Induce a riflettere che Donald Trump diventi presidente negli stessi giorni in cui diciamo addio a un gigante come “Pepe” Muijca, considerato da molti, e non a torto, il papa Francesco dei presidenti. Storico leader dell’opposizione uruguaiana, tupamaro, imprigionato e torturato per oltre dieci anni a causa delle sue idee e del suo impegno politico, divenne presidente nel 2010, introducendo misure rivoluzionarie che hanno reso il Paese sudamericano uno dei più avanzati sotto il profilo dei diritti sociali e civili. Desta, dunque, impressione che per un socialista allendiano che se ne va, torni al potere un liberista sfrenato, oltretutto in posizione subalterna rispetto a un gruppo di miliardari che ha deciso, di fatto, di inaugurare da par suo la nuova era delle relazioni mondiali.
Il potere tecnologico e del denaro che si fa potere politico: a questo abbiamo assistito lunedì 20 gennaio, alle ore 12, in quel di Capitol Hill. Un tempo attendevamo con ansia il discorso inaugurale del presidente. Stavolta lo abbiamo atteso con paura e, purtroppo, è stato addirittura peggiore di quanto pensassimo. L’epitaffio di una Nazione, la fine dell’Occidente, un de profundis per l’Unione Europea e forse la fine di tutto: di questo si è trattato, fra proclami sovranisti, sparate pseudo-messianiche, promesse di una nuova “età dell’oro”, che naturalmente riguarderà solo gli oligarchi amici suoi, e tamburi di guerra, anche se il nostro ha parlato spudoratamente di pace, che risuoneranno non appena darà seguito ai suoi propositi imperialisti. C’è di peggio, tuttavia.
Non ci vuole molto, infatti, per capire che le scelte decisive saranno compiute altrove, dai suddetti oligarchi, ossia da personaggi con un’influenza planetaria senza precedenti e la capacità di condizionare i mercati finanziari e, di rimbalzo, l’economia reale. Musk, Bezos, Zuckerberg: X, Amazon e Facebook, le piattaforme di comunicazione e l’e-commerce, la scomparsa del mondo reale e dei beni materiali in tre volti, assisi in prima fila ad applaudire il primo dei loro sudditi, mentre il sovranismo da operetta dell’evo contemporaneo si spellava le mani da par sua, in una riproposizione in chiave contemporanea della “servitù volontaria” ben descritta da Étienne de la Boétie.
La libertà dei servi
È però a un pensatore contemporaneo come l’amico Maurizio Viroli, che non a caso vive e insegna da quasi quarant’anni negli Stati Uniti, che voglio ispirarmi per compiere le riflessioni che seguono. In un bel saggio pubblicato la prima volta quindici anni fa con Laterza, all’apice della stagione berlusconiana, egli difatti denunciò la presenza in Italia di quella che definisce “la libertà dei servi”. Ne citiamo alcuni passaggi per comprendere meglio il tempo che ci è dato vivere. “Il concetto di libertà come assenza di dipendenza da un potere arbitrario o enorme non si basa su un processo alle intenzioni, ma su una constatazione realistica. Che le intenzioni di chi ha il potere arbitrario o enorme siano buone o malvagie è del tutto irrilevante. Il problema è che chi ha un potere arbitrario o enorme può facilmente imporre il proprio interesse e che siffatto potere genera in chi è sottoposto ad esso la mentalità servile, con il suo corteo di adulazione, maldicenza, incapacità di giudicare con mente chiara, identificazione con le parole e i comportamenti del signore, disprezzo per le persone dall’animo grande, cinismo, indifferenza, simulazione, prepotenza nei riguardi dei più deboli e degli avversari, mancanza di vita interiore, ossessione per le apparenze. Questi modi di pensare e di vivere sono incompatibili con la libertà poiché quest’ultima esige che i cittadini non siano disposti né a servire umilmente né a dominare con arroganza”. E ancora: “In ogni popolo e in ogni tempo (ove più, ove meno) ci sono uomini che amano dominare, salire sempre più in alto, essere sempre al centro. Per raggiungere il loro scopo accumulano nelle loro mani, in vari modi, grandi poteri. Se vogliamo impedire che sulla città si affermi il dominio di un uomo, è necessario che i cittadini, o almeno i più saggi, si accorgano del pericolo prima che sia troppo tardi e sappiano individuare i modi migliori per difendere il bene comune. Dovranno inoltre dimostrare, per usare la parola antica ma sempre appropriata, di avere virtù, in particolare il coraggio. Se, per stupidità o vigliaccheria non sanno opporsi agli uomini potenti che vogliono dominare, perdono la libertà. Per un suddito o un servo essere liberi significa soltanto avere la libertà e godersela senza interferenze e ostacoli; per dei cittadini è il premio per aver agito secondo virtù”. Era un’analisi perfetta per descrivere il declino dell’Italia berlusconiana, è un’analisi perfetta per descrivere il declino dell’Occidente trumpista. Dove Trump, ribadiamo, non è il dominus ma soltanto il primo dei sudditi.
