Intervista a Fabio Armao docente di Relazioni internazionali

Restart: nel suo ruolo di docente di Relazioni internazionali all’Università di Torino e nei suoi lavori di analisi sul problema della guerra e della pace emerge una critica alla pigrizia di chi legge le “nuove guerre” con i vecchi concetti di politica di potenza, imperialismo, nazionalismo. Quali nuovi paradigmi suggerisce di adottare per capire meglio i conflitti in corso e soprattutto quello in Ucraina che rischia di cambiare o addirittura snaturare il futuro stesso dell’Unione Europea? E ancora nel suo libro più recente “Capitalismo di sangue. A chi conviene la guerra” sostiene che la guerra scatenata da Putin sarebbe una conseguenza dei processi di globalizzazione “senza freni” avviati dalla caduta del muro di Berlino. Dunque la fase storica che stiamo vivendo è segnata più da quello spartiacque del 1989 che non dall’attentato terroristico delle torri gemelle dell’11 settembre 2001?

Fabio Armao: in effetti, il dibattito seguito allo scoppio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, soprattutto in Italia, è stato caratterizzato dall’improvvisa riscoperta di tutto il lemmario novecentesco della politica di potenza e della geopolitica. Quasi a voler trovare rassicurazione, conforto, in qualcosa di già noto, anche a costo di travisare la realtà. Il contesto odierno ha ben poco in comune con quello di un secolo fa dal punto di vista sia politico sia economico. Per non parlare poi della dimensione sociale: le masse – ed è questa l’unica nota davvero positiva – non sono più facile preda dei deliri nazionalistici di inizio Novecento. Lo dimostra, oltre ogni dubbio, la difficoltà che i belligeranti incontrano nel ricorrere alla coscrizione obbligatoria; compresa la stessa Ucraina, che pure combatte una guerra di difesa del proprio territorio. Le giovani generazioni, per nostra fortuna, non sono più “socializzate alla guerra” come lo erano quelle dei nostri nonni.

Nel nostro Mondo Nuovo le differenze tra democrazie e autocrazie, che pure permangono (e incidono sulla maggiore o minore qualità della vita di chi le abita), tendono a passare in secondo piano rispetto alla condivisione di un unico sistema capitalistico e all’integrazione nei processi di globalizzazione che ne hanno contraddistinto gli ultimi decenni di sviluppo irrefrenabile. Lo “zar” Putin era un partner commerciale ed economico accolto a braccia aperte dai governi e dalle imprese occidentali fino al giorno prima dello scoppio del conflitto. E, anche in questo caso, ne troviamo una conferma evidente nelle cronache recenti: nel congelamento dei beni degli oligarchi russi e nel tentativo di utilizzare i profitti così generati per finanziare l’acquisto di armi da inviare in Ucraina.

Dal mio punto di vista, è il 1989 a segnare una frattura senza precedenti rispetto al passato, e gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 sono una delle tragiche conseguenze della grande trasformazione che ha avuto luogo da allora. Il sistema post-bipolare stenta a trovare nuove regole di condotta e chiare gerarchie di potere. La caduta dell’Unione Sovietica, a ben vedere, priva l’amministrazione americana di un nemico che si era rivelato però anche un ottimo partner di governo a livello internazionale. Le due superpotenze erano riuscite, infatti, a costruire un’ampia rete di relazioni clientelari che aveva permesso, in particolare ai paesi in via di sviluppo, di giocare lo spostamento dall’uno all’altro dei due blocchi come carta per ottenere sempre maggiori risorse. L’immediato smantellamento di quella rete e il drastico taglio dei finanziamenti che ne consegue compromettono le capacità di leadership degli Stati Uniti, le cui pretese di esercitare la propria autorità su tutto il pianeta cominciano ad apparire a molti illegittime.

Il 1989, tuttavia, segna una frattura ancor più significativa nei rapporti tra politica e mercato. Del resto, appare oggi evidente che a vincere sia stato un sistema economico prima ancora che un sistema politico. La sconfitta del comunismo deve molto di più alla competitività del capitalismo americano, artefice del fallimento dell’economia di stato sovietica, che alla capacità di penetrazione dei valori democratici. Lo dimostra tra l’altro il fatto che mentre il capitalismo non ha da allora incontrato ostacoli alla propria espansione, la democrazia in molti paesi (e non solo dell’ex-blocco sovietico) è una conquista ancora più di forma che di sostanza. Anzi, il capitalismo si è affermato spesso a spese della democrazia, imponendo costi sociali elevatissimi a una crescente moltitudine di uomini e donne.

