La propaganda xenofoba che insiste sul fattore immigrazione riesce a generare risultati efficaci e immediatamente redditizi, anche quando le politiche migratorie vengono mal gestite da chi le strumentalizza, adottando peraltro proposte costose, raffazzonate, inefficaci e palesemente disfunzionali.

Possiamo chiederci il perché, anche se la risposta è ovvia.

L’immigrazione è la pietra filosofale delle destre internazionali. Trasforma la bile in voti.

Per contro, la risposta del mondo “progressista” alla propaganda xenofoba è inefficace e confusa. Solitamente, oscilla tra il belato buonista (poverini…), il funzionalismo produttivista (servono per le nostre aziende e per curare gli anziani) e considerazioni sconclusionate sull’inverno demografico (l’aumento dell’età media della popolazione). Tutte motivazioni che non scalfiscono la dura e pragmatica propaganda reazionaria, molto più efficace e immediata nell’agitare gli incubi collettivi, che utilizza il timore dello straniero come condimento per operazioni spesso complesse e mirate a potenziare la spinta verso la trasformazione delle nostre fragili istituzioni democratiche in democrature sempre più autoritarie.

Possiamo apprezzare, per esempio, come il salto di qualità nel tentativo di ridurre l’autonomia della magistratura sia passata dall’attacco ai PM, colpevoli di indagare il politico di turno, ai magistrati giudicanti. Quest’ultimo passaggio è stato pianificato e condotto mediante un attacco frontale ai giudici che non permettono al Governo di violare leggi nazionali, trattati internazionali e dispositivi della Corte di Giustizia Europea. Il casus belli scelto, non a caso, si poggia sul tema del controllo delle frontiere. Il consenso è assicurato.

Oppure possiamo constatare come il tema dell’insicurezza nelle nostre città sia sempre rilanciato come questione collegata alla presenza di “stranieri”, che rendono insicure le nostre strade e le nostre case. Questi alieni, a cui la sinistra e le sue propaggini (Caritas, ONG, giudici più o meno comunisti) permettono di insinuarsi nelle nostre periferie, meritano una risposta forte e articolata, ci raccontano. I DDL sicurezza, che rispondono a questo diffuso sentimento popolare, vengono accolti con sollievo proprio laddove un tempo venivano rifiutati categoricamente da chi, più debole socialmente, sapeva che la libertà di manifestare è la garanzia per poter rivendicare il diritto a condizioni di vita migliori. Anzi. La destra riesce a completare la quadratura del cerchio con una argomentazione che stupra efficacemente le fondamenta della proposta politica delle sinistre: noi, dicono, difendiamo le periferie dal buonismo interessato dei ricchi delle ZTL. Un capolavoro.

La propaganda razzista alimentata per anni viene messa alla prova solo dalla necessità a cui le destre ed il blocco di interessi che rappresentano devono comunque rispondere. Ovvero garantire un flusso costante e corposo di nuovi schiavi e schiave, funzionali alle esigenze iperliberiste ed in grado di alimentare il sottobosco dei lavori cosiddetti delle 5 P: pesanti, pericolosi, precari, poco pagati, penalizzati socialmente (Ambrosini 2011). Quindi, il tema diventa come fare a “farne entrare” sempre di più, comunicando all’opinione pubblica che gli immigrati li vogliono i preti, i comunisti ed i magistrati. Come al solito, ci riescono benissimo.

Certo, tocca nascondere il più possibile che, durante i governi di destra, il numero di migranti ammessi a contribuire al sottobosco dello sfruttamento (da quello lavorativo a quello che alimenta il mercato dei consumi poveri, tipo l’affitto di topaie a prezzi stratosferici) viene costantemente alimentato.

