Il 13 marzo 2025 ricorrerà il dodicesimo anniversario dall’elezione del cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio a capo della Chiesa cattolica. Fin dai primi gesti – la rinuncia nella sua prima apparizione a qualsiasi ricco paludamento, la scelta del nome Francesco, il primo viaggio a Lampedusa – si è percepito che qualcosa di nuovo stava accadendo. Ai gesti sono seguite le parole, capaci di creare una straordinaria empatia per la chiarezza e la radicalità delle espressioni, molte delle quali divenute emblematiche di certe situazioni: globalizzazione dell’indifferenza; non epoca di cambiamento, ma cambiamento d’epoca; il denaro deve servire, non governare; la cultura dello scarto. E, dopo le parole, gli scritti: un’esortazione apostolica di programma del pontificato (Evangelii gaudium), e due encicliche, una sull’ecologia integrale e la cura del pianeta (Laudato si’) e l’altra sulla questione sociale (Fratelli tutti), hanno dato forma compiuta al rinnovamento bergogliano, con pagine dalle quali filtra – tra gli argomenti, per così dire, interni dedicati al rinnovamento della Chiesa – una critica aperta, spesso durissima, al capitalismo liberista come organizzazione economica che crea i presupposti per la disuguaglianza, l’ingiustizia, la povertà.

L’insistenza sulla necessità di cambiare il paradigma di un’economia asservita alla finanza e al libero mercato è apparsa in sintonia con gli obiettivi storici della sinistra, che ha, infatti, applaudito da subito le iniziative del Papa e ha trovato anche nell’episcopato italiano un interlocutore attento per un fecondo confronto di idee e per azioni comuni. Il quotidiano di proprietà della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), Avvenire, diretto da Marco Tarquinio, ha coltivato e diffuso nel mondo cattolico la nuova attenzione alla questione sociale, inserendola opportunamente in un contesto internazionale nel quale nascevano conflitti armati in varie parti del pianeta, tanto da suggerire a Francesco la lapidaria definizione di terza guerra mondiale a pezzi.

L’economia e la pace potevano costituire, in modo quasi naturale, il sostrato per un’alleanza forte tra la sinistra e il mondo cattolico, o, almeno, quella parte di esso più sensibile alle istanze democratiche e progressiste promosse dal pontificato di papa Bergoglio, fondate sul recupero e sulla riattualizzazione del Concilio Vaticano II. Anche la sinistra, del resto, non appariva – e non era – un monolite: vi erano rappresentate sfaccettature diverse che andavano da un’adesione entusiastica e quasi acritica nei confronti delle espressioni bergogliane a una forte resistenza contro una evoluzione della Dottrina sociale considerata, un po’ come ogni cosa proveniente dal Vaticano, per lo meno sospetta.

Un nuovo protagonismo

La svolta sui diritti sociali, sull’ecologia integrale e sulla lotta alla povertà richiamava i laici cattolici a un impegno rinnovato nella vita politica. Dopo la diaspora seguita alla fine dell’unità politica – rappresentata negli anni della prima Repubblica dalla Democrazia Cristiana – si faceva strada in modo pressante l’esigenza di ridare visibilità e incisività alla visione antropologica del cattolicesimo democratico: il personalismo come sintesi tra l’individualismo liberista e consumista propugnato dal capitalismo e il collettivismo esasperato e oppressivo di uno Stato che invade le libertà personali; la persona, cioè, come individuo sociale, definita dalla capacità di tessere relazioni in un contesto impregnato di sussidiarietà, secondo l’appello sturziano.

Questo nuovo protagonismo avrebbe dovuto essere intercettato da una sinistra attenta a valorizzare le comuni aspirazioni di libertà, uguaglianza e solidarietà, come del resto era avvenuto in passato quando le due culture – cattolica e socialista – avevano contribuito alla redazione della Carta costituzionale. Quali ostacoli, allora, ha incontrato una convergenza che sarebbe oltre modo utile oggi che la stessa Carta viene aggredita da proposte – l’autonomia regionale differenziata o l’elezione diretta del premier – sulle quali le due parti condividono un giudizio inequivocabilmente negativo?

Dal punto di vista del mondo cattolico, il timore di apparire – e di risultare realmente – ininfluente nella società italiana e l’esigenza di re-inventare le modalità di una presenza efficace, ispiravano un arroccamento sui cosiddetti valori sensibili o non negoziabili e una loro difesa a oltranza oltre che sul piano culturale anche su quello giuridico dell’impianto legislativo.

