Dopo un’elezione, l’operazione che un tempo faceva riflettere i partiti – e in particolare quelli di sinistra – era costituita dall’analisi del voto. I compagni di base, non solo i gruppi dirigenti, volevano capire oltre l’evidenza numerica, cos’era accaduto, quali influenze avrebbe avuto il risultato elettorale sulla politica, come esso avrebbe mutato il futuro materiale e la lotta, acuendo o rendendo più semplici le cose che si volevano mutare.

Oggi questa operazione viene risolta in televisione e sui media, dura un paio di giorni e poi si pensa ad altro.

Chi esamina il risultato elettorale sono solitamente giornalisti, magari con il vizio della “mosca cocchiera”, pochi politici di secondo livello, che già un’ora dopo la chiusura delle urne traggono conclusioni e indicano una direzione per loro accertata di come evolverà il mondo interessato dal voto. Questo modo di procedere ha il vizio della notizia, ossia diventa vecchio dopo un giorno e chi ascolta tende a togliere dalle proprie percezioni, non tanto il dato numerico di chi ha vinto e di chi ha perso, ma l’effetto che questo dato avrà sulla società e su quanto questa ne verrà mutata.

Una analisi a più piani di quello che è accaduto l’8 e 9 giugno può effettivamente partire da alcune considerazioni di tipo generale, ma alla fine dovrà verificare la congruenza tra il voto espresso e il fine di esso, ovvero quali politiche che riguardano l’Europa attuale e futura, dovevano essere esaminate e poi premiate o cassate dal voto. Possiamo anzitutto dire che questa congruenza tra voto e prospettiva di una evoluzione verso l’Europa confederazione di Stati non ha premiato certamente le idee di Altiero Spinelli, né ha spinto verso una maggiore integrazione che non riguardi le politiche legate alla guerra. Pur essendo stati molto in sott’ordine quelli che dovevano essere i temi principali, ossia il ruolo europeo per la pace e per il raffreddamento delle tensioni tra Est ed Ovest, l’evoluzione dei Trattati tra Paesi, le politiche economiche dell’Unione, il voto ha confermato una crescita della destra nei due paesi guida dell’Unione, Francia e Germania, la crescita del partito della destra Lepenista in Francia come pure il fatto mai prima registrato che la AFD superi i socialdemocratici in Germania. Macron e Sholz sono i due grandi sconfitti e ciò comporterà certamente uno spostamento verso un’Europa meno propensa ad affrontare i problemi climatici ed ambientali, più orientata a trasformare la manifattura in produzione di armamenti o di sistemi ad essi collegati, meno o per nulla disponibile a meccanismi solidali sulle questioni che riguardano i bilanci dei singoli Paesi verso un’economia integrata europea.

Quindi più rigidità contro le migrazioni, meno welfare comune, meno diritti nel lavoro e un prevalere della finanza sulle decisioni che riguardano il rapporto tra deficit/Pil nei singoli Stati.

Questa tendenza dell’ emergere di idee di destra, che contaminano le forze progressiste, si è sostanzialmente ripetuto nei vari Paesi con un voto nazionale orientato su questioni nazionali, che non ha parlato dell’avvenire dell’Europa come organismo unitario e come attore mondiale nella multipolarità, ma ha evocato un futuro sostanzialmente distopico dove si innalzano i muri, che non percepisce la minaccia di una guerra sul proprio territorio e anzi mantiene, senza discutere, una sorta di protettorato politico gestionale europeo da parte della Nato che sovrasta gli organi dell’Europa unita. Ci sono poi le differenze e salutiamo con favore in Italia la crescita del PD e di AVS, sia in termini di voti che di percentuali, è vediamo anche che pur riconfermato il blocco di destra di governo che fa perno su Fratelli d’Italia, i voti assoluti diminuiscono e la Lega scivola al di sotto di Forza Italia spostandosi a destra e perdendo il favore delle regioni del Sud. C’è poi il netto calo del Movimento 5 Stelle che potrebbe essere interpretato come una stabilizzazione in senso partitico di un movimento nato come antipartito, ma che è destinato comunque ad avere evoluzioni interne e ad influenzare la logica del Campo largo che mette giustamente il Movimento 5 Stelle tra i partiti riformisti.

Per un’analisi sociale della rappresentanza

Se volessimo veramente capire un altro piano del voto, dovremmo vedere chi è stato eletto, a quali politiche risponde, quale blocco sociale l’ha votato e qui si aprirebbero altre considerazioni che portano fatalmente ad un’analisi sociale della rappresentanza e al significato di quel 50% che non crede più che la politica possa rispondere ai suoi bisogni e non vota. La democrazia che non partecipa scivola verso l’autocrazia e la generazione di forme di potere e di servilismo che poco hanno a che fare con la libertà e i diritti. Se i partiti maturano un sistema aristocratico di riproduzione del potere nei territori e al proprio interno, gli elettori diventano ”clientes” e la gestione del potere non è più scontro tra idee di cambiamento ma confronto all’interno di un sistema immutabile. Forse anche per questo in Italia si è parlato poco di Europa e ha tenuto banco una realtà manipolata, fatta di condoni e provvedimenti che ridefiniscono il recinto costituzionale. In altri modi questo è stato presente anche negli altri Paesi e i sommovimenti nazionali hanno polarizzato il voto in una scelta, non tra pace e guerra, non tra economia solidale ed eterna concorrenza tra Stati, non tra benessere generalizzato e povertà crescenti, ma sostanzialmente si sono votati i partiti secondo una prospettiva legata al presente locale più che ad una costruzione collettiva di un diverso ordine sociale.