Si pensi alla più grande sanatoria della storia della Repubblica risalente alla legge 30 luglio 2002, n. 189, cosiddetta Bossi-Fini, che varò una sanatoria per oltre 700.000 persone irregolari. Oppure ai decreti flussi varati tra il 2009 ed il 2011 dal Ministro dell’Interno Maroni, numero due della Lega (allora Nord o per l’indipendenza della Padania) che ha fatto della propaganda xenofoba il core business per le proprie imprese elettorali. Mentre le nostre imprese mettevano milioni di lavoratori in cassa integrazione e l’indice di disoccupazione cominciava seriamente ad impennarsi, il governo di centro destra promuoveva, nell’aprile 2009, il decreto flussi 2009 – 80.000 ingressi di lavoratori extracomunitari e all’inizio del 2011, autorizzava, grazie al decreto flussi normato dal DPCM 30/11/2010, 104.000 ingressi di lavoratori immigrati, con giubilo di Confindustria, che insistentemente reclamava tale provvedimento, nonostante la massiccia presenza, in quegli anni, di lavoratori e lavoratici, immigrati e autoctoni, disoccupati. La richiesta serviva, palesemente, ad allungare la coda di disperati davanti ai cancelli delle aziende, alimentando il famoso “esercito industriale di riserva” di marxiana memoria.

 

Sempre al Ministro dell’Interno della Lega si deve la Legge 3 Agosto 2009, n. 102 (provvedimento per l’Emersione del lavoro irregolare di colf e badanti   circolare n. 10/2009, a firma congiunta Ministeri Interno (Roberto Maroni, Lega Nord) e Ministero del Lavoro, Salute e Politiche Sociali (Maurizio Sacconi, PDL) del 7 agosto 2009. Con questo provvedimento oltre 300.000 persone di origine straniera venivano “sanate”, con grande giovamento per le casse dello stato sotto il governo Berlusconiano.

Una tendenza, questa, confermata pienamente dal Governo Meloni con il Decreto flussi 2023-25, che ha previsto l’ingresso 136.000 lavoratori e lavoratrici stranieri/e per l’anno 2023, di 151.000 per l’anno 2024, 165.000 per l’anno 2025, per un totale di 450.000 persone.

Numeri importanti, se si pensa che, solo sommando i “numeri” di questi 4 provvedimenti varati dai governi di destra, si arriva alla considerevole cifra di 1.600.000 migranti ammessi o regolarizzati nel belpaese, quasi la metà del totale di cittadini non comunitari regolarmente presenti in Italia al 1° gennaio 2023, (3.700.000 circa) ovvero un terzo dei circa 5.000.000( 5 milioni ) di cittadini stranieri, comunitari e non comunitari, che rappresentano l’8,7% del totale dei residenti

A parti inverse, ça va sans dire, avremmo i fascioleghisti sulle barricate, ululando all’invasione. Avete udito qualche sparuta voce, nel campo “progressista”, capace di rilevare almeno l’incongruenza tra la propaganda antiimmigrati e la pratica dei governi di destra? O di ricordare che, solo nel 2018, alla Ministra dell’Agricoltura Bellanova (Governo Gentiloni), che chiedeva un decreto flussi per 15.000 lavoratori stranieri, la Lega, con Centinaio, rispondeva abbaiando “prima gli italiani” e “basta con l’invasione di stranieri”?

Insomma. Tra politically correct, incapacità di individuare una risposta efficace dal punto di vista comunicativo, timidezza nell’affrontare di petto la questione, accuse di rossobrunismo ogni qual volta si tenta di promuovere una lettura critica del fattore immigrazione, il variegato mondo non di destra annaspa nel rispondere efficacemente alla propaganda xenofoba delle destre e ne garantisce una infinita rendita di posizione. Spesso, si evita anche accuratamente di discuterne o semplicemente di parlarne mentre, almeno su questo, sarebbe quanto mai opportuno individuare un ventaglio di argomenti, rigorosamente tarati sulla capacità di lettura del pubblico più o meno votante, per comunicare almeno che l’internazionale reazionaria, su questi temi, “ciurla nel manico”.

Sul fronte interno, con le consuete e sempre efficaci politiche del “divide et impera”, le destre hanno efficacemente scatenato la lotta per il penultimo posto. La Lega (nonpiunord) ha promosso persino il recupero delle popolazioni meridionali, dopo averle insultate per un trentennio, contrapponendole ai “nuovi ultimi”. Le ingiurie affibbiate ai meridionali sono rimaste tali e quali, semplicemente sostituendo, peraltro con poca fantasia e grande efficacia, il terrone con l’immigrato.

