Si rannuvolano all’orizzonte elementi diversi eppure collegati che rendono il cielo sempre più grigio. Lo scenario internazionale, quello europeo, quello nazionale e poi locale, fino al contesto individuale di ciascuno, stratifica questi elementi che oscurano l’orizzonte, appesantiscono i passi, fiaccano la resistenza e la fiducia in un cielo di nuovo aperto alle possibilità di cambiamento.

Eppure, come da sempre del resto, la consapevolezza di questa situazione sarebbe già un motore potente, utilissimo ad aiutarci a uscirne. La critica è la via che apre l’orizzonte, che da

la consapevolezza del proprio tempo, dei fattori che lo plasmano, delle spinte cui possiamo, una volta ri-conosciute, opporci. La consapevolezza di aver di fronte, chiara e tagliente, una visione del mondo cui opporre nettamente la nostra. Riconoscere questa visione del mondo nel reale sbriciolato che abbiamo davanti, chiamarla con il suo nome e avere il coraggio di opporvi un’altra visione del mondo: è questo l’esercizio più necessario oggi, a chiunque voglia ricollegare la propria singola esistenza all’umanità che ha bisogno di tutti. La verità è trovare relazioni nel reale, non farsi schiacciare dalla sua apparente contraddittorietà.

Ciò che sembra

Oggi più che mai agiscono potenti gli scopi di chi ha interesse a rabbuiare l’orizzonte, spezzando le reti che collegano il reale, spezzando quindi le forze che possono dirigerlo verso il suo superamento. Agiscono potenti le volontà di chi vuol indurci a credere che non c’è alternativa, che non esiste questa visione del mondo cui opporsi (non le sentite da molte sirene le voci suadenti che cantano la fine delle ideologie?), che il mondo sbagliato di oggi non è frutto di volontà precise ma invece soltanto “dell’evoluzione naturale dello spirito umano”, oggi si dice “dei mercati”, “ (…) e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.” (A. Gramsci, Gli indifferenti, La città futura, 11 febbraio 1917). Ma noi odiamo gli indifferenti.

Ciò che è, ciò che è in gioco: i termini del problema

Dunque abbiamo ancora voce per dire che quella descritta sopra è una chiara visione del mondo. Chiarissima. Una visione del mondo chiamata in molti modi, perché l’Ur-fascismo (U. Eco, 1995) è pieno di volti: populismo, autoritarismo, sovranismo, neoliberismo. Nomi apparentemente contraddittori, come il volto del mondo che plasmano con sapienza da decenni. eppure capaci di portare a conseguenze drammatiche, il loro vero scopo, che possiamo riassumere nella crisi radicale della democrazia.

Il dovere della consapevolezza di tutto questo consente di agire per unire di nuovo forze capaci di imprimere una nuova direzione al mondo: una visione culturale, politica ed etica che renda evidenti le contraddizioni del reale è la stessa e la sola che può rintracciare reti di relazioni per superarle.

Dobbiamo dunque avere il coraggio di incarnare questa visione del mondo, che si può chiamare semplicemente critica e che è alla base di ogni progetto della sinistra migliore che abbiamo visto e che, mi auguro, dovremo rivedere.

Questa nostra visione, una volta calzata come un occhiale efficace e confortevole, mette a fuoco le nuvole all’orizzonte e consente, finalmente, di chiarire i termini del problema da affrontare: la crisi sostanziale della democrazia.

E al contempo, fornisce i tratti dello scopo cui contribuire: una democrazia sostanziale, quella dell’art. 3 della Costituzione italiana.

Elementi per l’azione

A più livelli, il mondo di oggi, dalle nostre parti di cosiddetti occidentali, è quello in cui la crisi della democrazia è soprattutto la crisi sostanziale delle sue promesse e dei suoi presupposti. Questi elementi -molto diversi tra di loro ed egualmente gravissimi, specie se combinati -sono gli esiti voluti dalla visione del mondo che si oppone alla democrazia.

Essa agisce in molti modi, economici, politici, culturali: in una parola, è l’egemonia dei nostri tempi. Per comodità di sintesi, possiamo chiamarla “egemonia neoliberista”.

