L’Autonomia differenziata è legge dello Stato. Anche se l’attuazione definitiva dovrà aspettare qualche anno, le Regioni interessate possono iniziare l’iter lungo e complesso. E’ singolare che tutto questo accada senza che ci sia ancora una definizione dei LEP (livelli essenziali di prestazione) e soprattutto la copertura finanziaria degli stessi. Infatti il governo ha deciso di spostare a gennaio 2025 la decisione che rappresenta la base su cui si regge l’Autonomia Regionale. La loro definizione non verrà assolutamente decisa dai Consigli regionali aderenti e neanche dal Parlamento, ma sarà proposta e attuata da una cabina di regia tecnica a Palazzo Chigi. Alla faccia della condivisione soprattutto in un tema così importante come quello sanitario! Lo abbiamo già detto in altri articoli, gli errori su questo iter sono anche da attribuire a governi di centro-sinistra che nel passato sono stati responsabili del depotenziamento iniziale del nostro Sistema Sanitario Nazionale, varato con una Legge importante nel 1978 e divenuta modello per altri Paesi per i principi di universalità, uguaglianza ed equità, poi progressivamente e volutamente indebolita.

Una sana autocritica deve essere fatta e deve rappresentare uno stimolo per tutte le azioni da intraprendere per denunciare la sua incostituzionalità: dalla raccolta delle firme necessarie per un eventuale referendum e soprattutto per avviare un processo culturale partecipato che deve portare alla modifica o abolizione di questa legge deleteria per il sistema sanitario e per il sistema paese e non rispettosa dell’articolo 32 della nostra Costituzione.

L’ho definita legge truffa perché tale è: nei confronti dei cittadini che vengono inconsapevolmente chiamati in causa senza alcun reale coinvolgimento, perché ormai è palese che tra le forze di maggioranza non vi sia una visione prospettica univoca ma semplicemente il frutto di un baratto tra le tre riforme che i partiti di maggioranza portano avanti, con veti e poca convinzione, da ultimo con la sola giustificazione che rappresentano un impegno elettorale assunto con i cittadini

Truffa è anche l’iter parlamentare perché nessuna delle leggi proposte (autonomia differenziata, premierato e legge sulla giustizia) ha garantito un dibattito parlamentare che dovrebbe essere alla base per riforme così importanti.

Tranne il premierato che prevede un referendum confermativo, le altre due riforme saranno leggi ordinarie dello Stato e bisognerà mobilitarsi in maniera unitaria per bloccarle.

E’ una truffa anche per gli stessi partiti di maggioranza che palesemente non condividono nel merito l’impostazione dell’una o dell’altra ma le subiscono come scambio di favori o peggio come reciproco ricatto. Una truffa per i loro elettori ed amministratori che in vario modo si stanno organizzando, prendendo le distanze (vedi il presidente della regione Calabria) per criticare e magari proporre modifiche migliorative nelle successive letture parlamentari sull’impostazione finora data, sicuramente senza il contributo e coinvolgimento delle forze democratiche di opposizione. Ma la cosa più grave è la truffa per i cittadini italiani che ancora una volta saranno vessati ed uniche vittime di questa decisione.

Secessione mascherata: l’Italia fatta a pezzi

Andiamo con ordine. Autonomia differenziata. Ci sono 23 materie per le quali le Regioni possono chiedere l’autonomia: per essere precisi autonomia qui significa potere di gestione “esclusivo” della materia. Per 14 di esse il trasferimento è subordinato alla fissazione dei LEP, Livelli Essenziali delle Prestazioni, mentre per altre 9 il trasferimento è già possibile. Materie è bene ricordare individuate dal governo Gentiloni in un accordo iniziale di tre regioni: Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Personalmente credo che le autonomie che possono aumentare le diseguaglianze e le distanze ancora più marcate tra sud e nord sono: sanità, istruzione e mobilità. Anche se tardivamente le regioni Toscana ed Emilia Romagna hanno votato una legge regionale che mira alla richiesta al Governo centrale di lasciare fuori queste materie dall’autonomia. E’ servito a poco questa proposta, subito bocciata da alcune regioni di centro destra.

