Ribadisco ciò che ho già scritto altrove: lasciamo stare per un attimo il M5S e concentriamoci sulla piazza dello scorso 5 aprile. Una piazza partecipata, piena di bandiere della PACE, ricca di sogni e del desiderio, a lungo represso, di esprimersi liberamente. Più che all’incontro di un popolo, dunque, abbiamo assistito alla sfilata di una moltitudine, proveniente da storie diverse ma accomunata dalla volontà di riversarsi per le vie di Roma, tappa finale i Fori Imperiali, per dire no al riarmo, no a quest’Europa guerrafondaia, no a una deriva anti-sociale che rischia di minare le prospettive delle future generazioni, no alle ingiustizie, no alla sanità malata e no a un mondo del lavoro sempre più escludente e caratterizzato dai soprusi. Ebbene, chiunque conosca un minimo le vicende della sinistra italiana e internazionale, sa che quella piazza era un’erede del popolo di Seattle. Del resto, bastava dare un’occhiata ai nomi degli oratori, a cominciare da padre Alex Zanotelli, per rendersi conto che in un sabato romano di inizio primavera Giuseppe Conte ha avuto il merito di compendiare una storia ben più grande del suo stesso partito. Una storia che affonda le proprie radici negli anni Novanta, quando, come detto, la sinistra mondiale si lasciò abbindolare dalla Terza via di Clinton e Blair, generando disastri di cui tuttora paghiamo le conseguenze. Privatizzazioni, tagli allo stato sociale, svendita del patrimonio pubblico, distruzione di partiti storici, la follia dell’Ulivo mondiale, la pazzia del “G8 pedonale” in quel di Genova e la mancata attenzione alle voci, autorevolissime, di intellettuali e studiosi di tutto il pianeta che a Porto Alegre spiegavano chiaramente dove ci avrebbe condotto il “Davos man”, ossia il cantore della globalizzazione liberista e senza regole, emblema della politica in provetta, senza passione civile e senza un popolo pronto a supportarla: di tutto questo e molto altro ancora la sinistra “tradizionale”, per almeno tre decenni, ne e stata lo sponsor principale. E così, stando all’esperienza italiana, è stato un comico ad alzare quel vessillo. Lo ha fatto male, a mio giudizio, con troppe parolacce e toni eccessivi, ma intanto lo ha fatto: lui c’era, altri dormivano; lui riempiva le piazze, altri si limitavano a cantarsela e suonarsela in qualche teatro; lui appassionava i delusi, gli scontenti e i disincantati, altri preferivano rivolgersi ai salvati tralasciando i sommersi. Non l’ho mai votato perché, ribadisco, non condividevo la sua impostazione di fondo, ma sarebbe intellettualmente disonesto non riconoscere che senza il suo impegno e il suo sacrificio l’astensione avrebbe sfiorato il 70 per cento e oggi avremmo al potere qualcosa di addirittura peggiore del governo che pure ci ritroviamo per gli errori di chi, ancora nel 2022, non aveva capito che quel modello di globalizzazione fosse giunto ormai al capolinea.
Giuseppe Conte è altro. Se vogliamo, è un moderato, con alle spalle una storia professionale importante e davanti a sé prospettive significative, ben al di là della politica. Eppure, dopo le due esperienze a Palazzo Chigi, gli vanno riconosciuti dei meriti innegabili: si è saputo mettere in gioco in un ruolo per lui inedito, quello di leader politico, ha saputo dare un’anima e un senso a un soggetto che aveva sempre detto tante cose giuste ma non le aveva mai sapute teorizzare con la dovuta franchezza e, soprattutto, lo ha schierato senza ambiguità sul fronte progressista, là dove deve stare, accanto alla sinistra movimentista europea, la stessa che in precedenza ha prodotto gli Tsipras e gli Iglesias e che oggi si sta rimettendo in gioco a livello internazionale.
Non a caso, chiunque si sia occupato, a vario titolo, di Genova e dintorni, lo scorso 5 aprile ha avuto la stessa impressione: quella piazza ne era la versione contemporanea, un quarto di secolo dopo, quando ormai tutto sembra essere compiuto, molto è finito e almeno due generazioni paiono perdute. Eppure, se qualcosa ancora si può salvare, se ancora si può parlare di pace, giustizia sociale e climatica, disarmo, multipolarismo, mano tesa verso le altre culture, dignità della persona, diritti umani e tanti altri argomenti che nascono assai prima dei 5 Stelle ed esistono a prescindere da essi, il merito è di iniziative come quella promossa da Conte, il quale, berlinguerianamente, ha capito di dover dire alle nuove generazioni: “Venite dentro e cambiateci”. Non sappiamo se i ventenni, travolti dalla crisi, terrorizzati per il proprio domani e desiderosi di fuggire via da un Paese che, oltre a non ascoltarli, li umilia di continuo, raccoglieranno l’appello, ma intanto quell’appello c’è stato. Ora Conte ha davanti a sé un’altra sfida importante: aprirsi agli indipendenti di sinistra, a chi viene da altre storie, da altre culture, da altri movimenti, a chi non si è lasciato convincere dai Vaffa ma ha a cuore la “cura delle parole”, a chi ha alle spalle una miriade di sconfitte e per una volta, se proprio deve perdere, vorrebbe farlo insieme a persone che la pensano come lui, a chi non si è ancora arreso nonostante le manganellate, verbali e talvolta anche fisiche, ricevute; insomma, a chi ancora si ostina a credere che “un altro mondo è possibile” e non intende rinunciare agli ideali della gioventù.