La mentalità servile che è andata diffondendosi là dove un tempo regnavano i principî della Rivoluzione francese, infatti, costituisce ormai il marchio di fabbrica di un universo degradato e in preda alla dissoluzione, in cui la legge non è più uguale per tutti, le disuguaglianze sono esplose e persino un tempio del liberismo mondiale come il Forum annuale di Davos si è trasformato in uno sfogatoio. Il luogo un tempo preposto a magnificare le virtù della globalizzazione senza limiti né regole si è oggi trasformato in una sorta di tribunale, snobbato da una parte dei governi, tra cui il nostro, e lasciato nelle mani di organizzazioni come Oxfam, che da anni non fanno altro che metterci in guardia sui rischi legati alla mastodontica concentrazione della ricchezza cui stiamo assistendo. Otto paperoni, tutti uomini, quasi tutti americani e per lo più attempati, detengono lo stesso patrimonio dei tre miliardi e mezzo, se non di più, di persone più povere del pianeta, costrette a vivere con circa due dollari al giorno, in condizioni nelle quali non possono che prosperare l’odio e la sete di vendetta. Se volete individuare una delle principali ragioni del terrorismo, nonché il motivo per cui Putin, nonostante sia Putin, a livello globale sia tutto fuorché isolato, andatevi a leggere questi dati. Capirete meglio perché i BRICS si stiano espandendo, perché l’Unione Europea stia collassando sotto il peso delle sue contraddizioni, a cominciare da un bellicismo stucchevole che sta riducendo in miseria i ceti sociali più deboli, e perché l’approccio trumpiano alle relazioni internazionali rischi di infliggere il colpo di grazia non solo all’utopia della “fine della storia”, già ampiamente tramontata, ma anche a quel faticoso equilibrio che comunque aveva resistito almeno fino all’esplosione del Covid.