La caduta del muro di Berlino, in altri termini, ha liberato le forze del capitalismo dai vincoli geopolitici che avevano caratterizzato l’epoca della Guerra fredda. Come se avessero infine ceduto gli argini, il libero mercato è esondato nell’Europa orientale, in Russia, persino in Cina, spazzando via le istituzioni preesistenti o, quanto meno, asservendole ai propri fini. Nell’arco di pochi anni esso ha portato a termine un’impresa che oscura, per la rapidità con la quale è stata realizzata e per la vastità dei paesi coinvolti, le pur numerose opere di conquista che avevano fino a quel momento caratterizzato la storia del capitalismo. In conseguenza di quell’evento, inoltre, gli stati hanno cominciato a ripensare il proprio ruolo avviando un processo di privatizzazione che ha interessato un numero crescente di settori fino a quel momento a gestione pubblica – dall’educazione, alla sanità, alle forze armate. Tale scelta, intesa come rimedio per abbattere i crescenti deficit del bilancio statale, ha finito con il mettere in discussione l’idea stessa di democrazia come meccanismo di redistribuzione delle risorse, accentuando le disuguaglianze invece di ridurle.

Restart: più volte in incontri pubblici ha sostenuto che è sempre stato affascinato dalla questione tragica della guerra per capirla in tutte le sue dimensioni non certo per giustificarla. Ecco: la natura della guerra è sempre la stessa o cambia nel tempo? La guerra è un fenomeno ciclico e inevitabile oppure dipende sempre dalla volontà politica di chi decide di usarla?

Fabio Armao: la comprensione delle guerre attraverso lo studio storico e comparato delle sue manifestazioni è stato sempre uno dei miei principali temi di ricerca (insieme allo studio delle mafie). Quello che ho imparato è che la guerra non è mai inevitabile e non ha niente a che vedere con la natura e gli istinti dell’uomo. È un evento in tutto e per tutto culturale, sul quale istituzioni statali, economiche e sociali hanno investito nei secoli infinite risorse umane, materiali e finanziarie. Il paradosso è che se le guerre hanno prodotto distruzioni immani e lo sterminio di interi popoli, la loro pianificazione ha anche generato le maggiori innovazioni scientifiche e tecnologiche impiegate anche nei settori civili. Sono le esigenze belliche ad aver consentito, con l’avvento della rivoluzione industriale, le maggiori innovazioni in campi che vanno, per fare soltanto degli esempi, dai trasporti (terrestri, navali e infine aerei) alla medicina (i vaccini, necessari a impedire il diffondersi delle epidemie tra i soldati); per non parlare, in tempi più recenti, delle tecnologie informatiche (dai computer a internet).

La guerra è sempre una scelta, non una necessità; insomma, è un agire razionale che, nella storia ha visto una straordinaria sinergia tra stato e capitalismo. A partire dal Cinquecento, in Europa la guerra rappresenta il principale vettore dei processi di state-making; è lo strumento che permette l’affermarsi di un potere sovrano all’interno di un certo territorio, consentendo l’evoluzione dal pluriverso feudale al monopolio legittimo della forza. E, ciò che è più significativo, non si è mai verificato che uno stato si dotasse di forze armate che non fossero del tutto compatibili con i propri fondamenti di legittimità. Le monarchie si servono di mercenari e, quando i loro bilanci glielo consentono, di professionisti a lunga ferma; la coscrizione è una risorsa della Francia rivoluzionaria (e napoleonica) e, più tardi, dei regimi parlamentari, quando i sudditi vengono elevati allo status di cittadini – se rivendicano diritti, allora devono anche assumersi l’onere di difendere la patria. Oltre a ciò gli stati, una volta consolidatisi all’interno, si sono fatti periodicamente la guerra; potremmo dire, in estrema sintesi, per fissare delle gerarchie di potenza. E per la gioia dei teorici dei cicli, il caso ha voluto che grosso modo ogni cento anni si combattesse una guerra globale per l’egemonia che vedeva coinvolte le massime potenze dell’epoca…

