Si vota! Perdonateci per l’entusiasmo, ma la possibilità di esprimersi liberamente sta diventando quasi un evento, in quest’Italia meloniana sempre più assoggettata al pensiero unico e in questo Occidente dimentico di se stesso e dei suoi presunti “valori”, come peraltro stiamo vedendo nell’inferno di Gaza di cui, a differenza dell’Ucraina, sembra non importare niente a nessuno. Si vota, nella società del doppio, se non triplo, standard morale, in cui i morti sono sempre più di Serie A e di Serie B. Vale per ucraini e palestinesi ma anche per i lavoratori, che continuano a cadere come mosche nell’indifferenza generale, come se lo strazio di centinaia di persone e delle rispettive famiglie non ci riguardasse. Si vota il prossimo 8 e 9 giugno per cinque referendum: due volti a smantellare il Jobs Act renziano con altri due volti  a contrastare il suprematismo liberista e uno promosso, tra gli altri, da Più Europa per dimezzare i tempi relativi all’ottenimento della cittadinanza italiana da dieci a cinque anni. Si vota, e noi ci schieriamo a favore di 5 SÌ: per guardare al futuro, per seppellire definitivamente una delle peggiori stagioni del centrosinistra, se è lecito utilizzare questa definizione in proposito, e per contribuire a ricostruire non solo una coscienza democratica adeguata ma anche quel campo progressista senza il quale è impossibile anche solo ipotizzare un’alternativa a questa destra. 

Peraltro, ora che Ignazio La Russa ha dato prova, se ancora ce ne fosse bisogno, di non essere minimamente all’altezza del ruolo che ricopre (per inciso, è la seconda carica dello Stato), affermando con nonchalance, nel corso di un’iniziativa di partito, che inviterà la cittadinanza ad astenersi, la necessità di recarsi in massa alle urne si fa ancora più impellente. Per quanto le responsabilità del disastro che investe il mondo del lavoro siano, infatti, solo in parte responsabilità dell’attuale esecutivo, non c’è dubbio che, nel momento in cui assistiamo a un simile scempio comunicativo, con annesso codazzo di laudatores interessati, l’idea di fare uno sgarbo a questo governo non possa lasciarci indifferenti. Le questioni di merito sono prioritarie, sia chiaro, in quanto dai licenziamenti ingiusti del Jobs Act al risarcimento senza limiti nelle piccole imprese, fino al rendere meno convenienti i contratti a termine, alla responsabilità della ditta principale in caso di infortunio e al dimezzamento dei tempi per ottenere la cittadinanza italiana (da dieci a cinque anni), c’è una miriade di motivazioni concrete per recarsi alle urne e votare SÌ. L’arroganza dell’esecutivo e di una parte dell’opposizione, tuttavia, non costituiscono un aspetto secondario. Dall’attuale governo ci aspettiamo qualunque cosa, da una certa parte dell’opposizione, se è lecito definirla così, ahinoi anche. Parliamo di quei personaggi irriducibili, ancora convinti che la Terza via sia il non plus ultra, che il blairismo abbia fatto solo cose buone e che si debba procedere lungo la rotta di un sedicente “riformismo” che altro non è che la privazione di ogni diritto per chi già ne ha pochi. Parliamo degli animatori della stagione renziana, i cui danni la sinistra italiana finirà di pagarli forse fra qualche decennio, che, guarda caso, coincidono con coloro che butterebbero fuori domattina Elly Schlein, non avendo mai accettato che la segretaria del PD esprima persino qualche idea progressista e stia provando a smantellare, nei limiti del possibile, i disastri di Renzi e i silenzi e l’acquiescenza dei suoi successori. Sono gli stessi che non vogliono alcuna alleanza col M5S, reo di non essere “atlantista”, cioè prono ai signori della guerra, di avere a cuore la giustizia sociale e i diritti dei poveri e degli ultimi e finanche – udite, udite! – di avere una propria linea autonoma, non schiacciata su quella del Partito Democratico per quanto riguarda l’invio di armi all’Ucraina, la condanna senza appello dell’operato di Israele a Gaza e la via da seguire in fatto di tutele e garanzie per i dannati della globalizzazione.

Al che ci appelliamo soprattutto ai giovani. Se c’è qualcuno che può fare la differenza, questi siete voi. Se il prossimo 8 e 9 giugno sceglieste di recarvi alle urne, prima o dopo essere andati al mare, le vostre condizioni di vita e di lavoro potrebbero notevolmente migliorare. Occhio, perché il futuro non ve lo garantisce nessuno, meno che mai mentre rullano i tamburi di guerra e un quartetto di bontemponi, sedicenti leader europei (Macron, Starmer, Merz e Tusk), va in giro a parlare ancora di armi e sanzioni, illudendo un povero cristo, Zelens’kyj, di poter continuare all’infinito una guerra che ha già perso e dalla quale il suo Paese rischia di uscire non solo in macerie ma anche smembrato. Occhio, perché i diritti che le generazioni precedenti consideravano ormai acquisiti, dalla scuola alla sanità, per voi rischiano di non esserlo. Occhio, perché senza lavoro non c’è avvenire, non c’è vita, non c’è famiglia e non c’è alcuna possibilità di acquistare una casa né di mettere al mondo dei figli: sembrano banalità ma non lo sono. Occhio, insomma, perché avete un’ottima occasione per prendervi cura di voi stessi, per riappropriarvi di un bene supremo come la cittadinanza e per decidere in prima persona cosa volete essere. Sprecarla significherebbe gettate al vento l’ennesima possibilità di contare qualcosa e di incidere nei processi decisionali di un’Italia che vi ha relegato ai margini, trasformandosi in un luogo inospitale per chiunque abbia pensieri e idee, nel quale a dare le carte sono rimasti quattro tromboni sfiatati che erano obsoleti già trent’anni fa e ora rasentano il ridicolo: non per ragioni anagrafiche ma per la miseria morale che esprimono in ogni circostanza.