La sinistra in questo confronto complessivo dovrebbe guardare quanto essa conservi al suo interno, della capacità di conquistare nuovi diritti individuali e collettivi, di mutare un’economia ancor più legata al capitale e alla finanza, di portare innanzi politiche legate al primato della diplomazia sulle armi, di incidere sul dualismo pace e guerra, di generare equità e giustizia sociale, di rispondere ai bisogni e alle nuove precarietà e povertà.  Dobbiamo dire che dietro le belle parole la sinistra istituzionale, salvo alcune piccole fasce di pensiero partitico e politico, ha appoggiato ed appoggia un’idea di riarmo generalizzato e di investimenti crescenti nel settore delle armi che renderanno più precaria la sicurezza sociale e il welfare. Questo convergere nelle “compatibilità” di un sistema mai messo in discussione per davvero, non la differenzia rispetto ad una destra che persegue un’idea semplificata del mondo fatta di prevalenza della logica di potenza.

Questo a mio avviso comporta due conseguenze che hanno un valore sociale e politico determinanti per il presente ed il futuro.

Per un nuovo internazionalismo socialista

Appare sempre più necessario il fatto che se la sinistra è europea, essa debba rispondere alla domanda ideale e concreta di benessere e di pace che proviene dai ceti sociali che vuole rappresentare. Quindi serve un nuovo internazionalismo socialista che superi le strutture nazionali e che ponga al centro dell’azione politica i diritti umani collettivi ed individuali, rendendoli concreti attraverso politiche economiche dove prevalga l’interesse sociale, coordinate nei singoli paesi. Si tratta cioè di avere una sinistra europea che, pure nelle sue diversità feconde per l’evoluzione del pensiero sociale, possa dare un nuovo orizzonte alla crescita coniugata con la conservazione ambientale, in grado di governare le nuove possibilità della tecnologia e che sia legata fortemente a meccanismi di equità, di eticità del produrre, di diritti inalienabili e di accoglienza e cooperazione tra Stati.

La sinistra deve capire che politiche comuni esigono uno sforzo che unisca chi vuole il cambiamento del sistema, mettendo insieme e facendo avanzare le prassi politiche verso risultati tangibili per chi è rappresentato dalla sinistra. Insomma deve risultare evidente e semplice un collegamento tra appartenenza e risultati della rappresentanza. Questa correlazione tra voto e risultati fornisce una prima risposta all’astensionismo crescente e può finalmente dare concretezza alla metafora dell’”uscire dal bosco” di un elettorato possibile di sinistra. Questo toglie anche l’eterna concorrenzialità tra partiti che sottrae voti allo schieramento complessivo, infatti la semplice sommatoria dei partiti progressisti resta almeno 4 punti sotto allo schieramento di destra, ma se si inizia a recuperare il voto disperso sotto soglia, e lo si innerva con quella parte di elettorato che ormai si esprime solo nelle elezioni locali, i numeri mutano e mostrano la possibilità di avere sostanzialmente un confronto alla pari o quasi.

Questo porta anche a pensare che ci sia uno spazio importante per un partito di sinistra che si faccia carico della chiarezza delle posizioni, che elabori politiche che rappresentino gli interessi immediati e futuri dei ceti popolari. È un partito che già esiste nelle aspettative e nelle idee fondamentali, che ha una forte eticità nel vedere la gestione del potere, che sa qual è la differenza tra equo e iniquo, tra diritti e il loro esercizio concreto. Questo partito deve essere costruito dal basso, partendo dai problemi quotidiani e dimostrando la loro connessione con quelli generali e più grandi. È un partito diffuso di persone che attendono chiarezza di appartenenza e soluzioni concrete, questo esige onestà e pazienza, ma si può e si deve fare. Sinistra futura è nata per facilitare questo processo di aggregazione e di fiducia politica e sociale, di comprensione e soluzione dei problemi lì dove si creano, di lotta per la giustizia sociale.

Se si vuole arginare e vincere una destra che attinge sempre più voti ai ceti popolari, che alimenta paure e evoca la guerra, queste esigenze non sono separabili nella loro essenza politica e forniscono una direzione su dove andare dopo il voto europeo.

 

1 commento

  1. Credo che per raggiungere l’obiettivo si debba partire dalla qualità dell’informazione.
    Nelle recenti consultazioni elettorali i giovani studenti universitari hanno votato in maggioranza a sinistra mentre complessivamente si è avuto una maggiore presenza a destra, … qualcosa vorrà significare. I diversi raggruppamenti della sinistra mescolano gli obiettivi di lungo periodo, quando esistono, alle polemiche quotidiane. E’ carente lo studio, la ricerca e la documentazione e quindi ogni opinione ha libero spazio. In una situazione del genere non c’è gara, … la confusione è sovrana.

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