La riforma della giustizia la vuole il popolo, hanno ripetuto per mesi Carlo Nordio e Giorgia Meloni, alludendo non agli uffici giudiziari dissestati, alle carenze degli organici dei magistrati e dei cancellieri, alla lunghezza dei processi, cose alle quali la generalità dei cittadini, il popolo appunto, vorrebbe che si ponesse rimedio. Alludevano invece a una modifica della Costituzione che, insieme alla distinzione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, preveda di conseguenza non uno ma due consigli superiori della magistratura, con composizione rinnovata rispetto all’attuale equilibrata previsione, e un’Alta corte di giustizia per gli interventi disciplinari, nonché la scelta per sorteggio dei componenti di tali organismi. Una scomposizione radicale, dunque, degli assetti previsti dal Costituente del 1946.
La consultazione referendaria è andata come è andata. Viene ora da chiedersi: davvero il popolo voleva questo? O era solo un obiettivo politico delle destre, finalizzato a una riduzione dei controlli sul potere politico?
La risposta l’hanno già data in tanti, in forme diverse.
Intanto l’ha data proprio il popolo, in pieno disaccordo con Nordio e Meloni, attraverso l’esito della consultazione. A coloro che da sempre lamentano l’esistenza delle “correnti” di magistrati, e che da qualche tempo avevano messo fra gli obiettivi da raggiungere non tanto una separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri che nei fatti già c’è (si contano sulle dita di una mano gli spostamenti, ogni anno, da una funzione a un’altra, resi difficili da specifiche norme: nel 2024 su 8.817 magistrati in servizio i passaggi di funzione sono stati 42), bensì un consiglio superiore dei pubblici ministeri facilmente condizionabile in considerazione delle proprie esigenze, la risposta popolare è stata chiara. Con il 53,56% dei no la proposta del governo e dei partiti che l’hanno sostenuta è stata bocciata.
Vi sono poi stati i commenti dei giorni successivi alla consultazione. A parte l’amara e sbrigativa dichiarazione della premier Giorgia Meloni “rispettiamo l’esito del voto, è stata un’occasione perduta”, non vi è stato nell’intero schieramento della destra al governo alcun tentativo di analisi del risultato della consultazione. Eppure, per dirne una, la fascia dell’elettorato compresa fra i 18 e i 34 anni ha rifiutato perentoriamente con un’altissima percentuale di no la proposta del governo: un dato che, evidentemente, merita un’attenzione che a destra non c’è stata. La verticalizzazione del potere con annessa riduzione dei controlli era solo frutto di fantasie, come diceva con tranquilla aria salottiera il ministro della giustizia? O, addirittura, di una misura ancora insufficiente rispetto agli obiettivi governativi? Questo dubbio attraversava la maggioranza, ancora in attesa di una valanga di sì, se è vero che un sottosegretario alla giustizia, Andrea Delmastro, autorevole esponente di Fratelli d’Italia, prima di incappare in una inchiesta giudiziaria subito dopo il voto, ha definito l’operazione governativa sul pubblico ministero “un errore strategico”, che non risolve davvero i problemi. Infatti, a suo giudizio, il Pm, “con un suo Csm che gli garantirà sostanzialmente tutti i privilegi, ancor prima di divorare i politici andrà a divorare i giudici”. Aggiungeva Delmastro. “O si va fino in fondo e si porta il pm sotto l’esecutivo, come avviene in tanti paesi, oppure gli si toglie il potere di impulso alle indagini”. Ecco il disegno che Nordio e Meloni, con la copertura di Andrea Delmastro, avevano in testa. E che il popolo italiano ha sventato.
Ma c’è anche chi, più realista, forse prevedendo l’esito del referendum, ha auspicato l’istituzione di un “tavolo di confronto preventivo” fra Corte di cassazione e governo per individuare linee comuni per la tutela di determinati interessi. Che dire? Il tema viene proposto in termini più civili di quelli normalmente utilizzati dalla Presidente del consiglio e dal ministro della giustizia, ma la sostanza non cambia. Il controllo di legalità è evidentemente troppo pesante per alcuni soggetti, o troppo pericoloso per alcuni interessi. Insomma, per chi vuol difendere la Costituzione ci sarà ancora molto da fare.