Non è un caso se a fare campagna per l’astensione o, in rari casi, per il NO sono tutti coloro che hanno solo da guadagnare dall’avere davanti un popolo di sudditi. Non è un caso se sono gli stessi che hanno fatto fuoco e fiamme contro il Reddito di cittadinanza e tutti gli altri provvedimenti che, se confermati e implementati, avrebbero restituito un minimo di dignità a chi oggi ha fra le mani soltanto la propria disperazione. E non è un caso se sono gli stessi che non vogliono alcuna alleanza progressista, preferendo il conservatorismo più bieco e reazionario a qualsivoglia forma di giustizia sociale che metterebbe a repentaglio il loro potere autoreferenziale e lobbistico. Di questo stiamo parlando, care ragazze e ragazzi: della vostra morte civile. Perché voi in quest’Italia non avete un domani. Voi in quest’Italia non siete considerati cittadini. Voi in quest’Italia non andate a scuola per imparare a ribellarvi alle ingiustizie ma per trasformarvi in meri esecutori robotici di ordini impartiti altrove. Voi, in poche parole, non avrete alcuna prospettiva se non deciderete di decidere in prima persona, smettendola di delegare ad altri e di fare il gioco di chi vi ha tolto prima l’istruzione, poi il salario e domani la pensione e l’assistenza medica, di cui prima o poi tutti potremmo avere bisogno.

Non staremo qui a elencare i nomi degli studenti morti durante la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”, ma anche quello è un buon modo per abituare le nuove generazioni a un destino di sudditanza e di sostanziale schiavitù, al punto che adesso l’età per andare a rischiare la vita vorrebbero addirittura abbassarla a quindici anni. E se qualcuno dovesse rispondere che ciò che abbiamo scritto non attiene in maniera specifica al testo dei quesiti referendari, si sbaglia di grosso: è il clima, infatti, a determinare le riforme, in un senso o nell’altro. E se la barbarie che saremo chiamati ad abrogare a giugno è stata possibile è perché è stata compiuta un’opera di convincimento trentennale a suon di propaganda liberista, fino a mettere gli ultimi contro i penultimi e a creare una società di monadi, senza rappresentanza sindacale, senza la possibilità di fare politica e senza neanche più la voglia di credere in qualcosa e di scegliere a chi affidare il Paese.

“L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” e “la sovranità appartiene al popolo” sono due concetti essenziali, non a caso posti ai commi uno e due dell’articolo 1 della nostra Costituzione. Lavoro, Repubblica, democrazia e sovranità sono valori inscindibili: se viene meno un pilastro, come stiamo vedendo, viene giù tutto. E ora che il lavoro è diventato un terno al lotto, un terreno minato appannaggio delle decisioni di multinazionali con la sede fiscale all’altro capo del globo e magari un amministratore delegato che a stento conosce l’italiano, si è tornati a una monarchia di fatto: non nel senso che al Quirinale risiedano nuovamente i Savoia ma nel senso di un dominio assoluto dei nuovi sovrani, artefici di uno statuto globale non scritto che prevede la scomparsa del cittadino per come lo abbiamo inteso fin dai tempi dell’illuminismo e della Rivoluzione francese.

Infine, una considerazione sulla cittadinanza. Chi nasce in Italia deve essere italiano non per alterare gli equilibri elettorali a vantaggio di questo o quel partito, anche perché i bambini non votano. Il punto è che nell’accoglienza e nell’inclusione risiede la nostra sicurezza, oltre che una società più aperta e di gran lunga migliore, mentre nella marginalizzazione del prossimo si sedimenta quell’odio che può condurre ad azioni contrarie al vivere civile. È dunque un principio liberale e persino securitario, ci sia consentita questa provocazione, quello che invochiamo! Non vorremmo che dopo il magistero di papa Francesco, dovesse essere papa Leone XIV, erede del pontefice della “Rerum novarum” e della dottrina sociale della Chiesa, a dire tutto ciò che la sinistra non è più in grado di dire. Se abbiamo inquadrato un po’ il personaggio, lui queste cose a breve le dirà, come ha già detto che serve una pace “disarmata e disarmante”. Sarebbe bello se la vera differenza rispetto al predecessore fosse che almeno lui non rimanesse una “vox clamantis in deserto”.

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