Ma questa è soltanto una parte della storia, alla quale bisogna affiancare quella delle imprese coloniali, che le monarchie esternalizzano volentieri ad attori privati: le compagnie commerciali privilegiate (come la nota East India Company britannica) sono le avanguardie e le principali protagoniste del capitalismo, impegnato già a partire almeno dal Seicento nel grande gioco della globalizzazione. Più in generale, la confluenza di interessi tra stato e capitalismo nella gestione della guerra emerge dal fatto che, nel momento stesso in cui si afferma (seppure in modo graduale e discontinuo) il principio che la funzione combattente vada affidata a un cittadino-soldato e non più a un semplice mercenario – seguendo, quindi un percorso che va dal privato al pubblico – i governi imboccano una strada opposta nel campo della produzione degli armamenti: tra fine Ottocento e inizio Novecento, gli arsenali statali cedono il passo alle industrie private, capaci di più efficienti economie di scala e di maggiori investimenti in sviluppo e ricerca, seppure al prezzo di un’espansione senza precedenti del mercato, drogato da un’offerta tale da alimentare la crescita della domanda, creando un circolo vizioso che da allora non si è mai interrotto.

La fine della Guerra fredda, invece di interrompere quel ciclo e di favorire la pace e la democrazia, ha piuttosto generato la proliferazione di quelle che in letterature vengono definite “nuove guerre”: conflitti per lo più interni agli stati, che vedono la partecipazione di una congerie di “attori non statali della violenza” in competizione per il controllo di porzioni anche limitate di territorio. In questi ultimi decenni, infatti, gruppi terroristici e di guerriglia, organizzazioni criminali, mercenari (meglio: contractors) alle dipendenze di corporation militari private destinati hanno finito col rendere i conflitti una condizione permanente, quotidiana, per milioni di civili costretti sempre di più a interpretare il ruolo di vittime inermi.

Restart: senza giustificare il regime di Putin e la sua precisa responsabilità nel decidere l’invasione dell’Ucraina, questa guerra poteva essere evitata con una maggiore capacità e volontà in iniziativa diplomatica da parte dell’Unione Europea? Già nel 2014 dopo Minsk 1 e Minsk 2 non si sarebbe dovuto affrontare seriamente il nodo irrisolto anche nel Diritto internazionale tra integrità territoriale di uno Stato e principio di autodeterminazione delle sue minoranze interne?

Fabio Armao: provo a rispondere partendo dal problema, enorme, implicito nella seconda domanda. Da un lato, la storia dimostra che il territorio è stato posto alla base dell’idea stessa di sovranità. Quel processo di state-making cui si è accennato, soprattutto nell’esperienza europea, è consistito in una successione di “trinceramenti territoriali” da parte delle diverse case regnanti, che si sono rafforzate includendo nei propri domini spazi appartenenti ad altri potentati – di volta in volta, sconfitti militarmente o cooptati nella classe di governo (in origine, nella nobiltà di corte). Dall’altro, il principio che quei territori dovessero comprendere al proprio interno gruppi, popoli, culturalmente omogenei si è diffusa più tardi, con l’affermarsi dell’idea di nazione; di per sé non eversiva, se declinata nel senso di rivendicazione di una lingua e di una storia condivisa, soprattutto in periodi in cui l’alfabetizzazione delle masse costituiva un presupposto indispensabile della modernizzazione. Il problema è sorto nel momento in cui l’idea di nazione è evoluta in nazionalismo; quando cioè i governi hanno preteso, per finalità politico-ideologiche, di imporre limiti stringenti, e diciamo pure razziali, di inclusione sociale, discriminando chiunque pretendesse di salvaguardare la propria diversa identità. Il sacrosanto principio dell’autodeterminazione dei popoli sancito dal Diritto internazionale di per sé non implica necessariamente la secessione degli stessi dal proprio stato di appartenenza; purché però quello stato si dimostri capace di prevedere nel proprio ordinamento istituzioni e norme in grado di garantire la convivenza pacifica di popoli e culture diverse, concedendo loro, ove necessario, ampi margini di autonomia amministrativa. Un compito nel quale, tuttavia, anche le democrazie si sono dimostrate alquanto deficitarie.