D’improvviso, chi dei poveri (diventati rigorosamente “nostri”, tipo marchio DOP) non si è mai preoccupato, individuandoli tutt’al più come falliti, incapaci, smidollati quando non parassiti della società, ora si angoscia per loro, ma solo per contrapporli a gente ancora più disperata. E come i capponi di Lorenzo Tramaglino, che si beccano tra loro “come sono soliti fare i compagni di sventura”, molti “proletari” hanno scordato la lezione che i deboli vincono solo se si uniscono, e non se lottano tra loro per le briciole che cadono dal tavolo del ricco Epulone. Alla fine della fiera, come era prevedibile, la posizione nei confronti dei poveri, da parte delle destre, rimane la stessa, con la differenza che ora ci speculano due volte.

Il tallone di Achille degli scompaginati progressisti planetari, quindi, garantisce immensi profitti culturali e politici ai suoi avversari. E, ciò nonostante, il dibattito su come rispondere a questa formidabile rendita di posizione è sostanzialmente nullo.

Sembra che nemmeno ci si accorga che la destra capitalizza, grazie ad una immigrazione (necessariamente) crescente, tre ottimi e devastanti risultati.

  1. Permette di spaccare i ceti popolari, alle prese con crescenti difficoltà ed un welfare sempre più carente, tra ultimi e penultimi. Il ‘forestiero’ garantisce che la lotta di classe venga sostituita dalla guerra tra poveri. Non importa se siano ebrei, terroni o negri. Basta che siano identificabili come la causa di tutti i mali. La minestra è la solita, anche se sono cambiati gli ingredienti. “Un buon capro espiatorio vale quasi quanto una soluzione”, diceva Arthur Bloch.
  2. Riesce efficacemente a reindirizzare le lamentele per la carenza progressiva di assistenza sanitaria, di abitazioni popolari, di posti negli asili nido e di servizi sociali. Veicolandole verso gli ultimi arrivati. Se mancano gli ammortizzatori sociali e i servizi pubblici, non è colpa di una sempre più iniqua distribuzione delle ricchezze, del capitalismo finanziario sempre più dominato dagli interessi di multinazionali delle armi, banche, compagnie energetiche o farmaceutiche. Ma degli ultimi poveracci da poco arrivati nel nostro Paese, che aumentano la pletora di coloro che cercano di sopravvivere mettendo insieme il pranzo con la cena. Non serve lottare per avere servizi migliori. Ci si sazia covando rancore nei loro confronti. Per un governo che punta a ridurre la spesa sociale ed aumentare le risorse per impresa ed armi, “whath else”?
  3. Risponde alla pretesa sia di imprenditori che di “prenditori” di avere una sufficiente disponibilità di lavoratori/schiavi con i quali alimentare le proprie attività: Ed un nutrito “esercito industriale di riserva”; utile, anche, a ricordare a chi non è abbastanza flessibile sul posto di lavoro che ce ne sono altri 10 con cui può essere sostituito fuori dal cancello dell’azienda, anche se in questo periodo queste politiche hanno creato una consistente carenza di manodopera, sia pure minimamente qualificata. Il sottobosco del subappalto, ora rinforzato e protetto dal nuovo codice degli appalti varato dal “capo dei furbetti”, ha sempre bisogno di carne fresca da macellare. In questo senso, il fattore immigrazione si può associare ben di più al governo dello sfruttamento internazionale della manodopera piuttosto che al rinforzo processi di manovalanza criminale, anche se tra le due questioni ci sono sensibili sovrapposizioni. Anche spacciare, per le mafie internazionali, è un lavoro. E gli ultimi arrivati lo fanno a costi inferiori, garantendo la sostituzione di chi è stato arrestato od espulso o è riuscito ad affrancarsi dalla manovalanza criminale, magari dopo aver ottenuto una qualche regolarizzazione che gli ha consentito una scelta differente.

