Con il numero 11 di Restart riteniamo opportuno entrare in una fase nuova della nostra proposta culturale con una elaborazione politica più precisa che da un lato tenga conto dei “fondamentali” e dall’altro definisca meglio la prospettiva dell’alternativa nel contesto italiano. Alternativa sempre più difficile in Italia anche per il contesto geopolitico mondiale dove prevale la disunità del mondo, la crisi del primato del Diritto internazionale, le logiche di potenza e di riarmo convenzionale e nucleare. Non aiuta nemmeno il contesto europeo con la guerra in Ucraina dove la causa prossima che è l’invasione decisa dal regime di Putin si inserisce nella causa remota che è l’allargamento della Nato ad Est e la subalternità dell’Unione Europea ai disegni egemonici degli Stati Uniti.
Mai come in questi due ultimi anni l’Unione Europea ha deragliato dalla possibile prospettiva di una unità sovranazionale più integrata e autonoma in politica estera per scadere nel ruolo che solo i cortigiani sanno recitare con bravura: la rinuncia opportunistica ad ogni autonomia di pensiero e di azione, l’interiorizzazione dei voleri imperiali del potere a cui si presta servizio.
Questa deriva, favorita da élites senza popolo, si è avvalsa di un gigantesco dispiegamento dei media che anche in Italia hanno sposato in toto la tesi della guerra “giusta” e cavalcato la narrazione di Putin nuovo Hitler, intenzionato ad attaccare la libertà delle democrazie europee, deciso a riprendersi porzioni dell’Europa dell’Est, a cominciare dall’Ucraina, per passare poi a realizzare la minaccia di riprendersi le tre Repubbliche baltiche: Estonia, Lettonia, Lituania.
Narrazione volutamente forzata, utile però a giustificare la crescente militarizzazione della sicurezza adottata da tutte le Istituzioni dell’Unione Europea: Consiglio, Commissione, Parlamento. Narrazione che intende riportarci alla “guerra fredda” e alla logica dei blocchi politico-militari contrapposti, ma efficace se è vero che Finlandia e Svezia hanno abbandonato la loro “neutralità” per entrare nella Nato. Narrazione però infondata, visto il rapporto di forze sproporzionato a favore della forza militare complessiva della Nato, cui le tre Repubbliche baltiche appartengono, nei confronti della forza militare della Russia. La grave decisione poi dei vertici Nato di installare gli euromissili in Germania entro il 2026 , decisione condivisa dall’attuale governo tedesco anche se il cancelliere Olaf Scholz appare meno entusiasta rispetto alla sua ministra degli Esteri, la verde Annalena Baerbock , dimostra che 1) l’escalation militare si accresce e si impone rispetto ai residui margini di negoziato rimasti 2) la “deterrenza nucleare” è la dottrina strategica che l’Unione Europea, a cominciare dalla Germania malgrado la sua Costituzione, deve adottare come principale strumento politico-militare nei confronti della Russia 3) la guerra in Ucraina deve continuare ad oltranza fino alla vittoria sulla Russia di Putin o almeno fino ad ottenere un riequilibrio nei rapporti di forza sul terreno. Ecco perché, per tentare di rovesciare le sorti del conflitto, Zelensky chiede a gran voce di poter utilizzare le armi più sofisticate ricevute in dotazione non solo per difendersi ma per colpire in profondità le infrastrutture logistiche e militari russe in territorio russo. Questa sua richiesta di portare la guerra oltre i confini ucraini, tabu già infranto unilateralmente da lui stesso con l’operazione dell’entrate di truppe scelte ucraine nella provincia russa di Kursk, trova favorevoli i governi di Regno Unito, Francia, Polonia, Stati baltici e gli stessi Vertici Nato, a cominciare dal segretario generale Stoltenberg, anche se in scadenza. Il governo degli Stati Uniti, che sin dall’inizio tiene la vera regia dello scontro con la Russia, da un lato suggerisce e sostiene con enormi finanziamenti questa possibile e rischiosa offensiva che cambierebbe la natura del conflitto, dall’altro si nasconde dietro un paravento formale: per portare la guerra in territorio russo, perché di questo si tratta, raccomanda di utilizzare missili e tecnologia non statunitense. E infatti i militari ucraini pensano di utilizzare gli Storm Shadow inglesi e accantonare per il momento gli Atacams statunitensi.

