La storia dell’operazione nella regione russa di Kursk si è conclusa per l’esercito ucraino non con un trionfo strategico, ma con una sofferenza umana e fallimenti politici su vasta scala.
“È vero, non possiamo fermarli. Ci spazzano via, avanzando in gruppi di 50 nordcoreani mentre noi abbiamo solo sei uomini in posizione”. Queste parole, pronunciate da un comandante ucraino al New York Times, rivelano una sproporzione numerica che nessuna tecnologia militare può compensare. Soldati ucraini, mandati in territorio nemico con promesse di supporto, si sono ritrovati abbandonati in un incubo logistico. Sette mesi di occupazione nell’oblast russo. Sette mesi di vite spezzate. E poi il collasso.
La ritirata delle forze ucraine dalla regione russa di Kursk segna un tragico epilogo di un’operazione che solleva profondi interrogativi sulle folli strategie militari di Zelensy.
Era l’estate del 2024
Nell’estate del 2024, mentre le forze ucraine affrontavano crescenti difficoltà sul fronte orientale del Donbass, Zelensky optò per una mossa spettacolare e inaspettata: l’invasione della regione russa di Kursk. Una decisione che, vista sotto il profilo militare, appariva insensata. Quella regione infatti non era particolarmente presidiata dai soldati russi in quanto caratterizzata principalmente da vaste aree agricole: offriva pertanto scarsi obiettivi di rilevanza militare. Ciò che l’operazione garantiva, invece, era una visibilità mediatica globale: l’immagine di un’Ucraina che, nonostante le difficoltà, riusciva a portare la guerra in territorio russo. Bruciandosi l’immagine della “guerra difensiva”, Zelensky cercava di guadagnare consenso interno e tentava di offrire un’immagine ancora vitale del suo esercito. Perché? Per ottenere altri aiuti militari dall’Occidente.
L’epilogo nel marzo 2025
Ma i risultati finali di questa operazione sono risultati evidenti nel marzo del 2025.
Le testimonianze raccolte dalla BBC a metà marzo dipingono un quadro devastante. “Panico e crollo del fronte,” racconta un soldato ucraino. “Colonne di truppe stanno cercando di andarsene. Alcune vengono bruciate dai droni russi sulla strad
a”.
“È impossibile andarsene durante il giorno”, ha testimoniato alla BBC un militare ucraino, descrivendo scene “da film dell’orrore” mentre le forze di Kiev tentavano di ritirarsi sotto il pesante fuoco russo e l’incessante minaccia dei droni.
Il Donbass sguarnito per attaccare la Russia
Per realizzare questa operazione nella regione russa di Kursk, unità d’élite ucraine a metà del 2024 erano state spostate dal Donbass, indebolendo la linea difensiva in un’area già sotto intensa pressione russa. Le conseguenze di questa riallocazione si sono rivelate drammatiche su entrambi i fronti: quello del Donbass e quello del Kursk.
Questa storia solleva una riflessione fondamentale: mai lasciare un’operazione militare in mano a uomini di spettacolo. La tentazione di concepire le operazioni militari come eventi mediatici rappresenta un pericoloso sviluppo nella conduzione dei conflitti armati contemporanei. La sofferenza reale rischia di essere oscurata dal clamore delle immagini e dei titoli sensazionalistici.
Le cifre fornite dagli esperti militari indicano una disparità di forze in campo nella regione del Kursk. La Russia, con un potenziale di 70.000 soldati ha schierato una forza imponente per riconquistare il Kursk. L’offensiva ucraina, pur coinvolgendo 12.000 soldati d’élite equipaggiati con armi occidentali, tra cui carri armati e mezzi blindati, si è rivelata insufficiente.
I video pubblicati dai blogger russi, che mostrano equipaggiamenti distrutti o catturati, testimoniano la portata della sconfitta. Queste immagini, insieme alle testimonianze dei soldati, ci ricordano il costo umano e materiale della guerra. Ritirandosi di notte dalla regione di Kursk, i soldati ucraini hanno lasciato dietro a sé scenari di desolazione e disperazione.
Le voci dal fronte: il calvario dei soldati ucraini nel Kursk
Le testimonianze raccolte da Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera, rivelano la cruda realtà vissuta dai soldati ucraini durante l’operazione nel Kursk. Storie di esseri umani intrappolati in un incubo quotidiano. “Un inferno”. Così hanno descritto la minaccia costante dei droni russi che trasformavano ogni movimento in un potenziale bersaglio. Le comunicazioni con le retrovie, elemento vitale di qualsiasi operazione militare, si sono deteriorate drasticamente già dopo le prime settimane. I soldati ucraini hanno raccontato con amarezza la scoperta che il sistema Starlink non funzionava in territorio russo, lasciandoli isolati, accecati, vulnerabili.
“C’erano giorni che avevi il 50 per cento di possibilità di sopravvivere se provavi a uscire dalle trincee”. Questa frase, nella sua terrificante semplicità, racconta più di mille analisi strategiche. Metà probabilità di morire per un singolo movimento. Una “roulette russa” quotidiana per uomini già provati fisicamente e psicologicamente.
