Importante sottoscrivere la Petizione su Charge.org “Ricostruire Gaza” Solo ai palestinesi spetta la titolarità della ricostruzione https://www.change.org/Ricostruire-Gaza
Gran parte dell’Occidente e in particolare gran parte dell’Europa sta interiorizzando la visione di un mondo rovesciato dove “superior stabat lupus” e quindi i Trump di turno hanno sempre ragione e vanno riveriti, mentre tutti gli “inferior” hanno torto e quindi si possono sacrificare. Il caso di Gaza è emblematico: dopo i bombardamenti e i massacri di migliaia di palestinesi, Netanyahu non pensa minimamente di ritirare il suo esercito dalla Striscia ma, al contrario, discute con l’amico Trump di come gestirla, spartirla, ricostruirla deportando i palestinesi superstiti. A Netanyahu e Trump non passa per l’anticamera del cervello che Gaza è Palestina e che sono i suoi abitanti palestinesi ad avere il diritto di abitarla e di decidere di come e con chi ricostruirla.
Quello che stupisce e ferisce è che l’Unione Europea sulla questione balbetti e di fronte alla tracotanza di Trump cali le braghe. Certo c’è il ricatto dei dazi; certo c’è il coinvolgimento subalterno e acritico fino al 5% delle spese militari per il rafforzamento della Nato, ma perdinci, almeno sul diritto del popolo palestinese alla propria autodeterminazione si intervenga e si agisca!
A Roma si è tenuta la quarta Conferenza Internazionale sulla ricostruzione dell’Ucraina che, giustamente, dovrà prevedere massicci interventi finanziari di aiuto sia privati che pubblici da parte degli Stati e, in particolare, degli Stati dell’Unione Europea. Gli Istituti finanziari internazionali il 25 febbraio 2025 hanno aggiornato i dati rispetto al 2024 attraverso una “valutazione rapida dei danni e delle esigenze di recupero” portando la cifra complessiva a 524 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni.
Niente di tutto questo per Gaza. Eppure Gaza si affaccia sul Mediterraneo, eppure l’Italia da Aldo Moro in poi ha avuto crescente attenzione per la causa del popolo palestinese. Eppure l’ONU ne ha più volte ribadito il diritto ad avere un proprio Stato, una propria terra, una propria patria nella Palestina storica. Eppure la Corte di Giustizia dell’Aja e la Corte Penale Internazionale, che agiscono applicando il Diritto Internazionale e Il Diritto Internazionale Umanitario, nelle loro rispettive competenze considerano il popolo palestinese titolare in eguale misura dei diritti che spettano a tutti i popoli della Terra: a vivere e ad esistere; ad avere accesso alle cure mediche; a non essere affamato, discriminato, cacciato; a non essere vittima di crimini di guerra e crimini contro l’umanità; ad autodeterminarsi invece di essere in balia di un esercito di occupazione o della violenza dei coloni israeliani che occupano illegalmente territori palestinesi.
Si è arrivati al punto che Netanyahu ha l’arroganza di dichiarare persona non gradita il Segretario generale dell’ONU solo perché invita Israele a cessare i massacri nella Striscia e Trump arriva a prevedere provvedimenti punitivi per il giudice Khan, Procuratore capo della Corte penale internazionale, della quale Corte gli Stati Uniti tra l’altro hanno deciso di non farne parte fin dalla sua nascita con lo Statuto di Roma. Lo Statuto della Corte penale è un vero e proprio Trattato internazionale, firmato a Roma nel 1998, al quale hanno aderito la maggior parte degli Stati del mondo, compreso gli Stati dell’Unione Europea, ma non ratificato da Stati Uniti, Russia, Sudan e Israele mentre la Palestina lo ha adottato.
Solidarietà a Francesca Albanese
La delegittimazione dell’ONU e l’attacco al Diritto internazionale rischia di superare il punto di non ritorno, quel punto cioè dove il rovesciamento politico e giuridico di quel sistema di relazioni internazionali è definitivamente compiuto e sostituito dal caos dei soli rapporti di forza. Va in questa direzione la decisione della Knesset, il Parlamento israeliano, di mettere al bando l’UNRWA da Gaza e da Cisgiordania dove operava dal 1949 per dare assistenza ai rifugiati palestinesi in seguito alla guerra arabo israeliana del 1948: assistenza sociale, economica, sanitaria e scolastica. Basti pensare che l’UNRWA gestiva circa il 40% delle scuole di Gaza dando lavoro a 9.300 dipendenti e che alla rilevazione del 2019 il 74% della popolazione di Gaza era registrato come rifugiato presso la stessa UNRWA.