Venendo al caso del conflitto russo-ucraino, la mia impressione è che la contesa sulla regione del Donbass abbia rappresentato un ottimo pretesto – diciamo il perfetto storytelling – per una guerra che ha cause molto più prosaiche. La guerra scatenata da Putin rientra appieno nel contesto delle nuove guerre delineato in precedenza, va cioè considerata una conseguenza dei processi di globalizzazione “senza freni” avviati dalla caduta del muro di Berlino. Rispetto all’Afghanistan, all’Iraq, alla Siria, alla Libia, allo Yemen – per fare soltanto alcuni degli altri esempi possibili – l’Ucraina incarna un salto di qualità perché al centro dell’Europa e per l’entità degli armamenti impiegati. Tuttavia, come accade in tutti gli altri teatri di guerra, anche in questo caso l’obiettivo è fare del massacro e della distruzione il pane quotidiano di popolazioni inermi (seppure, qui, in numero molto più elevato); e generare, di conseguenza, un flusso ancora più biblico di profughi (adesso tutto interno all’Europa).

La strategia comunicativa del presidente Putin di vendersi come l’erede di Pietro il Grande o della zarina Caterina mira a far dimenticare al popolo russo che negli oltre vent’anni trascorsi dal giorno del suo insediamento, lui e i suoi amici oligarchi si sono accaniti a depredare il proprio paese, facendo della seconda potenza mondiale il massimo esempio al mondo di liberismo predatorio. È una vera e propria arma di distrazione di massa, necessaria a rafforzare la costruzione del suo carisma. Appellarsi al mito dello zarismo mira a far dimenticare che, dalla sua salita al potere, Putin ha fatto scempio della legalità modificando la costituzione a proprio uso e consumo, riducendo a farsa le elezioni (inventandosi il ticket con il comprimario Medvedev) e incarcerando qualunque oppositore si dimostrasse in grado di impensierirlo. E, così pure, che dal giorno successivo al suo insediamento ha manifestato una chiara predilezione per il ricorso alla violenza nelle relazioni con i vicini desiderosi di emanciparsi dal dominio russo. Lo testimoniano la determinazione (la brutalità) con la quale cambia le sorti della seconda guerra in Cecenia (1999-2009); il successivo, rapido, intervento in Georgia (nel 2008) nel quale collauda il metodo, che replicherà in Ucraina, di alimentare i secessionisti di Ossezia del sud e Abcasia; e, ancora, la scelta di fomentare e armare il separatismo russo in Crimea, fino alla messa in scena di un referendum farsa e della successiva proclamazione dell’indipendenza (nel 2014).

Per quanto riguarda la domanda sulla capacità diplomatica dell’Unione europea, non voglio certo eluderla; ma la risposta è tristemente lapidaria: quella stessa Europa che aveva accolto Putin per anni e con tutti gli onori nelle proprie capitali (indimenticabile l’amicizia fraterna con Silvio Berlusconi), che l’aveva scelto come affidabile partner commerciale e fornitore di risorse energetiche, che aveva accolto nelle proprie banche i capitali spesso illeciti degli oligarchi russi (generosi, oltretutto, di investimenti immobiliari) e che aveva persino spalancato loro la cittadinanza europea attraverso il programma dei Golden Visas, ha preferito esternalizzare la gestione diplomatica del conflitto ad altre autocrazie, quali la Turchia – così come ha fatto, di lì a poco, anche nel caso della guerra in Israele, addirittura delegando il compito al Qatar, paese finanziatore di Hamas (un caso di conflitto d’interessi senza precedenti).

Restart: L’Unione Europea nei suoi documenti ufficiali discute di “autonomia strategica” ma la declina più in hard power che in soft power e soprattutto non fa i conti con la limitazione della propria sovranità sovranazionale condizionata com’è dalla Nato e dall’iperatlantismo di tanti suoi leader. Non pensa che la sconfitta alle elezioni europee del presidente francese Macron e del cancelliere tedesco Olaf Scholz sia dovuta anche alla perdita della loro autonomia strategica in politica estera?