Inadeguata la risposta del mondo progressista

Come abbiamo già fatto notare poc’anzi, la risposta del mondo “progressista” a tutto ciò si limita alla giustificazione e sostegno ad una inclusione predatoria, che velocizza di fatto la sottrazione dei diritti residuali di lavoratrici e lavoratori e che si propone con uno sguardo benevolo e acritico sull’ingresso di migranti per garantire la manodopera che non c’è; finendo con il risultare complice, agli occhi dei ceti popolari, delle peggiori realtà imprenditoriali che sfruttano questa comoda situazione ed alimentando così la propria distruzione grazie alla efficace propaganda populista e di destra.

Quelle imprese che, nei decenni scorsi, hanno investito sulla delocalizzazione dei processi produttivi, regalando know-how preziosi a quella concorrenza che, oggi, si tenta di battere con i dazi (alla faccia del libero mercato come supremo regolatore dell’efficienza produttiva e di strumento per massimizzare il progresso collettivo), ora prediligono l’importazione di manodopera sfruttabile, ricattabile ed a basso costo. E mantenuta in situazione di precarietà.

Non manca la parte sadica del percorso, utilizzando, spesso, lo strumento aziendale cooperativo per favorire processi selvaggi di esternalizzazione della manodopera a basso costo. Il sogno di una forma di impresa diversa, democratica, non lucrativa, orizzontale, stuprata per farla diventare comodo strumento del peggiore sfruttamento.

Il capitalismo di piattaforma, la GiG economy, offrono guadagni rapidi anche a chi soffre un basso livello di integrazione, velocizza il collocamento dei migranti e ne diventa parte strutturale. Finendo con l’essere accolto, almeno temporaneamente, in modo favorevole anche ai lavoratori ed alle lavoratrici “low skill & low profile”, che hanno necessità di mandare i soldi alle famiglie, pagare il viaggio e sopravvivere in una società costosa dove un posto letto, una dichiarazione di ospitalità, una residenza vengono venduti a peso d’oro. Garantendo peraltro la riproduzione dei processi di sfruttamento e caporalato anche tra migranti, che replicano in sedicesimo i percorsi che, con guadagni ben diversi, garantiscono ottimi profitti alle piattaforme ed ai prenditori che campano sullo sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici più deboli.

Non ci stupiamo, quindi, che il Ministro Salvini sia disposto a rischiare una condanna pesante, tenendo a bagnomaria un manipolo di poveracci malconci, raccontando la panzana colossale che in questo modo si difendono i confini ed ergendosi ad eroe impegnato a difendere la Patria. Molto più efficace che “pulirsi il deretano ( volgarità  non nostra) con il Tricolore”. In sostanza: se gli immigrati non ci fossero, dovrebbero inventarseli.

Appurato quindi (almeno spero) come le destre siano interessate ad un’immigrazione cospicua, sregolata e caotica, che alimentano quando sono al governo per rinfacciarla quando sono all’opposizione, resta da affrontare il tema più complesso, che riguarda quali dovrebbero essere le risposte delle componenti culturali, politiche e sociali che subiscono e soffrono le strumentalizzazioni sui migranti.

Anche senza scomodare Lenin ed il suo “Che fare”, è chiaro che il tema è questo.

E bisogna affrontarlo avendo ben chiaro il focus.

Allora che fare?

Posto che diamo per scontato, almeno a sinistra, che tutti e tutte siamo contrari a lasciare annegare le persone in mare per raccattare qualche voto, che stiamo e staremo sempre con le persone più deboli ed in difficoltà, che non ci interessano provvedimenti meramente securitari ma ci preoccupiamo di favorire percorsi di inclusione e co-costruzione sociale, che siamo radicalmente contrari a continuare a permettere la proliferazione di percorsi di mero sfruttamento lavorativo… tutto ciò premesso, bisogna riflettere su quali modalità comunicative, quali percorsi politici e culturali, quali provvedimenti normativi sostenere e favorire per recuperare la frattura sociale ben costruita dalle destre e per tornare a ricostruire un dialogo nelle periferie e tra i ceti socialmente più in difficoltà. Evitando snobismi e perseguendo con determinazione un dialogo ed una modalità di confronto che effettivamente sia comprensibile anche a chi non ha un paio di master.

– Per cominciare, a mio modesto parere, è necessario decostruire la narrazione trentennale della destra, dimostrando tutte le contraddizioni che puntualmente dimostrano quando sono al governo e ridicolizzandone l’esito.