Deriva militarista del nuovo Parlamento Europeo
Di questo azzardo pericolosissimo, che ci porterebbe sull’orlo di una guerra nucleare, non pare se ne rendano conto le opinioni pubbliche europee anche perché la posizione iperatlantista e più bellicista ha fatto strada tra quasi tutti i governi europei: conservatori, liberali, socialisti. E ha fatto strada nello stesso nuovo Parlamento Europeo dove giovedì 19 ottobre è stata votata a grande maggioranza una Risoluzione non vincolante che non solo riconferma e rafforza l’appoggio militare all’Ucraina con l’impegno a inviare armi sempre più sofisticate ma con l’articolo 8 chiede ai governi U.E. di revocare le attuali restrizioni che impediscono all’Ucraina di usare queste armi per colpire obiettivi russi in territorio russo. Hanno votato a favore dell’intera Risoluzione comprensiva dell’articolo 8, anche se singolarmente approvato da una maggioranza meno ampia, gli europarlamentari di Fratelli d’Italia, Forza Italia e PD. Mentre hanno votato contro gli europarlamentari del M5S, Alleanza Verdi Sinistra, Lega, astenuti Cecilia Strada e Marco Tarquinio del PD. Può essere interessante analizzare in modo più scrupoloso come hanno votato gli europarlamentari italiani sull’articolo 8, quello politicamente più inquietante: scontato il No di M5S, Alleanza Verdi Sinistra, Lega perché già contrari all’intera Risoluzione. Ma a questi si è aggiunto il No degli europarlamentari di Fratelli d’Italia e di Forza Italia (tranne il cremonese Massimiliano Salini a favore) che su questo punto hanno voluto salvaguardare la posizione del governo Meloni. Spaccati invece gli europarlamentari del PD: 10 contrari seguendo le indicazioni di Nicola Zingaretti, due a favore: Elisabetta Gualmini e Pina Picierno; l’intera ala riformista del PD non ha partecipato al voto sull’articolo 8 pur presente in aula per poter sostenere “in modo coerente” l’intero testo della Risoluzione: tra questi Stefano Bonaccini, Irene Tinagli, Pierfrancesco Maran, Alessandra Moretti. L’ex sindaco di Bergamo Giorgio Gori, attuale europarlamentare del PD, rientrato anticipatamente in Italia, ha voluto far sapere che avrebbe votato convintamente a favore sia dell’articolo 8 che della Risoluzione.
Alternanza di governo e Alternativa non sono la stessa cosa
Nel suo recentissimo libro in dialogo con Susanna Turco “L’imprevista. Un’altra visione del futuro” Elly Schlein cerca di dare un respiro lungo alla propria iniziativa politica nel PD e con il PD e la basa sulla credibilità del proprio percorso politico precedente. Tentativo legittimo che però è chiamato a misurarsi con le novità e le sfide attuali che stanno cambiando e hanno già cambiato il quadro nazionale e internazionale precedente. E qui emergono insufficienze di analisi e di prospettiva anche se vanno visti con interesse i capitoli che riguardano la necessità di alleanze politiche e sociali ampie, la ricostruzione del cosiddetto campo largo da perseguire senza pregiudiziali, l’ambizione di costruire per l’Italia l’alternativa che manca da troppo tempo.