Fabio Armao: sono del tutto d’accordo. Sembra che l’intero Occidente, Europa in testa, abbia dimenticato le “raffinatezze” del soft power per declinare il concetto di sicurezza in termini puramente militari – che è poi, peraltro, la stessa postura che adotta nei confronti di un problema di natura sociale e umanitaria come quello delle migrazioni. Potrei anche aggiungere che non dovremmo sorprenderci più di tanto, visto che l’imprinting di quelle che un tempo erano definite grandi potenze europee è rappresentato da un’egemonia, pretesa e perseguita con determinazione e durata cinquecento anni, sul resto del mondo: ancora all’immediata vigilia della Prima guerra mondiale, l’Europa dominava l’84 percento del pianeta. La successiva egemonia degli Stati Uniti si è imposta durante la Guerra fredda, giustificata tra l’altro dalla necessità europea di cercare riparo sotto il suo ombrello nucleare. Dopo il 1989, l’Unione Europea avrebbe potuto rivendicare una propria maggiore autonomia e, invece, è rimasta succube degli alterni umori – multi- o unipolari – delle successive amministrazioni americane.

Il dibattito sulla difesa comune europea, rivitalizzato in particolare dal conflitto in Ucraina, mi sembra confuso e velleitario e troppo spesso giocato dai leader nazionali guardando più alle proprie opinioni pubbliche interne e alle contingenze elettorali che al futuro dell’Europa. Per di più, sbagliando le analisi e le previsioni: Macron e Scholz si sono dimostrati incapaci di cogliere gli umori più autentici dei propri elettori che – questa la mia impressione – sono tuttora più condizionati dai problemi domestici che dalla pur drammatica situazione della politica estera e dal dilagare dell’antiatlantismo.

Restart: nell’attuale sistema internazionale dove sembra prevalere la disunità del mondo ed è ripresa la corsa al riarmo sia convenzionale che nucleare è ancora attuale parlare di logica di blocco politico-militare, di ambizioni egemoniche, di tensioni tra unipolarismo e multipolarismo che si starebbero disputando la transizione verso un nuovo ordine internazionale? In questo quadro in mutamento l’ONU potrà ancora avere un ruolo e come potrà riconquistare un ruolo non secondario?

Fabio Armao: la mia impressione è che questo intero lemmario non sia più in grado di aiutarci a comprendere il mondo in cui viviamo. Negli ultimi anni sono andato alla ricerca di quello che chiamo “l’algoritmo del caos”, un’espressione che non ho scelto a caso, perché la metafora della rete è quella che più ci può aiutare a comprendere e analizzare la realtà contemporanea in tutta la sua complessità. La caduta dei regimi comunisti e la fine del bipolarismo, e soprattutto il procedere della globalizzazione, hanno innescato un’autentica mutazione della realtà sociale, nei suoi aspetti macro-strutturali come pure nelle dimensioni della vita quotidiana dei singoli individui, che ha finito con l’alterare gli assetti e i rapporti di forza tra i detentori del potere politico, economico e sociale.

Non viviamo più in un mondo fatto soltanto di stati – di cui, certo, non constatiamo la scomparsa; ma, semmai, la “ritirata”: l’intenzionale ridimensionamento delle proprie funzioni e dei propri compiti che si concretizza nella distruzione, anche nelle democrazie, dei sistemi di welfare a tutto vantaggio di quel modello di stato minimo così caro ai neoliberisti di ogni latitudine. Le gerarchie politiche sono cambiate, riportando alla ribalta in particolare le città, diventate i principali hub in cui risiedono individui e soprattutto gruppi (clan) che accentrano al proprio interno risorse politiche, economiche e sociali. Ci tornerò tra un attimo.

In estrema sintesi, potremmo dire che il Mondo Nuovo sembra ormai governato da due principali tendenze. La prima, nel campo del mercato, vede il trionfo dell’economia e della finanza ombra. Mi riferisco a tutte quelle attività economiche e produttive legali che vengono intenzionalmente occultate (soprattutto per ragioni fiscali) e a quelle esplicitamente illecite e criminali. Esiste ormai, in altri termini, un doppio capitalismo che alla sfera della normalità ne affianca un’altra della discrezionalità, che tende a sfruttare i vantaggi garantiti dalle pratiche e dalle istituzioni dell’occultamento (si pensi alle agenzie di intermediazione creditizia che offrono ai propri clienti strumenti di shadow banking, ai paradisi fiscali e ai centri offshore, ai protocolli darknet e alle criptovalute). La seconda tendenza, nel campo della politica, è il sistematico perseguimento dell’instabilità egemonica, che sovverte l’idea che la presenza di uno o più attori egemoni possa garantire una maggiore stabilità all’intero sistema internazionale. Oggi sono spesso le stesse grandi e medie potenze che alimentano ad arte i conflitti in un numero crescente di paesi, affidandone la conduzione a una moltitudine incontrollabile di attori non statali della violenza.