In questa etichetta stanno esigenze diverse eppure capaci di produrre effetti egualmente devastanti per la democrazia sostanziale -la meta cui tendere.

Il dispositivo dialettico che possiamo adottare, semplificando molto, è dunque il seguente: di fronte all’egemonia neoliberista pervasiva che abbiamo di fronte, evidenziamone gli effetti e le contraddizioni, usiamo questa consapevolezza per compattare i soggetti che han da tornare protagonisti e promuoviamo una direzione migliore in cui agire nel mondo. Detto in altre parole, riconosciamo i segni dell’egemonia neoliberista, evidenziamone gli effetti devastanti per la democrazia, riprendiamoci il ruolo che ci spetta in quanto cittadini sovrani e promuoviamo una democrazia sostanziale.

Effetti dell’egemonia culturale dei nostri tempi

La nuova ragione del mondo, il neoliberismo (Dardot-Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi, 2019), agisce da lunghissimo tempo in molti ambiti. L’homo oeconomicus è il presupposto e insieme il prodotto di tale pervasiva egemonia, che ha saputo piegare alle sue esigenze molti aspetti determinanti delle scelte e delle organizzazioni politiche, delle dinamiche istituzionali, dei criteri di decisione economica e finanziaria, dei meccanismi e dei prodotti della sempre più obbediente industria culturale (Horkheimer-Adorno, Dialettica dell’Illuminismo, 1947, ed.it. Einaudi 2010).

Tra i molti aspetti che diversi studiosi evidenziano nelle nostre società, credo siano particolarmente profondi quelli che impattano sul loro stesso riconoscimento.

Di fronte a diseguaglianze tra le più oltraggiose della storia contemporanea, a disparità di accesso a servizi e diritti considerati invece tra le conquiste più inamovibili del novecento, alla logica predatoria del capitale sull’ambiente e sul tempo di tutti e di ciascuno, di fronte a tutto questo una grande apatia, un lungo effluvio di anestetico, una coltre di opacità sembra avviluppare i soggetti che subiscono tutto questo, con un doppio effetto.

Da un lato, il sedativo del mantra thatcheriano There is no alternative riduce la necessità della dialettica democratica ad un conflitto sociale sgretolato e scoordinato, preda allo stesso tempo di due figli della crisi democratica, il populismo e lo spontaneismo.

Dall’altro, le contraddizioni gravi portate avanti dal neoliberismo favoriscono pifferai di vecchia scuola autoritaria, i fascisti di ogni epoca, i populismi che qui incarnano il repertorio del rifiuto democratico come risposta alle crisi della democrazia stessa.

In generale, il meccanismo egemonico più potente messo in campo dalla linea d’azione neoliberista induce chi subisce gli effetti della crisi della democrazia a pensare che siano la democrazia e le sue aspettative a non funzionare, e così facendo si minano i suoi presupposti.

Risultati della consapevolezza.

Il dovere minimo richiesto in questa fase è invece chiarire che la crisi della democrazia è un prodotto voluto dalla logica neoliberista e dai suoi tanti volti, seguaci o compagni di strada populisti, sovranisti, fascisti, seppur contraddittori, tutti accomunati dalla volontà di farne a meno, della democrazia.

E’voluta la crisi delle promesse democratiche -eguaglianza sostanziale, diritti universali, pace- affinchè sia voluto, in chi le subisce, il rifiuto dei presupposti di tali promesse: tassazione progressiva, inclusione sociale, universalismo politico, cosmopolitismo.

Ulteriori effetti dell’egemonia neolib

Vediamo agire potentemente questo meccanismo egemonico attraverso il suo più potente fattore di amplificazione e diffusione: l’atomizzazione sociale, la rottura di ogni meccanismo di identificazione collettiva in termini di lavoro, diritti, identità, azione. La società non esiste, esistono solo gli individui (M. Thatcher, 1987). Prede più facili, servitori più obbedienti, oppositori più deboli. “Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno del progresso tecnico.” (H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, 1964, tr. di. Einaudi 1999).

Questo meccanismo agisce da decenni plasmando un immaginario favorevole al neoliberismo stesso, in un moto lento ma inesorabile di quella egemonia che Gramsci ricordava essere la necessità di ogni direzione intellettuale e morale della società.