Le conseguenze di questo isolamento logistico sono state terribili. Soldati feriti morti dissanguati mentre attendevano ambulanze che non potevano raggiungerli.
Questi racconti sono emersi dalle unità ucraine che si sono ritirate.
Come Cadorna
La ritirata ucraina dal Kursk non è solo una sconfitta sul campo di battaglia, ma il simbolo di una insensata tragedia e di un disastro prevedibile. L’Occidente ha armato l’Ucraina raccontando che quelle armi avrebbero dato loro protezione. Ma in realtà l’Occidente li ha mandati a morire, dipingendoli eroi con la retorica della resistenza. Fornendo equipaggiamenti per missioni suicide. Missioni folli, degne di un generale come Cadorna.
Chi conosce la storia sa cosa significa. Come i fanti italiani sul Carso, lanciati in assalti disperati contro le mitragliatrici austro-ungariche, i soldati ucraini sono stati mandati all’attacco di un esercito russo dotato di superiorità di fuoco e di militari. Avevano persuaso i soldati ucraini che con le armi occidentali avrebbero vinto, che la tecnologia li avrebbe resi superiori e quasi invulnerabili. E invece? Hanno vissuto sulla loro pelle la vecchia verità della guerra: chi la finanzia non è mai chi la combatte. E così i soldati ucraini sono state le cavie di un gioco al massacro, come ai tempi di Cadorna.
Questa ipocrisia è la vergogna del nostro tempo. Non si è trattato più di difendere un popolo, ma di armare un esercito per farne carne da cannone, per prolungare un conflitto che doveva mettere in ginocchio la Russia e, al contempo, arricchire i mercanti di morte. Esattamente come in “Master of war”, la famosa canzone di Bob Dylan.
Chi davvero voleva proteggere l’Ucraina avrebbe dovuto lavorare per un cessate il fuoco. Ma chi lo chiedeva in passato era accusato di fare il gioco di Putin. E anche Papa Francesco è stato additato come filorusso.
Zelensky: un genio militare?
Già il 15 agosto 2024, su PeaceLink veniva dava una severa lettura dell’operazione militare nel Kursk, raccogliendo i pareri degli analisti militari più seri.
Nell’articolo “L’avventura ucraina nel Kursk mentre i russi avanzano in Donbass” si metteva in guardia sulla follia strategica di un attacco che avrebbe solo dissanguato le forze ucraine, indebolendo la difesa sul fronte orientale.
Su PeaceLink il 15 agosto 2024 scrivevamo: “Distrutte le risorse che sarebbero servite per difendere le posizioni ucraine nel fronte orientale. C’è una probabilità su un miliardo che Zelensky passi alla storia come il genio militare capace di fare ciò in cui Napoleone e Hitler fallirono. Nel restante dei casi Zelensky passerà alla storia come un idiota che attacca la Russia sguarnendo le sue trincee in Ucraina”.
Il Kursk come merce di scambio
Zelensky – alle prese con crescenti difficoltà operative e non sapendo giustificare quella missione militare priva di senso – aveva presentato i territori occupati nella regione di Kursk come possibile merce di scambio per futuri negoziati. Una strategia che sottintendeva un calcolo freddo: vite umane come pedine su una scacchiera geopolitica. Ora che questo calcolo è stato disintegrato dalla controffensiva russa, anche questa logica crolla. Non ci saranno vincitori nel Kursk, solo perdenti.
In questo scenario, chi parla ancora di vittoria? Chi può giustificare il prezzo pagato da giovani vite sacrificate in operazioni concepite più per l’impatto mediatico che per obiettivi militari concreti?
Combattere per la “vittoria”?
Eppure, i governi occidentali hanno continuato a finanziare e armare questa strategia suicida, facendo finta di non vedere l’inevitabile esito. Hanno parlato di aiuti, di sostegno alla libertà, mentre spingevano l’Ucraina in un disastro annunciato. La ritirata dal Kursk è solo l’ennesima conferma di una guerra combattuta senza una reale prospettiva di vittoria, con il solo scopo di prolungare il conflitto in assenza di sbocchi e di ingrassare, nel frattempo, l’industria bellica.
Se l’obiettivo fosse stato davvero proteggere l’Ucraina, il primo passo sarebbe stato trattare, non spingere a offensive insensate. Ma l’Occidente ha parlato ossessivamente della possibilità di una “vittoria”. Oggi i soldati ucraini pagano il prezzo di questa menzogna con la loro vita, mentre chi li ha armati si prepara a vendere nuovi carichi di armi per i prossimi massacri.
Alessandro Marescotti, insegnante e attivista per la pace, l’ambiente, la salute. Molto impegnato a Taranto sulla situazione dell’ILVA . Nel 1991 è stato tra i fondatori di PeaceLink, una rete telematica che tuttora dirige. a.marescotti@peacelink.org









