianti.
Quelle mobilitazioni non erano semplici vertenze sindacali. In Sicilia significavano entrare in conflitto con un sistema di potere fondato sull’alleanza tra latifondo, politica e mafia. La Torre comprende molto presto che la mafia non è soltanto criminalità organizzata, ma un dispositivo di controllo economico e sociale.
La sua intuizione è già chiara: la mafia si nutre della disuguaglianza e prospera dove i diritti vengono negati.
L’occupazione delle terre e il carcere
Il 13 novembre 1949 migliaia di contadini provenienti da diversi comuni siciliani si concentrano a Corleone per occupare le terre considerate incolte o mal coltivate. Partecipano quasi seimila persone. Tra i feudi occupati vi è anche quello di Strasatto, dove gabellotto era Luciano Liggio.
Dopo la strage di Melissa in Calabria, dove la repressione delle proteste contadine aveva provocato morti e feriti, il clima in Sicilia si fa ancora più teso. Il governo sceglie progressivamente la strada della repressione.
Il 10 marzo 1950, durante una nuova mobilitazione a Bisacquino per l’occupazione del feudo Santa Maria del Bosco, La Torre guida un corteo lungo chilometri. Alla fine della giornata la polizia interviene violentemente. Nascono scontri, vengono esplosi colpi d’arma da fuoco e molti contadini rimangono feriti.
Pio La Torre viene arrestato insieme ad altri braccianti con accuse rivelatesi poi infondate. Rimane incarcerato all’Ucciardone dall’11 marzo 1950 al 23 agosto 1951.
La detenzione segna profondamente la sua vita. Trascorre settimane in isolamento, vive il dolore della morte della madre e assiste da detenuto alla nascita del suo primo figlio, Filippo. Durante il carcere studia Gramsci, Lenin e Labriola, trasformando quel tempo di repressione in un periodo di formazione politica e culturale.
Già negli anni precedenti aveva subito le intimidazioni mafiose. Suo padre, preoccupato dalle minacce e dagli incendi alle proprietà familiari, gli aveva chiesto di scegliere tra la lotta politica e la sicurezza della famiglia. La Torre sceglie di continuare il proprio impegno.
Dalla Sicilia a Roma: una visione politica organica
Uscito dal carcere, torna immediatamente all’azione politica e sindacale. Nel 1952 assume incarichi nella Camera confederale del lavoro e organizza in Sicilia la raccolta di firme per l’Appello di Stoccolma contro le armi atomiche.
Nello stesso anno viene eletto consigliere comunale a Palermo, incarico che manterrà fino al 1966. Nel 1959 diventa segretario regionale della CGIL e successivamente segretario regionale del PCI siciliano.
Nel 1963 entra all’Assemblea Regionale Siciliana e nel 1969 viene chiamato a Roma nella direzione nazionale del PCI.
Dal 1972 sarà parlamentare per tre legislature, facendo parte della Commissione Bilancio, della Commissione Agricoltura e soprattutto della Commissione parlamentare antimafia.
È qui che emerge con forza la sua capacità di leggere il fenomeno mafioso in maniera moderna e sistemica.
Per La Torre, la mafia non può essere affrontata come una semplice emergenza criminale. È un sistema di potere che intreccia economia, politica, appalti, finanza e consenso sociale.
La sua esperienza personale nelle campagne siciliane gli aveva fatto conoscere la mafia del latifondo; negli anni successivi analizza la trasformazione della mafia urbana legata alla speculazione edilizia del “Sacco di Palermo” e successivamente quella imprenditoriale e finanziaria collegata al traffico internazionale di droga.
Insieme al giudice Cesare Terranova redige nel 1976 la relazione di minoranza della Commissione Antimafia, nella quale denuncia apertamente i legami tra mafia e politica, indicando anche precise responsabilità nella Democrazia Cristiana siciliana.
Celebre resta la sua definizione della mafia come “fenomeno delle classi dirigenti”, una lettura che rompe definitivamente l’idea della mafia come semplice devianza sociale.
La legge Rognoni-La Torre: colpire il cuore del potere mafioso
La proposta di legge che porta il suo nome nasce proprio da questa consapevolezza.
Fino ad allora l’ordinamento italiano non riconosceva il reato di associazione mafiosa: si perseguivano i singoli delitti, ma non l’organizzazione in quanto tale.
La Torre propone l’introduzione dell’articolo 416-bis del codice penale, che definisce l’associazione mafiosa come struttura fondata sull’intimidazione, l’omertà e il controllo del territorio.
Ma l’intuizione più rivoluzionaria riguarda la confisca dei beni. La Torre comprende che la mafia è soprattutto potere economico. Senza colpire patrimoni, proprietà e ricchezze accumulate illegalmente, ogni repressione sarebbe rimasta parziale.
Colpire i beni mafiosi significava non soltanto sottrarre risorse economiche, ma spezzare il consenso costruito sul prestigio sociale della ricchezza.