In un contesto simile, organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite vedono delegittimato il proprio ruolo e depotenziate le proprie capacità di mediazione e di risoluzione dei conflitti; e questo per il semplice fatto di operare al livello intergovernativo, quando i rapporti e le lotte, sanguinose, per il potere si giocano tra attori che, sempre più di frequente, perseguono finalità e interessi che non sono quelli istituzionali e collettivi. Il rischio concreto è che le Nazioni Unite, come l’Unione Europea, si trasformino sempre di più in arene “virtuali” di dibattito politico, lontane tuttavia dalla realtà dei territori afflitti dalle guerre e incapaci di alleviare le sofferenze delle masse di civili, donne e bambini in prima fila, che ne sono vittima.

Restart: nelle sue analisi lei parla di “totalitarismo neoliberale”, di mercato autoregolato che sempre più comanda e sostituisce la politica e che diventa addirittura fattore di guerra. Tutti gli Stati, compresa la Russia, si stanno integrando nello stesso sistema globale attraverso forme di governo clanico, oikocrazia, per cui la competizione economica e la stessa guerra non sono più tra sistemi e ideologie concorrenti ma interne ad un sistema “capitalistico clientelare”. Ci spiega meglio questa analisi? Ma allora dov’è la tanto decantata superiorità dell’Occidente?

Fabio Armao: per riassumere anche quanto detto fin qui, potrei dire che il passaggio di millennio, dopo la caduta dei regimi comunisti e la fine della Guerra fredda, ha visto innescarsi un processo di ristrutturazione globale della società che sta investendo ogni dimensione della vita quotidiana degli individui e le istituzioni cui essi hanno finora affidato l’organizzazione dei propri interessi e della propria stessa sopravvivenza. La politica dei partiti di massa, della lotta di classe e della difesa degli interessi collettivi ha lasciato il posto a una congerie molto più ricca e diversificata di attori, capaci di attingere, a seconda delle necessità, alle risorse tipiche delle diverse sfere sociali: politica, economica e civile, producendo di volta in volta delle proprie, originali, configurazioni di potere. Lo stato moderno, che ha incarnato negli ultimi cinque secoli l’istituzione di riferimento delle dinamiche sociali, ancora esiste. Il network che aveva costruito e implementato nel tempo, quella comunità internazionale che, nel corso del Novecento, era arrivata infine a comprendere al proprio interno tutte le terre emerse, è ancora attivo. Ma non è l’unico network; né, oggi, necessariamente il più rilevante.

I nuovi protagonisti di questa grande trasformazione sono gruppi capaci di attingere a mix originali di risorse della più diversa natura proprio grazie alla riscoperta dei vantaggi dei legami di tipo clanico; e che, in breve tempo, si dimostrano in grado di coniugare locale e globale meglio di quanto non riescano a fare le vecchie istituzioni statali, a un costo più basso e senza i vincoli imposti dal rispetto delle regole democratiche. Un esempio ovvio è la criminalità organizzata nelle sue diverse manifestazioni: dalla mafia, al terrorismo, ai signori della guerra. Ma la logica del clan è tornata prepotentemente alla ribalta in politica: basti pensare all’amministrazione “familistica” di Donald Trump negli Usa o di Bolsonaro in Brasile, o ai cerchi e i gigli magici di italiana memoria (per non parlare delle web tribes delle attuali forze di governo). E caratterizza ormai anche le dinamiche apparentemente algide delle élites finanziarie e dei Ceo delle grandi corporation multinazionali. Dall’età dei diritti individuali si è così transitati, senza alcuna soluzione di continuità e senza significative opposizioni, in un’era dominata dalla società globale dei clan che, per esser chiari, costituisce la morte della democrazia novecentesca.

