Una bandiera per Salvini, intanto in Sicilia le infrastrutture davvero utili al territorio non si fanno

Chi per un qualsiasi motivo si trova a dover andare in automobile da Palermo a Catania, quando per l’ennesima volta è costretto a seguire un camion che va come una lumaca perché una corsia è stata chiusa per lavori, puntualmente si chiede: ma anziché parlare del ponte di Messina, perché non aggiustano questa benedetta autostrada? Il più delle volte, per la verità, i siciliani si esprimono in modo più colorito, per non dire quando sono costretti a prendere una normale strada statale o, peggio, una provinciale.

A tutti questi malcapitati non si può neanche suggerire l’alternativa del treno, la potrebbero prendere come una provocazione. Basti pensare che per andare sempre da Palermo a Catania, il treno impiega lo stesso tempo che se si andasse da Roma a Milano, con la differenza che nel primo caso la distanza è di 225 chilometri, mentre nel secondo i chilometri sono 573. Ed è ormai stranoto che se un abitante di Trapani decide di andare in treno fino a Siracusa, deve mettere in conto dieci ore di viaggio, e questo nella migliore delle ipotesi.

Che le infrastrutture del Mezzogiorno, e in particolare della Sicilia, siano cose da Terzo Mondo è chiarissimo a Bruxelles, certo molto di più che tra i ministri del governo Meloni. Lo si è visto quando l’UE ha varato il PNRR, con una quota di finanziamenti per l’Italia ben maggiore rispetto agli altri Stati europei, ma con una chiara indicazione: il 40% delle risorse doveva essere impiegato per ridurre il gap esistente tra il Nord e il Sud del Paese. Come previsto da molti, il governo Meloni, dopo aver smantellato la struttura messa in piedi da Mario Draghi per centrare gli obiettivi del PNRR, ha cominciato col dire che i finanziamenti europei erano troppi, che non era possibile rispettare la tempistica per la realizzazione di tutte le opere previste, che era meglio concentrare gli sforzi e i soldi dove si era sicuri di portare a termine i lavori, e quindi accantonare diversi progetti che, guarda caso, erano per la maggior parte previsti per le regioni meridionali. Così, addio agli asili nido, ai nuovi edifici scolastici, agli ospedali e, per quanto riguarda i trasporti, alle autostrade e ai treni ad alta velocità.

È in questo contesto che Matteo Salvini ha ritirato fuori il progetto del Ponte di Messina. Non riuscendo a fare le cose più banali, ha annunciato la decisione di realizzare l’opera più ardita mai tentata al mondo: un ponte ad arcata unica lungo più di tre chilometri. Ma siccome le cose semplici non ci piacciono, si vuole costruire il ponte più lungo del mondo sopra un crocevia di placche tettoniche che, oltre a causare terremoti, allontanano lentamente, ma costantemente, la Sicilia dalla Calabria. Non basta: su quel braccio di mare si registrano venti tanto forti che renderebbero spesso necessario bloccare il transito degli autoveicoli e dei treni. Non ci si può quindi meravigliare se da più parti si sollevano dubbi sulla realizzabilità di quell’opera. Sarà compito dei tecnici valutare il progetto definitivo, ma la sensazione è che di certezze al momento ce ne sono molto poche.

D’altra parte, Salvini lo si deve capire, non può andare alle elezioni europee senza una bandiera da sventolare. La paura dell’immigrazione non tira più come una volta, e poi con la destra al governo gli sbarchi sono raddoppiati, e le fesserie sostenute in passato, come la storia del blocco navale o dei porti chiusi, non si possono ripetere senza suscitare l’ilarità generale. Gli investimenti per il Sud sono stati, come si diceva prima, drasticamente ridimensionati. E per galvanizzare l’elettorato certo non basta la difesa degli interessi di chi ha le concessioni balneari, o dei titolari di licenza taxi, e men che meno la dichiarazione di guerra al limite dei 30 km orari nel centro di Bologna. Cosa c’è di meglio, quindi, che tirar fuori qualcosa di epico che inorgoglisca i siciliani e allo stesso tempo faccia intravedere begli affari alle grandi imprese settentrionali. Certo, la titanica impresa susciterà in alcuni anche idee non penalmente commendevoli, ma pazienza, non si può avere tutto nella vita. L’importante è poter offrire un sogno, e si sa che sono i sogni a portare voti. E in questo campo non c’è niente di più collaudato del ponte sullo Stretto. Sono più di duemila anni che si fantastica su come unire la Sicilia e la Calabria. Sembra, ma le fonti sono incerte, che il primo a tentare l’impresa sia stato il console Lucio Cecilio Metello che, vinta la battaglia che pose fine alla prima guerra punica, aveva il problema di portare a Roma gli elefanti strappati ai cartaginesi. Non si sa se sia riuscito veramente a fare una passerella galleggiante tra le due sponde, ma la storia è piaciuta tanto da resistere fino ai nostri giorni. Ora questa chimera ci viene riproposta. Che si realizzi è dubbio. L’unica certezza è che le ferrovie e le strade in Sicilia continueranno a essere quel che sono per chissà quanto tempo ancora.

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