Dal punto di vista della sinistra, la paura di vedere rimesse in discussione alcune significative conquiste degli anni 70-80 tese al superamento della società patriarcale e dei suoi rigidi modelli famigliari, all’emancipazione femminile, all’affermazione dei diritti di ogni persona indipendentemente dalle inclinazioni sessuali, etc…, produceva un analogo irrigidimento che rendeva estremamente complicato il dialogo.

Un clima di reciproca diffidenza ha reso difficile valorizzare i molti punti di convergenza sui temi sociali del lavoro, della dignità umana, dell’uguaglianza, della pace. Tali difficoltà non riguardano frange estremiste e minoritarie di pasdaran, ma i massimi livelli di rappresentanza: da un lato Papa, Vescovi e autorevoli esponenti della cultura di matrice cattolica, dall’altra gli esponenti del variegato panorama laico, tra i quali autorevoli dirigenti della sinistra: gli stessi che applaudivano una dichiarazione del Papa sulla pace, o sulle disuguaglianze economiche e sociali, il giorno successivo si stracciavano le vesti davanti a una dichiarazione dello stesso pontefice che condannava l’aborto.

 

Aborto: un esempio di ostacolo e di dialogo

Eppure, un dialogo costruttivo sarebbe possibile, se è vero che proprio la legge sulla tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza – la legge 194 del 1978 – approvata con il voto contrario dei politici cattolici, e sulla quale alcuni di loro promossero, perdendolo, il referendum abrogativo, non solo, oggi, non viene messa in discussione, ma è difesa strenuamente proprio da quelle forze politiche che la contrastarono. Mentre i movimenti e partiti laici che l’approvarono vorrebbero rivisitarla alla luce dell’evoluzione culturale, scientifica, sociale di quasi cinquant’anni, in modo che sia sancito in modo incontrovertibile l’aborto come un diritto, sulla scorta anche delle decisioni in alcuni paesi dell’Unione e dell’esplicito invito da parte del Parlamento europeo[1].

Alla fine degli anni ’70, il contributo del PCI fu determinante per elaborare un provvedimento che ha segnato una tappa importante dell’evoluzione sociale italiana ed è stato capace di resistere tanti anni, convincendo progressivamente anche i suoi oppositori. La sinistra di oggi, almeno quella meno propensa a farsi contaminare negativamente dalla cultura individualistica e consumistica che sembra farla da padrona, è in grado di dialogare con il mondo cattolico per provare a replicare la sintesi feconda di allora?

Occorrerebbe evitare le rigidità ideologiche e confrontarsi, più che su dichiarazioni di principio inaccettabili per l’altra parte (del tipo l’aborto è un diritto, o l’aborto è un delitto), sulle motivazioni, sui limiti, sulle modalità di compierlo, sui possibili sussidi psicologici ed economici per renderlo meno traumatico, e via dicendo. Con un possibile punto condiviso: la parola ultima, definitiva, spetta alla donna. Il vero diritto da salvaguardare è questo, ed è possibile farlo se lo si rende il più informato possibile, nel contesto di una società che tutela la libertà personale senza lasciare sola chi deve decidere. Una parte politica che ha nella società e nella solidarietà i suoi valori fondanti non dovrebbe avere problemi a far prevalere la dimensione sociale di un evento che già nel suo atto originario non è solo individuale; né a rifiutare che tutto possa ridursi alla prescrizione di un farmaco da assumere nella solitudine della propria casa, indifferente a qualunque tipo di conseguenza fisica e psicologica.

Le differenze sui valori esistono. Ma è accettabile che esse rendano arido e impraticabile tutto il vasto campo comune dove crescono le aspirazioni all’uguaglianza, alla pace, all’accoglienza? Oppure ci sono ancora margini perché due parti che chiamano i propri adepti fratelli e compagni riescano a elaborare un pensiero e un’azione comune contro il capitalismo, l’individualismo e il consumismo omologante che sembrano attanagliare le società occidentali? E, quindi, a rendere concreto quel nuovo umanesimo al quale entrambe aspirano?