Va in questa direzione la gravissima decisione annunciata dal Segretario di Stato Rubio di specifiche sanzioni statunitensi nei confronti di Francesca Albanese Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Secondo Amnesty International che la difende “la colpa sarebbe quella di denunciare l’occupazione, l’apartheid e il genocidio compiuto da Israele nella Striscia di Gaza.” A scatenare l’ira del Governo degli Stati Uniti è stato il suo recente Rapporto ufficiale, in quando redatto per l’ONU, intitolato “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio” in cui Francesca Albanese elenca ben 45 aziende private che sosterrebbero direttamente o indirettamente l’esercito israeliano facendo profitti sulla distruzione di vite innocenti. In questo elenco figurano Lockheed Martin che fabbrica gli F-35, Caterpillar, Google, Microsoft, Ibm, Amazon, Palantir e l’italiana Leonardo.
Conviene rileggere con attenzione le parole usate da Rubio: “Oggi impongo sanzioni alla relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese per i suoi sforzi illegittimi e vergognosi di sollecitare un’azione della Corte penale internazionale contro funzionari, aziende e dirigenti statunitensi e israeliani”. Insomma l’economia di guerra ormai deve fare da padrona a Gaza e in Cisgiordania, mentre i tentativi di far contare ancora i diritti umani e il Diritto Internazionale sarebbero, secondo l’Amministrazione Statunitense, “sforzi illegittimi e vergognosi”.
Non si creda che in Italia si sia manifestato uno sdegno unanime di fronte alla prepotenza statunitense. Il Governo Meloni tace, i giornali compiacenti di destra la giustificano. Ma ci sono alcuni giornali che si caratterizzano per una spregiudicata attività di disinformazione e diffamazione in nome di quell’ iperatlantismo che finalmente rivela il suo scopo: abbattere e sostituire ONU e diritto internazionale. Il quotidiano Il Riformista ha avviato una vera e propria campagna di delegittimazione nei confronti di Francesca Albanese accusata di “giustificare Hamas”, di “infangare Israele” e di avere un marito che ha lavorato per il Ministero dell’Economia nazionale palestinese. Ecco il titolo “Le ambiguità di Albanese e del marito Massimiliano Calì: la consulenza all’Anp e il conflitto di interessi nella banca dove transitano i soldi di Hamas”. Non sono servite a nulla le smentite pubbliche fatte da Francesca Albanese che ha spiegato come il marito abbia lavorato come economista per l’Onu e non per l’Anp, l’Autorità nazionale palestinese presieduta da Abu Mazen riconosciuto formalmente da tutti a livello internazionale e tra l’altro avversario di Hamas. Ridicola poi l’accusa di conflitto di interessi sollevata dal Riformista sempre nei confronti di Massimiliano Calì, oggi funzionario in Tunisia per la Banca Mondiale, banca che non ha nulla a che fare con i soldi di Hamas, banca che piuttosto risponde alla Comunità internazionale e ai donatori pubblici in maggior parte Paesi occidentali. Dove sarebbe allora il conflitto di interessi? Sarebbe che i finanziamenti ad Hamas transiterebbero anche in Paesi come la Tunisia, in particolare nella Banca Centrale Tunisina. Capito? Per l’articolo del Riformista basta collegare il nome dell’economista al sistema bancario e la banca araba della Tunisia ad Hamas e il gioco è fatto. Tanto cosa vuoi che capisca il lettore italiano, basta che resti e faccia il tifoso e il tifoso di parte.
Il guaio è proprio questo: ormai senza un punto di vista terzo e indipendente, la logica che prevale è quella della contrapposizione senza possibilità di comprensione, o di qua o di là. E’ la logica del nemico. A maggior ragione se qualcuno solleva qualche spiacevole verità, allora va trattato da nemico, delegittimato o addirittura distrutto.
Per fortuna la solidarietà che si sta manifestando attorno a Francesca Albanese, la sta motivando a resistere. E’ bene sapere però che insieme al suo ruolo è in gioco una posta ancora più grande: la resistenza del popolo palestinese a rimanere nella propria terra, in Cisgiordania e soprattutto a Gaza. Gaza è stata in gran parte distrutta non solo per punire la popolazione palestinese dopo il 7 ottobre ma per renderla invivibile e dunque cacciare tutti i sopravvissuti.