Se venisse attuata questa legge, la sanità non sarebbe più universale ma sicuramente arriveremmo ad avere 21 modelli diversi di organizzazione a livello nazionale. Eppure il covid avrebbe dovuto far capire dell’efficienza del sistema territoriale del SSN. Abbiamo tutti notato che purtroppo a pagare in termini di vite umane in quella pandemia sono state le regioni che avevano, nel tempo, smontato il servizio pubblico a favore dei servizi privati. Abbiamo notato altresì come solo l’intervento del ministero della salute ha potuto garantire in quella fase una eguale distribuzione soprattutto dei posti letto in terapia intensiva su tutto il territorio nazionale, si è passati in 15 giorno da 3500 posti letto a 11.000. Cosi come importante è stata la campagna di vaccinazione che ha salvaguardato la salute di milioni di cittadini. Eppure è come se non fosse successo niente. Nessun partito politico ha posto l’accento su questo, solo sterili discussioni mediatiche che spesso hanno aumentato la confusione. Il PRNN aveva individuato anche le risorse per cercare di sopperire alle differenze strutturali dei nosocomi su tutto il territorio e anche la creazione di 127 case della salute che andavano a sopperire alle richieste territoriali al fine di garantire una riduzione delle diseguaglianze. Niente di tutto questo è stato fatto, anzi alcuni fondi sono stati trasferiti per altre opere. Altra truffa per i cittadini su tutto il territorio nazionale. Le case della salute individuate per la realizzazione sono state una ventina

Quindi questa legge è stata votata solo per il baratto tra Forze di maggioranza e la Lega ed è emblematica la triste e beffarda esposizione delle bandiere regionali lombarde nel Parlamento italiano a festeggiare l’evento. Un atto di sfida che inneggia alla divisione nazionale. Mi chiedo cosa ne pensa la Premier di questo comportamento in qualità di patriota e di convinta sostenitrice della UNITA’ della NAZIONE.

Questo è il clima e la doppiezza dei nostri governanti.

I rischi che corrono i nostri cittadini e le regioni più povere sono molto altro. In attesa dei LEP, le regioni del nord, mediamente più virtuose, già oggi ospitano le migrazioni dei pazienti che non trovano risposta nei loro territori di appartenenza. Con cifre in percentuale che variano dal 40% per i pazienti del sud al 34% delle regioni centrali. Percentuali che purtroppo andranno ad aumentare.

La nostra sanità nazionale ha delle eccellenze che nel centro e nel sud sono a macchia di leopardo ma esistono e proprio per questo andrebbero potenziate per evitare questa migrazione sanitaria. Ma il progetto del governo va in direzione opposta. Saranno trattenute maggiori risorse nelle regioni del nord che già da tempo si stanno orientando a privatizzare molti servizi. Invece le regioni del sud, per commissariamenti ed in parte per cattiva gestione, avranno sempre più deficit e aumenteranno i costi della mobilità passiva. In altre parole se un paziente laziale si farà curare a Milano sarà la ASL laziale a pagare la ASL milanese. Questo aumenterà il deficit della ASL più povera. E quando quella regione povera non potrà pagare più il dovuto per il trattamento del paziente migrato, ironia della sorte, la Regione ospitante potrebbe limitare alcune prestazioni solo ai corregionali. Tattica neoliberista che costringerà i pazienti a rivolgersi ai privati. Questo è il rischio più prossimo. Stessa cosa succederà per il personale medico e paramedico che potrà usufruire in regioni “più ricche” di stipendi e utilizzare strutture più organizzate provocando un ulteriore depauperamento del personale sanitario. Gino Strada diceva, giustamente, che per non privatizzare la sanità è sufficiente non dare soldi ai privati ed investirli tutti nel pubblico.

E’ di qualche settimana fa un decreto del ministro della salute mirato a superare il problema per quanto attiene le liste di attesa e l’effettuazione di esami specialistici. Un’ inefficace incentivazione del pagamento di straordinari e di posizioni strutturali al fine di bloccare questa emorragia di personale. Mi viene da chiedere, ma se c’è l’autonomia perché questo decreto? Come mai deve intervenire lo Stato centrale per proporre soluzioni? Solo per un motivo: perchè le regioni stanno aumentando il coinvolgimento dei privati che, soprattutto nel Lazio e nelle regioni del sud, stanno organizzando la loro futura presenza. Diciamo che al ministero vige una po’ di confusione.

Senza nessuna assistenza sanitaria resteranno diversi pazienti con patologie rare e croniche che saranno sempre di più appannaggio del mercato privato. Potranno correre questo rischio anche i pazienti oncologici che già per patologia hanno pagato un prezzo altissimo. Da ultimo la ricerca, che negli ultimi decenni ha trovato soluzioni diagnostiche e terapeutiche importantissime, sarà ridotta al lumicino e forse sarà effettuata solo da istituti di ricerca privati, quindi un’altra sconfitta del nostro SSN.