Questa proliferazione dei clan si concretizza in una forma di governo che ho definito, con un neologismo, oikocrazia; termine che deriva dall’unione del termine greco kratos, potere, con oikos, che identifica la casa, ma anche la famiglia, il clan (e, per questo, costituisce la radice anche della parola economia). L’oikocrazia, quindi, vuole definire una forma politica caratterizzata da due principali elementi: la riscoperta del clan come struttura di riferimento del sistema sociale e la prevalenza degli interessi economici, privati, su quelli politici, pubblici. L’oikocrazia arriva a proporsi come un modello universale che soprassiede alle tradizionali declinazioni della politica, dalla democrazia all’autoritarismo – regimi dei quali, semmai, tenderà a emulare le forme, riducendoli a epifenomeni. L’oikocrazia, inoltre, non si presenta come una forma residuale di governo, da imputare magari a quei paesi in via di sviluppo alla periferia del sistema internazionale che già si trovano costretti a convivere con stati di volta in volta “falliti” o “canaglia”. Al contrario, ha origine nei paesi occidentali e più industrializzati e dall’Occidente si espande poi nel resto del mondo.

Il capitalismo clientelare rappresenta, per dirla in una battuta, la sintesi – il punto di ricaduta nei territori – di questa rete transnazionale di clan che governa un mondo sempre più complesso (e governato, come detto in precedenza, dall’economia ombra e dall’instabilità egemonica). Si tratta, oltretutto, di una soluzione che si è già dimostrata capace di mettere d’accordo un Trump, un Putin e un Xi Jinping a prescindere dalle loro eventuali rivalità politiche o, più probabilmente, commerciali; proprio perché basata sulla costruzione di fitte trame di reti clientelari tra politici e amministratori locali, da un lato, e imprenditori, dall’altro; capace di estendersi con facilità da un paese all’altro.

Il capitalismo clientelare sembra accontentare un po’ tutti; ma, in realtà, comporta una distrazione di risorse pubbliche spesso molto cospicue a esclusivo vantaggio dei soliti noti, e una distorsione continua dei normali meccanismi della libera concorrenza. Perché si basa su scambi reciproci, su favoritismi, tra attori che appartengono comunque a una stessa rete sociale fatta di patroni e di clienti, a carattere quindi sempre privatistico e non certo universale. Che tale rete entri in gioco a livello locale per l’aggiudicazione di un appalto o nel parlamento europeo per gestire un traffico di influenze, cambia davvero poco. Ciò che rileva, piuttosto, è che prefigura il superamento della legittima attività di lobbismo e trasforma la corruzione da illecito occasionale in un autentico indotto economico, destinato perciò ad assumere un carattere sistemico.

Se questo è il quadro, la pretesa superiorità dell’Occidente – anch’esso, come si appena visto, partecipe, protagonista persino, di queste dinamiche destinate ad alimentare ingiustizie e ineguaglianze – rimane affidata a ciò che residua delle istituzioni democratiche, messe sempre più a repentaglio dalla crescente privatizzazione anche della politica: dal ritorno della leadership carismatica (seppure talvolta in forme caricaturali) e dall’impoverimento dei meccanismi della rappresentanza e del ruolo delle istituzioni parlamentari (per non parlare di patologie come il voto di scambio e la compravendita dei voti). La difesa delle istituzioni democratiche, la riscoperta della loro funzionalità ai fini della risoluzione non violenta dei conflitti, dovrebbe prevalere sulla mera salvaguardia dei livelli di reddito e di sviluppo.

Restart: confessiamo che siamo preoccupati per la nostra Europa e per la destabilizzazione in tutta l’area Mediorientale. Confessiamo che condanniamo del tutto Hamas ma non per questo giustifichiamo l’occupazione militare di Gaza da parte del governo Israeliano né la violenza e l’occupazione delle terre palestinesi da parte dei coloni in Cisgiordania. Le chiediamo: possibile che l’unica strada sia ormai quella del riarmo e della superiorità militare e tecnologica verso i potenziali avversari? Possibile che l’Unione Europea pensi di rilanciare il proprio percorso di maggiore integrazione politica attraverso il potenziamento della propria industria militare, attraverso la creazione di un esercito europeo e addirittura attraverso una propria “deterrenza nucleare”? Come federalisti, come pacifisti, come democratici costituzionali siamo interessati alla guarigione o rigenerazione della nostra democrazia. Lei sostiene giustamente che è l’unica alternativa anche grazie al ritorno sulla scena dello Stato e della politica sia per guidare la transizione ecologica sia per avviare riforme sociali e civili più radicali perché “il capitalismo attuale è intrinsecamente votato alla disuguaglianza”. Dunque servirebbe in Italia e in Europa una nuova più grande e coraggiosa sinistra?