Va considerato che, quando propagandano e sbandierano ai 4 venti misure coercitive, contrarie alle vigenti normative, costruite su costosissimi palcoscenici come quello albanese, solitamente lo fanno a puro scopo dimostrativo. Confidando nella pronta replica del mondo cattolico e delle sinistre.

Quando promettono il raddoppio dei CPR, sapendo che si tratta di imprigionare, senza processo e, spesso, con modalità contrarie alla legge, qualche centinaio di migranti mentre ne sbarcano almeno il doppio in pochi giorni, non vogliono tentare, a loro modo, di risolvere una criticità. Vogliono fare propaganda. Vogliono dimostrare che fanno “qualcosa” contro quella che hanno spacciato per una “invasione”, mentre i compagni, la Caritas ed i magistrati tentano di impedirglielo.

Nel contempo, varano sanatorie e decreti flussi per far rientrare dalla finestra, magari decuplicati, quelli che hanno sbandierato di aver fatto uscire dalla porta.

Dalla soluzione blocchi navali, improcrastinabile e di grande efficacia, che la Meloni declamava sulle pubbliche piazze e che prometteva avrebbe sigillato i confini della nazione, passando per il bluff dei CPR, il teatrino albanese e il megalodontico decreto flussi 2023 – 2025, non è difficile dimostrare che il “panzanario” delle bufale sui migranti è di nuovo pieno.

Il mondo progressista dovrebbe, probabilmente, riflettere sul valore provocatorio di questi provvedimenti e reagire con ironico disprezzo verso chi promuove non una riduzione della presenza di migranti, bensì la loro ricattabilità e precarietà per renderli ancora più vulnerabili nel rapporto con gli amici prenditori. Bisogna riuscire a costringere le destre a gettare la maschera sul tema migranti, lasciarli con il cerino in mano a rispondere di una retorica anti-immigrati ed una pratica che cerca di aumentarne, a contrario, il numero ed i processi di sfruttamento del lavoro dei migranti.

Le reazioni alle provocazioni della destra non dovrebbero mai essere troppo serie. Quando i fascioleghisti parlano di migranti, bisogna pensare, con Flaiano, che “la situazione è grave, ma non è seria”. A inizio novembre, il capogruppo alla Camera di FdI si vantava sui Tg nazionali che “questo governo” aveva dimezzatogli arrivi rispetto all’anno precedente. Anno in cui governavano sempre loro. Riportando nel 2024 il numero dei richiedenti asilo sbarcati ai livelli di quando governava la Ministra Lamorgese, che la Lega, nel 2021, riteneva incapace a contrastare l’immigrazione clandestina e gli sbarchi. Oppure si pensi al provvedimento draconiano partorito con il decreto sicurezza con la norma anti-telefonini, in cui si sanciva categoricamente che la SIM è preclusa ai migranti che non hanno ancora ottenuto il permesso provvisorio o almeno l’attestato nominativo, che viene rilasciato immediatamente dopo la richiesta asilo e l’identificazione mediante fotosegnalamento. Terribile. Peccato che sia così da sempre. Senza presentare un documento, la SIM non la compri ufficialmente. Non è un grosso problema, visto che il mercato delle SIM “second life” è assai florido e remunerativo.

Garantire il voto, almeno amministrativo a chi paga le tasse in Italia dovrebbe essere una priorità per i possibili futuri governi del fronte progressista. Prima dell’ingresso nell’Unione della Romania, la Lega (ancora nord) abbaiava ai cittadini dell’est con i soliti argomenti. Ora che votano, sono tanti e tante e, in alcuni Comuni, possono spostare gli equilibri elettorali, la propaganda contro il romeno – rom si è dissolta come neve al sole. Insultare i cittadini immigrati e poi chiederne il voto, è un’azione un po’ complessa. Per carità, visto com’è andata con i meridionali, non ci si può stupire di nulla. Ma sicuramente, sul fronte cittadini dell’est, gli emuli di Selfini adesso tacciono.