La tecnica e la sua potenza -le applicazioni tecnologiche rese falsamente neutrali perchè inserite in un quadro culturale completamente egemonico- completano l’asservimento, che si dirama in tutte le direzioni.

La viscosa e paralizzante retorica neoliberista ha corroso gli stessi mondi che dovrebbero essere capaci, per statuto, di riconoscerla e di esserne dunque liberi, critici e alternativi. Tra i tanti, un sistema di istruzione sempre più tecnicizzato, sempre più ridotto all’addestramento e non alla critica, un intero vocabolario educativo affollato di termini economici -debiti e crediti formativi- su tutti, un invincibile apparato di mezzi tecnologici descritto come cambiamento mentre è il prolungamento di questa visione egemonica, un sapiente repertorio di valori funzionali al sistema capaci di rendere parole un tempo rivoluzionarie -meritocrazia, ad esempio- puntelli decisivi del nuovo ordine conservatore. Meritocrazia è ora la dichiarazione patente di individualismo, di competizione da parte dei nuovi celebratori del modello imperante. Il modello che stritola i presupposti della democrazia.

Necessità di smascherare l’apparenza

Questo è il modello imperante, questo è il volto della visione del mondo che ha più di tutti l’interesse a non esser riconosciuta: perché dare il giusto nome alle cose è un atto rivoluzionario, come ricordano molte riflessioni di Rosa Luxemburg.

Abbiamo dunque bisogno di questo dispositivo di smascheramento, che da sempre la filosofia critica considera l’atto umano più profondo.

Riusciremmo a riconoscere quanto è stato potente il liquido corrosivo dell’egemonia neoliberista, al punto da aver sciolto molta parte anche di una certa sinistra, che, da trent’anni a questa parte, ha finito per convincersi che sì, tecnologia e suoi prodotti sono neutrali, che sì la logica del mercato premia i migliori, che sì il privato è buono mentre il pubblico fa tanto corruzione e clientela, che sì le nuove parole competizione, individuo, profitto sono alla fine benedette come e più delle altre.

E quei costruttori di soffitte (A. Gramsci, Passato e Presente, Quaderno 8 (XXVIII) § (17), in Quaderni dal Carcere, Einaudi, vol. II, 2014) che han creduto di dare la spallata definitiva ad una certa sinistra incapace di tutto questo -invece prima levatrice di questi sedicenti innovatori- sono ora chiari sostenitori dell’ordine vigente, chi più chi meno pronamente.

Per l’immediato futuro

Abbiamo dunque davanti, nude e indifese, le promesse di una democrazia pienamente realizzata: eguaglianza sostanziale, diritti universali, pace.

Tali promesse sono offese e attaccate in modo sempre più pervasivo e profondo dai diversi attori del neoliberismo presente, in tutte le sue sfumature dal grigio appena accennato al nero più oscuro. Essi colpiscono i presupposti di tali promesse: tassazione progressiva, inclusione sociale, universalismo politico, cosmopolitismo, plasmando un mondo in cui la diseguaglianza è la cifra dell’esistenza. Spesso colpiscono tali presupposti in modo surrettizio e mimetico, spesso usano la retorica dei moderni sofisti per dissimulare il loro sostegno all’egemonia neoliberista con appelli alla ragionevolezza, al realismo, alla smaliziata accettazione della fine di contenitori vuoti come destra o sinistra a patto che, di vuoto, resti soltanto la sinistra.

Spesso i presupposti della democrazia sostanziale sono colpiti a morte dalla retorica della loro impossibile attuazione, dati i vincoli del presente, la crisi economica, i sacrifici da fare ecc ecc. Il pantano chiamato falsamente realismo, che paralizza scelte invece sempre possibili ma opposte al sistema attuale, va semplicemente riconosciuto come tale, e dobbiamo tornare a sentirci liberi di contrastarlo.

Dobbiamo ripartire da ciascuno di questi presupposti per arrestarne lo svuotamento già in atto, per impedirne la mutazione nel proprio contrario, mutazione già pericolosamente avviata.

O da questi presupposti mutati nel loro opposto, deriverà l’opposto della democrazia.

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