Il principale limite che però si riscontra è che la segretaria del PD ha parole troppo generiche sulla questione pace-guerra sia perché si muove tutta all’interno dell’Alleanza Atlantica, che non mette minimamente in discussione come invece fa l’europarlamentare indipendente Marco Tarquinio, sia perché deve fare i conti con correnti interne al suo partito che sostengono apertamente non solo di continuare a dare armi all’Ucraina ma di utilizzarle per colpire obiettivi sensibili in territorio russo. Si veda l’intervista rilasciata al giornale La Repubblica dall’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini, ora presidente del COPASIR. Si veda il documento dell’area riformista del PD, rappresentato dallo stesso Guerini con Graziano Del Rio e Alessandro Alfieri, che in vista delle elezioni europee ha sostenuto come indispensabile il ricorso alla “deterrenza nucleare” in piena sintonia con l’aggiornamento strategico promosso dal Pentagono che, per fronteggiare Russia e Cina, prevede per L’Unione Europea e per gli alleati del Pacifico l’adozione della “Deterrenza Nucleare Estesa”. Non si può seriamente e credibilmente scrivere che serve un’altra visione del futuro e che l’impegno principale per Elly Schlein è la “costruzione dell’alternativa” e rimanere prigioniera della “tenaglia” della Nato e della sua logica di blocco, insomma non tentare nemmeno, come fece Enrico Berlinguer, di proporre la riduzione bilanciata degli euromissili sia a Est che a Ovest. Il fatto è che la maggioranza delle forze politiche italiane, comprese parte di quelle che si riconoscono nel centrosinistra, non mettono minimamente in discussione la “sovranità limitata” cui saremmo costretti da una malintesa fedeltà atlantica. Anzi se ne servono per accrescere il loro potere interno e la loro influenza su una società sempre più sfiduciata e rassegnata alla dittatura del presente. Lo fa con una certa abilità Giorgia Meloni che riesce a mettere insieme fedeltà atlantica, populismo nazionalista di destra, interessi corporativi, asse con Confindustria per cancellare il New Deal europeo e contrastare la transizione ecologica, doppiezza giocata con furbizia nel rapporto con Ursula von der Leyen e con le Istituzioni dell’Unione Europea che, in forza della prevalente logica intergovernativa, non a caso riservano a Raffaele Fitto un ruolo di vicepresidente esecutivo nella prossima Commissione.
In competizione e in opposizione alla coalizione e al governo di Giorgia Meloni il PD di Elly Schlein è chiamato a costruire un campo di alleanze sufficientemente ampio così da potersi affermare in termini di voti alle diverse prossime prove elettorali: comunali, regionali, nazionali, senza dimenticare le possibili consultazioni referendarie su questioni decisive per l’assetto democratico del nostro Paese: Autonomia Differenziata e Premierato. Bisogna riconoscere che Elly Schlein ha la consapevolezza dell’enorme e difficile lavoro che serve per ricostruire alleanze e convergenze politiche e sociali. Si veda la sua proposta in 5 punti avanzata in questi giorni come avvio di un Programma comune delle forze progressiste e di sinistra. Si veda nel suo libro il capitolo “Tanto da ricucire”. Ma tutto questo sforzo indispensabile di ricostruzione non è ancora l’alternativa, forse e in parte la può preparare ma si tratta ancora di un progetto tutto interno al quadro politico, economico, sociale esistente e ai vincoli internazionali che subisce, compresa la continuazione della guerra nel cuore dell’Europa, compresa la colpevole mancanza di condanna del Governo israeliano di Netanyahu per il genocidio a Gaza, per la guerra tecnologica sporca e criminale organizzata in Libano e Siria, per il mancato riconoscimento dello Stato palestinese.