La normativa sul lavoro nero, la tolleranza anche nei confronti del precariato più estremo deve finire. E le organizzazioni sindacali dovrebbero porre al centro della loro attenzione il recupero della ricerca di unità fra lavoratori. Ricordando e rileggendo le politiche sindacali degli anni ’60 a Torino, dove gli immigrati meridionali venivano inclusi e coinvolti da subito nei percorsi sindacali. E ricordando a tutti e tutte che solo con l’unità tra lavoratori e lavoratrici si possono tentare lotte efficaci. Per fare questo, bisognerà aumentare sensibilmente il numero di delegati sindacali e funzionari di origine straniera, affinchè possano dialogare con i propri connazionali anche quando, spesso, si confrontano con lavoratori che presentano i tratti del sottoproletariato.

– Bisogna pretendere che il mondo della cosiddetta accoglienza rispetti standard qualitativi e risponda di adeguati controlli che registrino la correttezza dell’operato degli Enti chiamati a rispondere alle richieste delle Prefetture italiane. Non è possibile che i servizi di accoglienza vengano abbandonati a se stessi, senza verifiche sulla qualità del servizio (a parte qualche sporadico controllo effettuato dai pochissimi funzionari prefettizi che se ne occupano). Servizi cenerentola, anche nella qualità delle rispose, dei servizi sociali. Non è possibile costatare che personaggi, organizzazioni, sedicenti cooperative sociali che vantano rinvii a giudizio, condanne o anche solo semplici richiami, sembrino immuni dalla giustizia del paese. Né è corretto che chi vive in un luogo venga travolto da degrado e comportamenti incontrollati se il Centro di Accoglienza Straordinario di turno viene mal gestito.

– È necessario coinvolgere e dialogare con le comunità e le organizzazioni di migranti. Gli incontri in cui si parla del fattore immigrazione vede solitamente una sparuta partecipazione delle persone su cui insistono le politiche di cui si discute, nemmeno fossimo ancora al tempo delle dame di carità. Solo la mobilitazione dei diretti interessati potrà garantire una svolta sui territori. E per favorire che questo accada, bisogna fare più sforzi, almeno all’inizio, per cercare, coinvolgere, invitare, coprogettare interventi con le comunità migranti.

– Occorre riconsiderare la questione immigrazione analizzandola, con maggiore senso critico e senza autocensure, nel quadro in cui va collocato. Ovvero nel quadro del mercato internazionale dello sfruttamento della manodopera. Ricordandosi, senza vergogna, che fino a quando non saremo nuovamente in grado di mobilitare le organizzazioni sindacali, di coinvolgere e ottenere la mobilitazione delle comunità migranti, di disinnescare la guerra tra poveri e la lotta per il penultimo posto tra le fasce sociali più deboli etc., l’immigrazione sarà sempre la pietra filosofale delle destre, che utilizzano con efficacia le contraddizioni poc’anzi analizzate per le loro politiche autoritarie, populiste e di aumento delle differenze sociali ed economiche.

Per concludere, serve soprattutto riaprire, a sinistra, un dibattito serio, profondo, trasparente, aperto, partecipato e senza scomuniche che registri e faccia sintesi di tutti i fattori in campo e delle analisi sul campo, per quanto scomode e spiacevoli possano essere.

La sinistra, più o meno sedicente e l’intero mondo non di destra di questo Paese non può continuare ad arroccarsi su posizioni inconsistenti come la difesa di flussi migratori importanti perché serve ai padroni o perché ci pagheranno le pensioni.

Perché, ora come ora, servono soprattutto a ricattare e a accrescere i timori per le proprie condizioni sociali ed economiche di chi già fa fatica ad arrivare alla fine del mese; e ad ingrassare il consenso popolare che la destra raccatta senza troppa fatica.

Credo di fare una facile profezia prevedendo che, al momento buono, sapranno coinvolgere gli immigrati stessi contrapponendo gli ultimi arrivati a quelli già presenti da tempo. L’hanno fatto con i meridionali, lo faranno con maggiore facilità con gli stranieri. E si faranno votare anche da loro. Perché mentre le destre sono molto brave a fare le divisioni, noi, le moltiplicazioni non sappiamo nemmeno più come si contano.

 

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