Vorrei ricordare che i rischi di un default economico non li corrono solo le regioni del sud, ma anche le regioni ospitanti potranno avere un deficit finanziario contrariamente a quanto viene oggi detto.

A parte la completa abolizione dei principi del nostro SSN, altre istituzioni importanti come l’Istituto superiore di Sanità, l’AIFA, le organizzazioni del Terzo settore risentiranno pesantemente della sanità fatta a pezzi. Per non parlare delle ingenti risorse finanziare che teoricamente dovrebbero essere reperite per garantire livelli di LEP dignitosi per tutte le regioni in svantaggio su quantità e qualità dei servizi: succederà che i fondi non ci saranno, che verrà tollerata una crescente disparità dell’offerta sanitaria tra regione e regione e che alla fine i costi per l’assistenza aumenteranno per tutti.

Toneremo a valutare meglio tutti gli aspetti economici e organizzativi perchè nella Legge di bilancio non c’è nessuna traccia o nota di spesa per la nuova autonomia differenziata, per cui diviene difficile dire molto di più su questi aspetti.

Per questi motivi bisogna che ci si mobiliti dal basso, una rivalutazione culturale e sociale deve essere alla base di un coinvolgimento attivo dei cittadini. Esistono in Italia leggi dalle quali partire come quella sui Piani di Zona, mai attuata e spesso utilizzata solo per non dare finanziamenti a pioggia sui territori. Il piano di Zona prevede un coinvolgimento in prima persona dei Sindaci, delle ASL, del Terzo Settore che potrebbero fare da volano per proposte da sottoporre ai tavoli tecnici. Bisogna pensare a costruire un Welfare socio-sanitario nuovo, di nuovo impostazione abbandonando completamente i vecchi schemi e cercare di sviluppare programmazioni veritiere e corrispondenti ai bisogni dei territori. Non sono un convinto sostenitore del MES, ma da qualche giorno si parla di nuovo della sua utilizzazione a livello europeo, e non a caso. Se tutti i fondi venissero impegnati per una riorganizzazione e sviluppo del SSN in senso pubblico, allora questo strumento potrebbe diventare una opportunità. Politicamente bisogna uscire dagli egoismi e dalla propaganda spesso referenziale e unire tutte le forze progressiste e riformiste per formulare una proposta condivisa e concreta per un welfare sostenibile. Sanità e lavoro rappresenteranno a mio parere i due problemi urgenti da affrontare nel prossimo autunno. Una coalizione di centro sinistra e un partito del lavoro dovrebbero avere alla base dei lori interessi questi temi per essere credibili e soprattutto per riavvicinare alla politica i tanti che se non coinvolti si allontaneranno sempre di più. Tralascio la Legge sulla giustizia che sarà argomento di altri articoli.

Premierato come autocrazia mascherata

Stessa incertezza e confusione c’è per la legge sul Premierato. Anche il Governo Meloni prevede alla fine dell’iter un voto popolare di tipo confermativo essendo una riforma di portata costituzionale. La mia speranza è che si avveri una terza bocciatura dopo i primi due tentativi di cambiare la Costituzione da parte di Berlusconi e di Renzi. A questi due Presidenti del Consiglio è andata male, facciamo in modo che succeda anche questa volta.

La proposta di Premierato sa di truffa. Non voglio ricordare che l’attuale Premier fino a qualche anno fa aveva una altra idea e proposta sul Presidenzialismo. Vero che in politica spesso non si è coerenti ma inventarsi l’elezione popolare diretta del Presidente del Consiglio per venire incontro alla disponibilità dei renziani ad approvarla e per mascherare il declassamento del ruolo del Presidente della Repubblica sa davvero di puro cinismo finalizzato esclusivamente a concentrare potere su una sola persona. Insomma autocrazia vera e propria come sta accadendo nei regimi di democrazia illiberale, ad esempio nell’Ungheria di Orban.

Questa è la proposta del partito di maggioranza relativa che ha barattato con le altre forze governative. Una riforma che a detta di quasi tutti i Costituzionalisti elimina i contrappesi del nostro sistema democratico fino ad oggi garantiti in particolare dal Presidente della Repubblica, dai due rami del Parlamento anche se indeboliti in questi ultimi decenni, dal CSM e dalla Corte Costituzionale. Una riforma che non prevede al momento nessuna riforma del sistema elettorale. Pertanto se restasse tutto così, il Candidato Premier sceglierebbe di suo pugno i Deputati e Senatori da far eleggere, con liste bloccate, i quali se eletti dovrebbero rappresentare la garanzia democratica dei due rami del Parlamento! Con questo premio di maggioranza è quasi un eufemismo.