Riporto qui la convinzione dell’amica senatrice Alessandra Maiorino, convinta che si sia del M5S ben prima di entrare a farne parte. Probabilmente ha ragione, specie se si considera che più che un partito, è un’infrastruttura civica, un grande “campo profughi” in cui, negli anni, hanno trovato accoglienza le storie più disparate. La differenza, rispetto a prima, è che ora da quelle parti hanno deciso di fare sintesi, non accettando più l’idea che non esistano né destra né sinistra ma puntando a ridefinire in particolare la seconda, non più sulla base di concetti astratti e proclami altisonanti e ipocriti bensì ispirandosi a lotte reali: la casa, un’occupazione di qualità, il sostegno attivo ai sommersi della globalizzazione, l’attenzione agli ultimi e agli esclusi e, più che mai, il ripudio della guerra.
Del resto, fra un Vaffa e l’altro urlato da Grillo in piazza Maggiore a Bologna, l’8 settembre 2007, uno dai capisaldi espressi dalla sua gente già in quell’occasione, quando il M5S era ancora solo un’idea e in molti credevano di poter continuare a esprimersi all’interno dei partiti esistenti, era rappresentato dallo slogan: “Nessuno sia lasciato indietro”. Ebbene, per me, garantista a ventiquattro carati, favorevole all’abolizione del carcere, contrario a ogni logica manettara e ostile a qualsivoglia forma di eccesso dialettico, quello slogan da solo vale un’adesione. Perché sembra un’ovvietà, essendo oltretutto uno dei principî cardine della Costituzione, ma nell’Italia contemporanea farsene concretamente interpreti è diventato un atto rivoluzionario.
Ciò che ho capito, sabato 5 aprile durante il corteo e la manifestazione del M5S, è pertanto che questa forza politica ha deciso di guardare avanti tornando, in parte, alle origini. Vuole guardare avanti perché si colloca ormai stabilmente nello schieramento progressista ma torna alle origini perché si fa nuovamente megafono di esigenze diffuse, con la differenza che a gridare non è più un comico famoso ma una comunità in cammino, il che trasforma un trionfo dell’ego nell’affermazione di valori collettivi.
Non sappiamo dove condurrà questo viaggio, in quali porti approderà, quanti compagni di strada raccoglierà e come si evolverà nel corso del tempo. Molto dipenderà anche dalle vicende mondiali, sempre più fosche e preoccupanti. Sappiamo, però, che questo vascello è salpato ed è stato giusto salirvi a bordo. E sappiamo anche, e non è poco, che compagni come Acerbo, Fratoianni, Bonelli, Santoro e via elencando saranno della partita. Perché, ribadisco, stavolta non siamo di fronte al “Tutti a casa!” di un genio della comunicazione poco avvezzo alle pratiche politiche ma all’idea di fare squadra di persone che sanno far politica e hanno deciso di non stare più a guardare.
L’errore più grave commesso da Bertinotti, dopo il massacro di Genova, fu non sciogliere Rifondazione nel movimento alterglobalista, ritrovandosi infine con un partito ingombrante, contraddittorio e incapace di fornire risposte adeguate ai milioni di cittadine e cittadini che, nonostante tutto, l’avevano sostenuto per non arrendersi lo spirito del tempo. La grandezza di Bertinotti sta nell’aver riconosciuto lo sbaglio. Ora tocca ad alcuni dei suoi allievi, da Fratoianni a De Cristofaro, far sì che la storia non si ripeta. E affinché non si ripeta è necessario che The Left si trasformi da un gruppo condiviso al Parlamento europeo in un progetto di coalizione in vista delle prossime Politiche e oltre, quindi in un’alleanza strutturale che abbia nel pacifismo il suo elemento cardine. Quanto al PD, mai come ora diviso, è doveroso sottolineare che una sua delegazione era in piazza, dunque vale ancora la pena non solo dialogare con loro ma coinvolgerli e prenderli per mano, partendo dal presupposto che almeno quei dirigenti che sono venuti ad ascoltare abbiano capito che il trentennio neo-liberista ci ha condotto al genocidio di Gaza e all’abisso del Donbass (l’ospite d’onore a Genova, è bene ricordarlo, si chiamava Putin) e siano disposti a rimettersi in gioco, cambiando se stessi affinché possa cambiare la società.
Quanto al nuovo M5S, infine, Nova è stato uno spartiacque, un punto di svolta decisivo. Il meno partito di tutti, almeno sulla carta, ha deciso di diventare adulto, affidando a un congresso partecipato e ricco di spunti di riflessione la propria ripartenza. E quella ripartenza ha fatto sì che sotto la bandiera pentastellata, in un sabato di inizio primavera, si riunissero realtà, mondi associativi e universi che mai avrebbero creduto di poter sfilare in quel contesto ma che ora, invece, avvertono il bisogno di camminare insieme.
Perché tutto finisce e tutto ricomincia, e Seattle, al pari di Genova, sta lì a ricordarci chi sono, da sempre, gli oppressi e chi gli oppressori, con Putin come simbolo del loro fallimento (a proposito dell’accusa di filo-putinismo piovutaci addosso da certi editorialisti) e la nostra opposizione di ieri, di oggi e di domani a ribadire che un altro mondo non solo è possibile ma è assolutamente indispensabile.