L’alternativa comincia costruendo la pace
Ormai la dimensione internazionale della politica ha assunto un’importanza sempre più decisiva e solo una visione geopolitica coraggiosa e libera è in grado di guidare la politica estera e interna di uno Stato e, dunque, ispirare un partito se questo intende contribuire davvero a costruire la pace, le condizioni per la pace, il disarmo e il cambiamento del modello di sviluppo: fattori indispensabili per avviare la costruzione dell’alternativa. Questa “metanoia”, questa conversione di mente, sguardo, impegno concreto, prospettiva, indispensabile per cominciare a delineare un’alternativa in Italia nella leader del PD manca, non c’è. Non è un caso che l’impegno per la pace e per la soluzione politica e non militare dei conflitti sia completamente assente nei 5 punti, nelle 5 priorità proposte da Elly Schlein come piattaforma su cui costruire alleanze nella società italiana e tra le forze politiche per mandare a casa il governo Meloni. Perché è nel suo partito che sul tema del ripudio della guerra emergono le contraddizioni maggiori e più evidenti.
Allora lo sforzo di ricostruire in Italia una coalizione capace di battere la destra è da disprezzare? Tutt’altro, si tratta però di chiarirne la reale portata e vederne i limiti proprio per poterli superare. Quello che il PD può fare al suo meglio in questo momento è proprio la decisione di abbandonare ogni residua tentazione consociativa, centrista e tecnocratica che il Rapporto Draghi appena presentato al Parlamento Europeo in qualche modo suggerisce e invece abbracciare senza incertezze e cedimenti la prospettiva della democrazia dell’alternanza. La segretaria Schlein su questo punto è una garanzia, non lo è del tutto il PD nei territori e in alcune sue componenti. Per questo è illusorio chiedere al PD di modificare la sua natura che è di centrosinistra e non di sinistra e di abbandonare il suo ancoraggio elettorale moderato e timidamente progressista per diventare anticapitalista, ecologista e pacifista. Quello che manca in Italia è una forza popolare chiaramente di sinistra e di nuova sinistra che possa affiancare alla pari il PD come capacità rappresentativa e che molto più del PD sia capace di trasformare l’alternanza di governo in potenziale alternativa perché coerentemente e radicalmente pacifista, ecosocialista, femminista. Su questo terreno occorre che si misurino con maggiore coraggio, autonomia e apertura sia Sinistra italiana che i Verdi che il M5S guidato da Giuseppe Conte. Dispiace che Grillo si comporti da padre padrone e che tenti di mettere in crisi il movimento che ha creato proprio nel momento in cui ambire di nuovo ad essere né di destra né di sinistra significa favorire l’attuale deriva qualunquista, militarista e autoritaria. Invece, pur con tanti limiti, bisogna ammettere che il M5S di Giuseppe Conte sta cercando una collocazione più definita e progressista dentro il quadro della democrazia dell’alternanza senza più nostalgie gialloverdi. Questo orientamento va assolutamente incoraggiato anche se non riuscirà a coprire quel grande vuoto a sinistra che ancora rimane nel sistema politico italiano se lo si confronta con la situazione francese – Nuovo Fronte Popolare- e persino con quella tedesca – il partito di Sahra Wagenknecht. Non va dimenticato nemmeno il tentativo generoso di Michele Santoro con Pace Terra Dignità che, tra le altre cose, ha dimostrato come una proposta sicuramente pacifista per essere credibile e conquistare nuovi elettori deve emanciparsi realmente e totalmente da associazioni e partiti fortemente identitari e ideologizzati che la imprigionano nel loro recinto di influenza. I quali, sia ben chiaro, non vanno squalificati perché per anni sono stati preziose riserve di energie democratiche e antifasciste che oggi andrebbero tutte convocate insieme a Sinistra Italiana e Verdi, insieme ad associazioni quali Sinistra Futura, insieme ai movimenti pacifisti, ecologisti, femministi per un disegno più grande: un percorso costituente per dare un’anima e una cultura politica nonviolenta alla prospettiva dell’alternativa perché la pace non è solo assenza di guerra, la pace è un sistema sociale, economico, politico, istituzionale alternativo al sistema di guerra.









