UNA VERA LOTTA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI RICHIEDE LA MESSA IN DISCUSSIONE DEL CAPITALISMO E DELLE SUE LOGICHE DI SFRUTTAMENTO SENZA LIMITI. ANCHE LA GUERRA SERVE PER NON CAMBIARE MODELLO DI SVILUPPO. 

Stiamo vivendo tempi bui. Guerre – l’ultima, la possibile guerra nel Sahel- , disastri climatici, disuguaglianze e povertà crescenti. Tutto sembra aver avuto un’accelerazione: fenomeni nuovi e così profondi sul piano geopolitico, economico, antropologico e tecnologico che facciamo fatica a capire se si tratti di cambiamenti o di regressione. L’attenzione a scienze umane come l’ecologia ci dovrebbe aiutare a comprendere meglio la profondità e la portata di questi fenomeni che non vanno visti e vissuti come isolati l’uno dall’altro, anzi l’interconnessione è la chiave per capirne la natura complessa di processo e non di semplice accadimento. Anche il conflitto sulla distribuzione della ricchezza nelle nostre società e a livello planetario coinvolge oggi più di ieri il cambiamento climatico e l’ambiente al punto che i costi economici e sociali delle crisi e delle emergenze innescate vengono scaricati sui più poveri e caricati sulle spalle delle classi lavoratrici per comprimerne ruolo e rivendicazioni. Per questo coscienza di classe e coscienza ecologica dovrebbero maturare e camminare insieme puntando ad un obiettivo strategico comune: quello di un nuovo modello di sviluppo che può affermarsi solo se passa la prospettiva della conversione ecologica dell’intero sistema economico e sociale, se la politica e gli Stati tornano a governare l’economia e orientare il mercato, se il mondo del lavoro adotta obiettivi ecosocialisti sapendo neutralizzare il ricatto tra occupazione da un lato e ambiente dall’altro. Ricatto che il Governo Meloni sta utilizzando e praticando alla grande, affiancandosi agli spiriti più reazionari di Confindustria, piegando all’indietro quel poco di innovazione potenziale su clima e ambiente che contiene il PNRR. C’è poi una dimensione internazionale fortissima che ci viene richiamata dalle sfide del clima, dell’innalzamento della “febbre” del Pianeta Terra – l’unica che abbiamo – dell’impegno alla decarbonizzazione totale entro il 2050. I fenomeni climatici ci fanno capire che le condizioni di abitabilità del pianeta si stanno deteriorando, che una parte consistente degli 8 miliardi di abitanti si metterà in moto a breve con migrazioni massicce, che le guerre per le risorse e per l’acqua aumenteranno e che ci stiamo esponendo a possibili crisi alimentari e sanitarie non del tutto prevedibili nei loro effetti. Dopo secoli di conquista e appropriazione arbitraria del mondo, garantiti dal vantaggio conseguito dall’Occidente su scienza, tecnica e tecnologia, dalla rivoluzione industriale, dal controllo dell’architettura finanziaria internazionale e dalla superiorità degli armamenti, adesso cominciamo a perderlo. Da qui la necessità di un nuovo internazionalismo di sinistra che faccia piazza pulita di ogni tentazione e velleità postcoloniale e neocoloniale. Da qui la necessità di un nuovo internazionalismo che veda nella lotta ai cambiamenti climatici l’occasione per una critica radicale al capitalismo e al globalismo in quanto tendono a imporre una loro gerarchia dei poteri su scala mondiale e cancellare le differenze. La sorte di beni umani come la salute e la giustizia sociale si deve legare all’attenzione verso beni comuni non umani: l’acqua, l’aria, il suolo, il cibo, la produzione e lo scambio di beni e servizi, senza dimenticare il sistema di potere politico, economico, finanziario che è sotteso a ogni contesto territoriale, nazionale, internazionale. Persino l’ordine sociale e la nostra stessa sopravvivenza dipenderanno sempre più dalla biosfera e anche dall’infosfera – nuova frontiera del capitalismo del controllo e della sorveglianza – nella misura in cui i sistemi informatici sono dipendenti da algoritmi non trasparenti, sono in grado di estrarre e gestire dati a loro piacimento, sono manipolabili, sono hackerabili e persino possono entrare nelle guerre di spionaggio e boicottaggio tra Stati ed economie in competizione. Dobbiamo cominciare a capire la decisività di questa sfida ed agire prima che questi fenomeni diventino ingovernabili. Dobbiamo capire che questi fenomeni sono fortemente interconnessi e che la guerra tra Russia e Ucraina non solo comporta sofferenze, feriti e migliaia di morti; comporta milioni di profughi e famiglie distrutte, comporta distruzioni e macerie fisiche e morali, comporta un elevato tasso di inquinamento in vaste aree del Paese; sta già causando l’abbandono delle coltivazioni per diverse stagioni, con conseguente impoverimento delle popolazioni e, a catena, con aumento della disoccupazione e diminuzione dell’export di materie prime. Il conflitto sul grano da destinare anche ai Paesi del Sud del mondo ne è già una prova. Vero è che Unione Europea e Stati Uniti verranno in soccorso dell’Ucraina con forti aiuti finanziari e con investimenti economici per la ricostruzione del Paese, ma questo renderà ancora più stringente la sua dipendenza politica non solo economica da Washington più che da Bruxelles. Anche sull’Unione Europea questa guerra sta producendo effetti negativi non di poco conto: non solo l’indebolimento della propria autonomia e del proprio ruolo internazionale, non solo la crescente militarizzazione della sicurezza con il generalizzato aumento delle spese militari a danno del Welfare, ma anche un rallentamento se non un arresto delle novità contenute nel Piano e nei Progetti di transizione ecologica ed energetica. Il rilancio della dipendenza dal gas metano ne è una prova, soprattutto in Italia. Cinquant’anni fa Willy Brandt presentò al mondo un Rapporto Nord Sud con un respiro e una visione che oggi è possibile ritrovare solo nelle Encicliche di papa Francesco, il quale ha deciso di pubblicare il 4 ottobre una seconda enciclica “ Laudato Sì”, evidentemente convinto della eccezionale rilevanza della questione . Se davvero vogliamo farci carico delle crescenti tensioni e contraddizioni che caratterizzano l’attuale disunità del mondo favorendo un nuovo ordine multipolare, se davvero intendiamo combattere le cause profonde delle disuguaglianze generate dal capitalismo, se davvero ci interessa trovare soluzioni umane e giuste alla migrazione di milioni di persone, allora la lotta ai cambiamenti climatici conciliando giustizia sociale e giustizia ambientale deve essere al primo posto nel programma e nell’azione di una vera Sinistra internazionalista, ecosocialista, pacifista. Fino a quando non saremo, individualmente e collettivamente, all’altezza di queste sfide gigantesche, peggioreremo le nostre vite e quella del pianeta perché, come sosteneva Altiero Spinelli, siamo una stessa “comunità di destino”. Per battere la povertà, le disuguaglianze, le guerre è, quindi, necessario un radicale cambiamento di mentalità, di paradigma e dunque delle politiche nei vari Paesi perché noi umani siamo solo una parte del grande sistema mondo e, a causa di una presuntuosa concezione antropocentrica che fatica a morire, rischiamo di distruggere la “nostra casa comune”.

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