Crescono i fermenti

Dopo la fine della direzione Tarquinio, Avvenire ha modificato – seppure con la prudenza e i tempi lenti della Chiesa – la propria linea, ospitando sempre più frequentemente interventi su una presenza diversa dei cattolici nella vita politica, nella quale trasferire la capacità di aggregazione già dimostrata in ambito sociale. A partire dalla Settimana sociale di Trieste del luglio 2024, si sono moltiplicati gli articoli e le iniziative. Oltre a quelle direttamente rivolte a costruire un partito di ispirazione cattolica – promosse da Insieme e, più prudentemente, da Demos, che fa capo alla Comunità di Sant’Egidio e ha un suo esponente eletto in Parlamento nelle liste del Pd – recentemente sono state personalità di rilievo come Delrio, Gentiloni, Prodi, Ruffini, ad assumere il compito di parlare agli elettori di matrice culturale cattolica per promuovere una presenza più attiva e visibile nello scenario politico, come auspicato dai Vescovi italiani[2].

Come si pone la sinistra nei confronti di questi fermenti che rischiano di mettere in crisi anche quell’amalgama mal riuscito che è il Partito Democratico? Starà a osservare in silenzio e in disparte o promuoverà occasioni di confronto sui più scottanti temi di attualità, a partire dalla pace, dal contrasto alla crescita degli armamenti, dalla lotta per la dignità del lavoro nei paesi sviluppati e dalla lotta alla fame e alla povertà nei paesi sfruttati?

L’avanzata dell’estrema destra, xenofoba e razzista, ipernazionalista e populista, potrà essere fermata soltanto se le forze che fanno riferimento ad altri contrapposti valori riusciranno a superare le diffidenze e a trovare efficaci sintesi operative, pur nella differenza delle ispirazioni culturali e forse anche degli obiettivi finali.  Ora, il mondo cattolico è tutt’altro che monolitico, ma su alcuni principi che sono strettamente connessi alla dignità della vita umana in tutto il suo sviluppo registra una sostanziale unità. Le differenze riguardano le scelte attraverso cui rendere concreti quei principi; e qui le posizioni possono essere molto divaricate, perché se una parte privilegia la difesa di punti di riferimento tradizionali (la triade Dio, Patria e Famiglia declinata staticamente) collocandosi in un contesto che schematicamente può essere definito conservatore, un’altra parte privilegia l’innovazione – culturale, scientifica, economica – e ha come riferimento principale la non accettazione dello status quo e la necessità di cambiarlo.

È a questa parte che dovrebbe sapersi rivolgere una sinistra che voglia contribuire al miglioramento della società e non voglia condannarsi a perdere ulteriori consensi.

 

(e)Lezioni americane e non solo

La recente rielezione di Donald Trump alla presidenza degli USA, con la conquista della maggioranza in entrambi i rami del Congresso americano, ha mostrato chiaramente i limiti del Partito Democratico americano nel voler rappresentare un insieme di minoranze (etniche, di genere, etc…) per conseguire una maggioranza. È uno schema che, se pure ha funzionato in periodi di sviluppo economico, non funziona più, perché una parte di quelle minoranze ha subìto gli effetti devastanti di un modello economico fondato sulla crescita delle disuguaglianze e ha perso fiducia in chi di quel modello – a torto o a ragione – viene ritenuto promotore e difensore.

L’economia (la struttura) torna a essere la principale fonte delle scelte elettorali, e non c’è alcuna giusta lotta per diritti individuali che riesca a modificarla. Bernie Sanders lo ha espresso lapidariamente: «Non dovrebbe essere una grande sorpresa che un Partito Democratico che ha abbandonato la classe operaia si accorga che la classe operaia ha abbandonato loro. Mentre la leadership democratica difende lo status quo, il popolo americano è arrabbiato e vuole un cambiamento. E hanno ragione».

È un concetto analogo a quello espresso, qualche mese prima, da Stefano Levi Della Torre sul Fatto Quotidiano a proposito della sinistra italiana: «Tra le ragioni per cui tanta gente si è spostata a destra c’è che la retorica della destra si rivolge alle maggioranze sociali mentre la sinistra si occupa di minoranze. La destra si rivolge al senso comune timoroso dei cambiamenti necessari, al senso di appartenenza a una maggioranza etnica e confessionale, mentre la sinistra agita – quando va bene – i sacrosanti diritti civili degli omosessuali, delle coppie arcobaleno, dei transessuali, degli immigrati, dello ius soli… Ma ha abbandonato per anni i diritti sociali del lavoro, del salario, della sanità e dell’istruzione pubblica, della giustizia sociale. Per questo una maggioranza, che si sente trascurata nei suoi diritti sociali, vedrà nei diritti delle minoranze non dei valori civili ma piuttosto dei privilegi particolari e non sarà condotta a condividerli ma a osteggiarli. […] Solo una politica che metta al primo posto la lotta per i diritti sociali maggioritari potrà proporre di conseguenza la lotta per i diritti civili dele minoranze, e potrà farli comprendere a livello di massa non come privilegi ma come articolazione dei diritti costituzionali che riguardano tutti. I diritti sociali sono il fattore di guida che trascina i diritti civili, non viceversa».

