Cos’è quest’America furente che si reca in massa a votare Trump? Da dove viene? Quali sentimenti la caratterizzano? A noi, per spiegare se non tutti, comunque molti aspetti della vicenda, torna in mente una manifestazione di cui quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario. Era il novembre del ’99, e a Seattle si riuniva a Seattle l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Erano gli anni in cui l’Occidente, uscito vittorioso dalla Guerra fredda, si illudeva di poter imporre le proprie regole al resto del pianeta. E la sinistra, che di colpe nel disastro che ne scaturì ne ha molte, non solo non si opponeva a questo disegno scellerato ma ne era convinta sostenitrice. Erano gli anni del liberismo arrembante, della Terza via di Blair, Clinton e Schröder, dell’esaltazione collettiva per le privatizzazioni, della svendita del nostro patrimonio pubblico per quasi duecentomila miliardi delle vecchie lire, della distruzione di parti vitali del tessuto sociale e della sostituzione della comunità con l’individualismo predicato dalla signora Thatcher. Erano anche gli anni in cui molti paesi dell’ex blocco sovietico venivano fatti entrare nella NATO, giusto per condurre un’alleanza obsoleta e nociva ad “abbaiare alle porte della Russia”, come ha spiegato papa Francesco pochi mesi dopo l’inizio della tragedia in Ucraina. Poi quegli stessi paesi vennero inseriti all’interno dell’Unione Europea e le conseguenze sono sotto gli occhi di chiunque. La mattanza al G8 di Genova sarebbe arrivata nel 2001, sotto il governo Berlusconi ma con il capo della Polizia nominato dal centro-sinistra.

Cos’è, dunque, quest’America dei “bifolchi” (per citare l’“Elegia americana” di J.D. Vance) che si ribella alle star di Hollywood e all’establishment in generale e consegna assurdamente tutti gli stati in bilico a un personaggio tanto controverso?

È evidente che, se un fenomeno come la globalizzazione non viene governato con regole adeguate, attribuendo allo Stato un ruolo ben preciso e anzi esautorandolo di ogni funzione, se si abbandonano i più deboli a se stessi, se si lascia che le fabbriche vengano delocalizzate dalle multinazionali in nome di accordi di libero scambio come il NAFTA per far arricchire a dismisura i finanziatori delle proprie campagne elettorali, se si lasciano milioni di persone senza assistenza sanitaria, se i cambiamenti climatici cominciano a far sentire il proprio peso, insomma se collassa un intero sistema, non ci si può lamentare se poi viene fuori un personaggio come Trump. Allo stesso modo, non ci si può sorprendere se un altro multimiliardario come Elon Musk, quintessenza del trumpismo mediatico e digitale, si trasforma nella cassa di risonanza di idee balzane e pericolose, avendo a suo tempo ignorato la richiesta di una rete neutrale e davvero aperta a tutti, senza censure, manomissioni e bavagli.

Il voto per Trump, pertanto, costituisce un dramma ma, al contempo, un’opportunità. Affinché l’America ritrovi se stessa, tuttavia, è indispensabile che un’intera generazione di politici fallimentari passi la mano. I Clinton, i Biden e diremmo anche gli Obama, per quanto forse abbiano meno responsabilità rispetto agli altri, non hanno ormai più nulla da dire. Non aver voluto ascoltare il socialista Sanders quando ancora si sarebbe potuta scongiurare la catastrofe è stato un errore di cui gli storici, un giorno, descriveranno la portata. Ora, però, anziché fermarsi a piangere o, peggio ancora, continuare a vaneggiare di improbabili centri (e qui il discorso lambisce anche le nostre latitudini), bisogna prendere atto che la società è polarizzata e che, per sconfiggere i mostri che stanno spuntando ovunque, sia indispensabile dar vita a una sinistra identitaria che abbia come bussola la giustizia sociale e il rispetto per i diritti e per la dignità della persona. Nessuna concessione, quindi, alle “retrotopie” stigmatizzate da Bauman: bando all’innamoramento per i rossobruni e per coloro che, non sopportando Harris, hanno finito col sostenere implicitamente, o addirittura dichiaratamente, un soggetto che porterà gli Stati Uniti nell’abisso e lascerà il pianeta in macerie, facendo aumentare a dismisura l’odio, la violenza e le forme peggiori di sopraffazione. Nessuna simpatia neanche per chi vuole distruggere l’Europa, senza la quale ci ritroveremmo a essere un insieme di staterelli paragonabili agli stati “calpesti e derisi” dell’Italia pre-unitaria. Pensiamo, piuttosto, a come rifondare una sinistra degna di questo nome, che non si riempia la bocca della parola “periferie” senza esserci mai stata e che abbia il coraggio di porsi seriamente il problema della rappresentanza. Non basta, infatti, sostenere di voler dar voce agli esclusi: la missione della sinistra è far sì che gli esclusi decidano non solo di tornare a votare, riacquisendo così piena cittadinanza, ma anche di impegnarsi in prima persona per difendere le proprie idee, i propri salari e le fasce sociali dalle quali provengono. Occorre, in poche parole, un processo di ripoliticizzazione della società, dopo la devastante spoliticizzazione che denunciava già Pasolini oltre mezzo secolo fa.