Oggi il riutilizzo sociale dei beni confiscati rappresenta una delle eredità più vive della sua intuizione politica: trasformare strumenti di dominio in occasioni di riscatto collettivo.
Il ritorno in Sicilia e l’ultima battaglia
Nel 1981 Pio La Torre decide di tornare in Sicilia per assumere la guida regionale del PCI in un momento drammatico della storia siciliana.
La mafia ha intensificato la propria strategia di violenza contro magistrati, uomini delle istituzioni e rappresentanti politici impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata.
Negli anni immediatamente precedenti erano stati assassinati il giudice Cesare Terranova, il procuratore Gaetano Costa e il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella.
È in questo clima che La Torre intraprende la sua ultima grande battaglia politica: l’opposizione all’installazione dei missili nucleari Cruise nella base NATO di Comiso.
Il pacifismo come scelta politica
All’inizio degli anni Ottanta, nel pieno della Guerra Fredda, il governo italiano annuncia l’accordo con la NATO per l’installazione degli euromissili nucleari in Sicilia.
La Torre comprende immediatamente la portata di quella decisione: non soltanto un rischio militare, ma una trasformazione profonda del ruolo geopolitico della Sicilia. Per lui l’isola rischiava di diventare un avamposto di guerra nel Mediterraneo.
Costruisce così un vasto movimento pacifista che coinvolge cittadini, amministrazioni locali, associazioni, intellettuali, sindacati e realtà religiose.
Dal Circolo della Stampa di Palermo, il 16 aprile 1982, lancia una petizione nazionale con l’obiettivo di raccogliere un milione di firme contro i missili. La manifestazione dell’11 ottobre 1981 a Comiso diventa uno dei momenti più significativi del movimento pacifista italiano.

Il suo pacifismo non è astratto né ideologico. È profondamente legato alla difesa dei territori e delle comunità.
Per La Torre esiste una connessione diretta tra guerra, concentrazione del potere e sopraffazione. In questo senso, la lotta contro la mafia e quella contro la militarizzazione appartengono alla stessa visione politica.
Mafia e guerra: un’unica chiave di lettura
Uno degli aspetti più moderni del pensiero di La Torre è proprio la capacità di mettere in relazione fenomeni apparentemente distinti.
La mafia accumula ricchezza e potere attraverso la violenza e il controllo del territorio. La guerra, su scala internazionale, risponde spesso a logiche simili di dominio e subordinazione.
In entrambi i casi, le vittime principali sono le comunità più fragili. Per questo La Torre rifiuta ogni separazione tra le due battaglie. Legalità, giustizia sociale e pace sono parti di un unico progetto politico.
L’assassinio
La mattina del 30 aprile 1982 Pio La Torre sta raggiungendo la sede del partito a Palermo insieme al collaboratore, amico e compagno di partito, Rosario Di Salvo. In via Li Muli la loro auto viene affiancata da motociclette con uomini armati che aprono il fuoco.
La Torre muore sul colpo. Rosario Di Salvo tenta disperatamente una reazione armata prima di essere ucciso.
Le successive sentenze individueranno mandanti ed esecutori dell’omicidio all’interno dei vertici di Cosa Nostra.
Il delitto viene riconosciuto come una risposta diretta all’impegno antimafia di La Torre e alla sua capacità di colpire gli interessi economici e politici dell’organizzazione mafiosa. Pochi mesi dopo il suo assassinio, il Parlamento approverà la legge Rognoni-La Torre. È una vittoria segnata tragicamente dal sacrificio.
Una lezione ancora attuale
A distanza di oltre quarant’anni, la figura di Pio La Torre conserva una straordinaria attualità.
Le mafie oggi sono meno visibili ma più pervasive: si infiltrano nella finanza globale, nei mercati internazionali, negli appalti pubblici e nelle economie digitali.
Il principio di colpire i patrimoni mafiosi resta uno degli strumenti più efficaci di contrasto.
Allo stesso tempo, il ritorno della guerra come strumento di regolazione dei conflitti internazionali rende ancora più urgente una riflessione sul disarmo, sulla pace e sul ruolo del Mediterraneo.
La Torre ci lascia una lezione rigorosa: non si può combattere la mafia senza ridurre le disuguaglianze sociali. Non si può costruire la pace senza mettere in discussione i rapporti di potere.
Memoria e responsabilità
Ricordare Pio La Torre significa assumersi una responsabilità. Non basta celebrarne il coraggio. Occorre restituire complessità alla sua figura: il sindacalista, il dirigente politico, il parlamentare, il teorico dell’antimafia moderna, il pacifista.
Ma soprattutto occorre riconoscere la coerenza di un uomo che non separò mai le battaglie. In un tempo segnato da frammentazione e semplificazione, la sua vita continua a suggerire la necessità di ricostruire connessioni.
Perché, come dimostra la sua storia, la giustizia non può essere parziale. E la libertà, se è autentica, non può escludere nessuno.