Fabio Armao: la recrudescenza del conflitto in Israele provocata dagli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023 è un tema troppo complesso – più ancora della guerra in Ucraina – per essere affrontato in poche battute. Ma vorrei fare almeno una considerazione di carattere storico: l’intera vicenda Mediorientale rappresenta il lascito forse più problematico del colonialismo europeo e soprattutto britannico (insieme alla spartizione dell’Africa, con il suo corollario di stati fittizi). Il progetto di uno stato ebraico, le modalità della sua costruzione e l’intera sua evoluzione dal 1948 a oggi, sembrano riassumere cinque secoli di storia europea, con le sue peculiari dinamiche tra stato e capitalismo. Mi riferisco, in particolare, a due aspetti dirimenti. Il primo è che Israele nasce dal presupposto tutto europeo che il possesso di un territorio sia l’unico e imprescindibile fondamento prima di un potere sovrano e poi di un popolo: prima di un coacervo di istituzioni amministrative e apparati giuridici e poi persino di una nazione, unica e indivisibile. Il secondo aspetto è che questo progetto viene messo in atto attraverso un vero e proprio processo di colonizzazione – altro campo nel quale le potenze europee potevano vantare una grande esperienza: l’acquisto o la mera occupazione di terreni e la costruzione di insediamenti, il tutto “giustificato” da quel principio della terra nullius che era stato posto alla base del mito della frontiera nordamericana: il diritto a impossessarsi di terre non coltivate, a prescindere dalla presenza o meno di nativi.

Catapultandoci ai giorni nostri, basta guardare una mappa della regione Israele-Palestina per rendersi conto che il risultato di questa – lasciatemi dire – fallimentare ideologia territoriale dell’Occidente (riprodotta, per inciso, anche negli accordi di Dayton sulla spartizione della Bosnia) è un patchwork delirante di enclaves separate da muri. Una geografia schizofrenica di gated communities (kibbutz) e campi profughi, due delle architetture urbanistiche di maggior successo della globalizzazione neoliberale. Vale la pena osservare, infine, che è sempre questa la logica di chi continua a proporre la soluzione due popoli-due stati, che non garantisce affatto una reale pacificazione tra le due comunità; dimenticando che la soluzione prefigurata dal sionismo delle origini era quella di un unico stato binazionale, la stessa ripresa e rilanciata oggi da molti intellettuali e pacifisti ebrei.

Venendo all’Unione Europea, concordo col fatto che le sue derive “militariste” sono alquanto preoccupanti. Seppure sia del tutto logico prefigurare una maggiore integrazione tra gli apparati della difesa, per emanciparsi anche dalla dipendenza nei confronti degli Stati Uniti, non ha senso dilapidare quel patrimonio di esperienze istituzionali e procedurali democratiche che ha garantito all’Europa oltre settant’anni di pace – che è quanto, invece, l’Unione Europea continua a fare ogniqualvolta, come ho già accennato, subappalta ad altri stati, per di più non democratici, la gestione dei processi di pace.

Vedremo nei prossimi mesi quali saranno le conseguenze delle ultime elezioni europee sugli assetti del nuovo Parlamento. Sulla base dei valori di cui si fanno portatori i diversi schieramenti politici, dubito che un’eventuale supremazia delle destre estreme possa favorire un maggior attivismo europeo per la risoluzione dei conflitti in corso. Per due motivi, essenzialmente: il primo è la loro intrinseca natura “sovranista” che, per definizione, avversa ogni forma di compromesso politico, presupposto di qualunque soluzione diplomatica; il secondo è la tendenza a colmare il deficit culturale della loro proposta politica facendo appello a modelli e simboli di un passato tragico e fallimentare.

La sinistra, certo, avrebbe tutte le carte in regola per tentare di porre un freno al dilagare delle oikocrazie e ricostruire uno spazio pubblico basato sulla difesa di princìpi quali la salvaguardia del welfare, la difesa dei diritti sociali e la riduzione delle diseguaglianze, la redistribuzione delle risorse attraverso una tassazione progressiva – tutti presenti nel suo Dna, anche se spesso rimossi per far spazio agli esegeti del libero mercato. Ma per riuscire ad affermarsi elettoralmente, in Italia e in Europa, dovrebbe prima superare quella propensione storica al frazionismo che troppe volte ne ha determinato la sconfitta nelle urne.

 

 

 

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