Fallimento delle classi dirigenti
Ebbene, Donald Trump è un figlio del fallimento complessivo delle classi dirigenti diffuse, che si tratti della politica, dell’informazione, delle banche, della finanza, degli intellettuali e di tutti i settori che lo detestano ma non hanno saputo contrastarlo adeguatamente e ora ci si stanno, neanche troppo segretamente, mettendo d’accordo. Lui ha fiutato l’aria, trovando il modo di portare dalla sua parte i padroni del vapore. E così, il glorioso Washington Post, il giornale che negli anni Settanta aveva pubblicato i Pentagon Papers, con retroscena agghiaccianti sulla Guerra del Vietnam, e svelato lo scandalo Watergate, rinuncia all’endorsment a favore di Biden per non disturbare il probabile vincitore, Zuckerberg consente agli utenti di Facebook di inneggiare liberamente a Hitler e di mettere in discussione i vaccini, la scienza e tutto ciò che aveva fatto dell’Occidente il posto più avanzato al mondo, in cui il benessere e la produttività andavano di pari passo, su Musk c’è poco da aggiungere ed è ben chiaro, insomma, chi comandi. Il “Regno del denaro”, per utilizzare una mirabile definizione di Adriano Olivetti, si è impadronito delle nostre vite, condizionando il nostro modo di pensare, di vestire, di mangiare, di votare e, di conseguenza, di essere. Al che, non ci resta che la mentalità servile di cui parlava Viroli: quella che fa sì che chi trova il coraggio di scrivere un articolo del genere venga additato come obsoleto, disfattista, parruccone, retrogrado e, naturalmente, isolato perché la presunta “modernità” chiede altro. Già, ma in cosa consiste questa modernità? Quale libertà ci garantisce? Quella dei servi, come detto, quella ottocentesca delle Costituzioni ottriate, ossia concesse dal sovrano, quella in cui si può godere allegramente a patto che non si pensi e, soprattutto, che non si dissenta, quella del lavoro senza diritti né tutele né dignità, quella dei diritti civili contrapposti ai diritti sociali, quella degli ultimi contro i penultimi, dei Parlamenti esautorati, degli organi di garanzia messi in discussione e, infine, privati della propria funzione essenziale, quella dell’asservimento e del conformismo, dell’informazione addomesticata e del pensiero unico. Ma questa non è più libertà, non nel senso liberale e gobettiano del termine almeno; questa è una servitù mascherata, una presa in giro, una sconfitta del nostro stare insieme, una progressiva distruzione dei valori resistenziali che il prossimo 25 aprile dovremmo celebrare, la fine dell’ideologia onusiana, che affidava la pace a un consesso internazionale di tutto rispetto, e il ritorno alle piccole patrie; anzi, alle grandi potenze, potremmo dire agli imperi, che definiscono la propria sfera di influenza spartendosi il globo con la stessa levità con cui Chaplin vi giocava ne “il grande dittatore”.
Privatizzazione della politica e del potere
Non siamo neanche alla “logica di Jalta”, perché a Jalta quanto meno Churchill, Roosevelt e Stalin rappresentavano sì tre nazioni imperialiste ma quanto meno rappresentative di buona parte del pianeta, pertanto potevano in qualche modo definirne i destini (per quanto la pratica fosse comunque intollerabile). Qui siamo a dei privati cittadini, esenti da ogni controllo, compreso temiamo quello fiscale, che si dilettano a mandare satelliti in orbita, proclamano di voler conquistare Marte e, nel frattempo, stabiliscono cosa debba accadere sulla Terra, quali governi debbano restare in piedi e quali debbano cadere, come debbano essere definiti i trattati di pace, chi possa esprimere le proprie idee e chi no. E il bello è che quasi nessuno avverte il pericolo cui stiamo andando incontro; anzi, si inneggia ai geni, ai rivoluzionari, agli uomini nuovi, diremmo quasi “della Provvidenza”, il che rende l’idea di quanti passi avanti abbia compiuto la servitù volontaria di cui parlavamo all’inizio. Ormai non esistono più popoli e opinioni pubbliche ma consumatori e follower. E la cerimonia inaugurale della presidenza Trump, oltre a destare sgomento, ha sancito l’irrilevanza di un uomo che sa di non detenere alcun potere effettivo ma ha la faccia tosta di rivendicarlo, ben cosciente di avere comunque in mano le leve necessarie per conservarne la facciata e garantirsi il proprio ruolo e la propria aura di invincibilità. E gli altri? Gli altri sanno di essere “dalla parte giusta della storia”, almeno della storia per come ci viene raccontata, e non si pongono alcun problema, certi che il solo trovarsi lì garantirà loro sicure carriere e un domani prodigo di soddisfazioni. Per quanto concerne, invece, concetti come la dignità della persona, i diritti umani, la pace, la tolleranza, il rispetto reciproco, l’essere umano al centro del processo di sviluppo, insomma i capisaldi della nostra Costituzione, si annunciano giorni duri. No, la seconda avventura di Trump alla Casa Bianca non sarà paragonabile alla prima: sarà di gran lunga peggiore.