Non sono chiari neanche i meccanismi che regoleranno il quorum per ottenere la maggioranza (si potrebbe avere un premier che prende il 30% assicurandosi la maggioranza relativa e per 5 anni nessun organismo parlamentare e nemmeno il Presidente della Repubblica potrebbe obiettare).

Questa riforma se così strutturata non agevolerebbe assolutamente il ritorno alle urne di quei cittadini che in maggioranza disertano le urne. Forse solo una modifica della Legge elettorale magari con la introduzione delle preferenze ed una rimodulazione della quota proporzionale potrebbe favorire questo percorso democratico. Questa problematica non è della destra o della sinistra ma di tutti e forse I cittadini potrebbero essere invogliati ad un ritorno di interesse civico.

Questa riforma della legge elettorale sta avendo lo stesso iter parlamentare anche se la ministra proponente ha messo in discussione e in verifica la possibilità di un eventuale doppio turno. Sarebbe quantomeno una proposta su cui ragionare. Non contiamoci troppo perché andranno avanti a forza di votazioni di maggioranza senza coinvolgimento delle forze di opposizione.

Lo dimostra anche la decisione di partecipare alle elezioni europee da parte della Premier che aveva, come obiettivo, lo ha anche detto tra le righe, la verifica di un consenso proprio in vista di un eventuale referendum. La cosa non è andata benissimo. Ricordiamo che i suoi predecessori premier ed il suo vicepremier avevano raggiunto il 40% dei consensi alle elezioni sempre europee ma non per questo hanno cambiato la Storia.

Infatti l’idea di truffa sta proprio nelle parole della Meloni sul referendum: o la va o la spacca!!!

Immaginate se i Costituenti, i segretari politici del passato De Gasperi, Berlinguer, Moro e se volete anche qualcuno di centro destra avessero utilizzato questo linguaggio arrogante. L’idea di trattare una riforma costituzionale con queste parole e questo atteggiamento è veramente aberrante. Capisco che in questo momento hanno la maggioranza parlamentare ma come si possono trattare così le Istituzioni democratiche? Capisco, anche se non condivido, i leghisti che hanno un’idea diversa di Italia e di Stato, ma gli elettori liberali del centro destra dove sono? Hanno perso ogni dignità politica?

Ecco: queste due riforme messe assieme, frutto di un baratto e addirittura di un “ricatto” reciproco tra le forze politiche di centrodestra, rappresentano una mina per la nostra democrazia. Da un lato sono a rischio i diritti socio sanitari, l’aumento delle diseguaglianze, la tenuta socio-economica dell’intero Paese, dall’altro il rischio della stessa tenuta della nostra democrazia. Questa consapevolezza deve essere la base su cui costruire un movimento sia civile-culturale che politico per scuotere le coscienze dei tanti che si sono allontanati non solo dalla politica ma anche dalle urne. Questo movimento deve partire dalla base, fin troppi progetti caduti dall’alto hanno fallito. Dobbiamo partire dalla comunità civile, unire e coinvolgere tutte le forze dell’Associazionismo e del Terzo Settore, il Sindacato, ambientalisti, organizzazioni per la pace e per la difesa dei diritti e tutte quelle forze politiche di centro sinistra, progressiste e riformiste, che dimostreranno interesse alla formazione di un movimento politico basato su programmi che rispecchiamo le esigenze sociali. Questa impostazione è stata attuata prima della riforma che ha poi portato alla Legge del nostro servizio sanitario nazionale. Il nuovo progetto culturale – politico che dobbiamo proporre deve essere figlio della stessa impostazione ampia e della idea di società che vogliamo costruire. Non deve essere solo il frutto di un cartello elettorale per battere le destre. Se così fosse, sarebbe anche questo fallimentare. Dobbiamo impegnarci a pensare ed organizzare un nuovo Welfare, una nuova organizzazione del mercato del lavoro, una nuova idea di società E’ un nostro dovere. Ci vorrà tempo? Si. Ma abbiamo il dovere di provarci per non essere truffati da questa destra che potrebbe minacciare la tenuta democratica e la stessa unità della nostra Italia.

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