Riconoscere la titolarità della ricostruzione solo ai palestinesi
Ecco perché è urgente sollevare una questione delicata e fondamentale per il destino di Gaza: la questione della titolarità della sua ricostruzione. Non sembri prematuro proporla oggi nel pieno di una occupazione della Striscia da parte dell’esercito israeliano e in una fase del conflitto in cui al massimo il negoziato tra le parti si spinge a concordare una fragile tregua. Tregua che consideriamo urgente e indispensabile per fermare il massacro e lo sterminio per fame. Tregua che dovrebbe servire anche per fare luce sulle possibili prospettive. Preoccupa che sia sparito dall’orizzonte del dibattito internazionale la promessa dei “due popoli due Stati” in cui alcuni dei protagonisti principali del conflitto non vogliono più credere, se mai vi abbiano mai creduto: tra questi il governo Netanyahu, gli Stati Uniti di Trump, Hamas. Se il futuro dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania viene discusso solo all’interno di questi tre attori, difficilmente si riuscirà a trovare una soluzione dignitosa e giusta per il popolo palestinese. Se non intervengono con forza la Comunità internazionale, l’Unione Europea e i Paesi arabi, il destino più probabile è quello della trasformazione di Gaza in un Protettorato permanente se non della cacciata di gran parte dei palestinesi dai loro territori, a cominciare dalla Striscia. Insomma una seconda Nakba. Se vogliamo impedire che questo disegno si realizzi, occorre prefigurare uno scenario alternativo basato sul primato del Diritto Internazionale e su iniziative multilaterali.
Per questo chi crede nell’universalità dei diritti umani, nella collaborazione e convivenza tra popoli e culture, nel sistema pace che è alternativo al sistema guerra, nella soluzione politica e non militare dei conflitti in Ucraina come in Medio Oriente e nelle altre 54 guerre in atto nel mondo; chi crede nella giustizia internazionale delle diverse Corti penali, nell’incontro delle religioni a sostegno della pace e della fraternità umana, deve impegnarsi a sostegno della causa e del diritto del popolo palestinese a restare e vivere nella propria terra che, tra l’altro, l’ONU gli ha riconosciuto e assegnato nella storica Partizione del 1947. Riaffermare questo diritto è precondizione sia della futura realizzazione di uno Stato Palestinese accanto a quello di Israele, sia dell’altra soluzione, quella di un futuro Stato unitario binazionale che riconosca uguale cittadinanza tanto ad ebrei che a palestinesi. Soluzioni entrambe molto difficili ma possibili solo se intanto il popolo palestinese non viene cacciato.
Indispensabile il ruolo dell’ONU
Nell’ottantesimo anniversario della Fondazione dell’ONU – 26 giugno 1945 – anniversario così trascurato da chi vuole cancellarla per sostituirla con la legge della giungla, è bene ricordare che è proprio grazie al Diritto internazionale, garantito dall’ONU, che il popolo palestinese ha gli stessi diritti del popolo israeliano e viceversa; è bene ricordare che Israele è nata grazie alle deliberazioni dell’ONU. E sempre per decisioni dell’ONU, al popolo palestinese spetta il diritto di abitare anche in futuro nella propria terra e a costituirvi una propria patria e un proprio Stato.
Finché rimane in piedi il Diritto internazionale, il popolo palestinese può rivendicare legittimamente gli stessi diritti del popolo israeliano e nessuno dei due può pretendere di cancellare i diritti dell’altro. In questo quadro i palestinesi di Gaza hanno diritto di vivere nella Striscia e a ricostruirla in piena autonomia, con l’aiuto e le adeguate garanzie assunte e realizzate dalla Comunità internazionale. Altri disegni sul destino di Gaza sono illegittimi e vanno condannati e contrastati. E’ evidente che come precondizione ci sta la liberazione di tutti gli ostaggi israeliani, così come è evidente che la sicurezza di Gaza e dei territori confinanti non può essere affidata all’esercito israeliano né tanto meno ad Hamas. E’ compito di uno sforzo multilaterale promosso dall’ONU affrontare e risolvere positivamente questo nodo che non può essere affidato alle rinate ambizioni di egemonia sul Medio Oriente da parte degli Stati Uniti. Ecco perché l’impegno più forte da assumere e da far condividere a tutti coloro che si ritengono “giusti”, a partire da quelli che vivono in Italia e in Europa, è l’impegno alla ricostruzione palestinese di Gaza, è l’impegno a riconoscere la titolarità della ricostruzione al solo popolo palestinese che dovrebbe essere chiamato ad esprimersi direttamente sul tema. Le modalità successive al riconoscimento di questo fondamentale principio di autodeterminazione dipenderanno dalla buona volontà di tutti gli attori multilaterali da coinvolgere: Italia, Unione Europea, Paesi arabi e islamici, Consiglio di Sicurezza e Assemblea dell’ONU. A quel punto si convochi da parte della Comunità internazionale una Conferenza multilaterale per la ricostruzione palestinese di Gaza con la supervisione dell’ONU e la presenza di tutti i Paesi “donatori”. Ma per arrivare a incidere su equilibri così complessi e indirizzarli nella giusta direzione occorre subito muovere i passi indispensabili dentro e fuori le Istituzioni rappresentative con pronunciamenti pubblici come quello che sta proponendo Sinistra Futura, consapevoli che la questione giuridica, etica e politica della titolarità della ricostruzione di Gaza non può essere lasciata in mano ad arroganze imperiali e a disegni razzisti e neocoloniali che mirano ad espellere i palestinesi dai loro territori.