Quanto alla globalizzazione, chi manifestava a Seattle, a Praga, a Nizza, a Genova e ovunque si siano tenuti quegli sciagurati vertici un quarto di secolo fa non è mai stato no-global (definizione insulsa e da accantonare il prima possibile) bensì alter-global, e solo sull’alterglobalismo si può rifondare una sinistra di popolo che riscopra il piacere di prendersi per mano. Quella generazione proveniva dai quattro angoli della Terra, si organizzava per e-mail, utilizzava Indymedia e gli altri strumenti esistenti all’epoca per fare contro-informazione, credeva nella fratellanza universale ed era assai più europeista di quanto non lo siano gli attuali vertici dell’Unione. I veri no-global, dunque, sono i sovranisti oggi dilaganti, con il loro nazionalismo di matrice xenofoba, la loro esaltazione delle barriere, i loro toni squallidi per quanto concerne l’immigrazione, la loro disumanità senza limiti e la barbarie che professano e della quale si rendono protagonisti in ogni circostanza. Sono loro a erigere muri e fili spinati, non certo le ragazze e i ragazzi che parlavano una miriade di lingue diverse ma erano accomunati dall’idea di far parte di un’unica famiglia mondiale nella quale nessuno dovesse essere lasciato indietro.

E allora, volendo far nomi e cognomi, o si riparte da personalità come Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar, Rashida Tlaib, Ayanna Pressley e il resto della Squad, se vogliamo rimanere negli Stati Uniti, e da una rinnovata alleanza coraggiosa nei contenuti fra PD, AVS, Sinistra diffusa e M5S, parlando del nostro Paese, oppure, con le varie derive verso un centro che furoreggia unicamente nelle redazioni di giornali e talk show, dal baratro nel quale siamo sprofondati non ne usciremo mai.

Del resto, lo ha scritto con grande chiarezza Bernie Sanders: se i democratici abbandonano la classe operaia, essa abbandonerà i democratici. E c’entra poco la cultura woke: non si perde mai quando si rivendica un diritto ma quando lo si accantona. Una sinistra del Ventunesimo secolo non contrappone diritti sociali e diritti civili, semmai si batte per entrambi, ben cosciente del fatto che senza un reddito adeguato non ci sarà mai una base di consenso sufficiente per parlare di matrimoni egualitari, adozioni da parte delle coppie omosessuali, utero in affitto, eutanasia e tutte le altre questioni essenziali che possono affermarsi solo in un contesto di pace. Ecco, la pace è l’altro discrimine. Una sinistra degna di questo nome non può continuare ad armare l’Ucraina senza avere in mente un principio diplomatico, una visione geo-politica e un’idea che non sia l’assurdità di sconfiggere la Russia, magari provocando un cambio di regime a Mosca in barba all’autodeterminazione dei popoli. Non sarà certo il golpismo bellicista, infatti, a ridefinire le linee guida di una parte politica mai come oggi in affanno. La pace è un valore imprescindibile, perché la guerra non genera solo morti e distruzione ma fa franare l’economia, come ben sanno i tedeschi, il cui destino potrebbe essere quello di ritrovarsi a breve con i neo-nazisti di Alternative für Deutschland alla guida, per giunta dopo che il pessimo Scholz ha varato un piano di riarmo da cento miliardi.

Né la Russia né la Cina hanno la benché minima intenzione di dichiararci guerra; pertanto, l’Unione Europea, se vuole riscoprire il senso della sua esistenza, ispirandosi alle sue radici, deve investire su uno straordinario progetto culturale e porre il multipolarismo come elemento indispensabile per assicurare la stabilità del pianeta. Un’azione diplomatica che ponga fine al conflitto russo-ucraino, un’azione decisa in Medio Oriente, denunciando la brutalità di Netanyahu e riconoscendo all’unanimità lo stato di Palestina, il riavvicinamento con la Cina, specialmente in ambito commerciale, un’apertura di credito ai BRICS, l’accantonamento dell’inutile G7 in favore di un dialogo corale che non escluda nessuno, una seria riforma dell’ONU che rivitalizzi un’organizzazione irrinunciabile se non si vuole mandare in malora il pianeta, una mano tesa all’Africa, che è il continente del presente ma soprattutto sarà quello del futuro, e una lotta comune ai cambiamenti climatici, i cui effetti si sono visti di recente in Spagna: questa è l’agenda che l’Unione dovrebbe rilanciare. Sarebbe la rivincita di Seattle, sul versante americano, e quella di Genova sul versante europeo. E sarebbe bello, oltre che molto utile, se chi aveva vent’anni allora e chi ce l’ha oggi scegliesse di camminare fianco a fianco, in nome degli stessi principî.

Il movimento alterglobalista, infatti, non è stato pura contestazione: aveva eccome delle proposte. E nel momento in cui il segretario della CGIL, Landini, arriva a ventilare l’esigenza di una “rivolta sociale”, dovuta alle politiche inique del governo Meloni e a una situazione complessiva ormai insostenibile, è chiaro che il fronte progressista possa avere un senso, sulle due sponde dell’Atlantico, solo se a prendersene cura saranno persone che abbiano come primo obiettivo quello di ricucire le ferite che il trumpismo arrembante inevitabilmente produrrà.

Non è questo il momento di arrendersi. Al contrario, è adesso che chiunque abbia un minimo di passione civile deve entrare nelle residue sedi di partito, qualunque esso sia, e mettersi al servizio della collettività. Se ciò non dovesse accadere, con le percentuali di voto che vediamo, saremmo già in dittatura. O, per dirla con Colin Crouch, in una fase di “post-democrazia”.

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