Tornare a occuparsi dei bisogni primari della maggioranza dei cittadini, è la strada maestra per conquistare il governo del Paese e, da lì, agire per incidere anche sul benessere personale di chi ha necessità di particolare tutela e del riconoscimento delle proprie condizioni.

Per non perdere l’occasione

Il pontificato di Francesco volge al termine, ed è un fatto naturale. Cosa accadrà, in seguito, nella Chiesa cattolica è difficile da prevedere, ma solitamente a un papato movimentista segue una pausa. Alcuni dei processi avviati dall’attuale pontefice continueranno, magari meno vistosamente; altri si fermeranno, qualcuno subirà un temporaneo arretramento. Ma una gran parte del mondo cattolico ha respirato nuovamente lo spirito conciliare, e non tornerà indietro. Proseguirà e rafforzerà il suo impegno nella lotta alle disuguaglianze, alla povertà, alle ingiustizie, all’inquinamento. A chi potrà rivolgersi se non all’area più progressista del panorama politico? Insieme a chi potrà provare a costruire quel nuovo umanesimo integrale – sociale ed ecologico – che costituisce il suo orizzonte?

E la sinistra cosa ha da offrire a quel percorso, e cosa può riceverne in termini di arricchimento teorico e di esperienza pratica? Se accetterà il rischio di un dialogo vero, senza pregiudizi e senza presunzione, potrà offrire una casa politica a quella parte di cattolici che sentono di più la spinta a impegnarsi per valori che sono comuni e che, attualmente, si sente poco compresa[3]. Saranno la maggior parte? Probabilmente no, ma non sarà una parte trascurabile. Gli altri troveranno rifugio in un centro indistinto del quale proveranno a conquistare l’egemonia: quello al quale pensano i protagonisti dei recenti convegni.

Ma in quel centro finiranno tutti o quasi gli elettori cattolici, se una sinistra moderna, aperta, curiosa e capace di contaminarsi, non saprà uscire dai vicoli percorsi negli ultimi trent’anni per confluire nella grande arteria dove ci sono quelle che un tempo venivano chiamate masse popolari. Perderà qualche elemento di identità? Forse sì. Ma riguadagnerà l’attenzione e il rispetto di quelle classi e ceti sociali che dice sempre di voler rappresentare, dando voce a chi non ha voce e forza a chi non ha forza.

 

[1] L’11 aprile 2024, con 336 voti a favore, 163 contrari e 39 astensioni il Parlamento europeo si è espresso per il riconoscimento dell’aborto come diritto fondamentale. Nel testo della mozione, gli eurodeputati chiedono che l’articolo 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue sia modificato, affermando che: “ognuno ha il diritto all’autonomia decisionale sul proprio corpo, all’accesso libero all’aborto sicuro e legale”. Ad aver votato compattamente la misura sono stati: Socialisti e democratici, Verdi/Ale, Renew e la Sinistra. Il partito Popolare Europeo si è spaccato con l’approvazione solo degli eurodeputati provenienti dal nord Europa. Il gruppo dei Conservatori e riformisti e Identità e democrazia invece, salvo rare eccezioni, ha votato contro la mozione

[2] «Guardiamo con simpatia agli sforzi per una rinnovata presenza dei cristiani nella vita politica del Paese e, mi auguro, dell’Europa, a partire dalla Settimana Sociale di Trieste. È importante che ciò avvenga nel tracciato della Dottrina sociale della Chiesa, nella pur legittima pluralità di espressioni politiche» ha detto il cardinale Matteo Maria Zuppi aprendo la sessione invernale del Consiglio permanente della CEI, il 20 gennaio 2025.

[3] Emblematica la dichiarazione di Paolo Ciani, segretario nazionale di Demos e vicecapogruppo del PD alla Camera: «Siamo stanchi di essere considerati di sinistra quando parliamo di pace e immigrazione e moderati o di destra quando pariamo di eutanasia e gestazione per altri. Siamo le stesse persone!»

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