L’età dell’oro annunciata da Trump per gli Stati Uniti puzza tanto di …M o, se volete un linguaggio più consono, di privilegiato paradiso fiscale per i miliardari e lacrime e sangue per tutti gli altri. Anche per i popoli europei, sicuramente per la parte più povera della popolazione europea e italiana cui l’aumento delle spese militari e i dazi ridurranno ulteriormente salari, stipendi, assistenza e servizi. Ma la deriva di destra ha il vento in poppa in tutto l’Occidente e i nostri beneamati “sovranisti” possono allegramente festeggiare, sentirsi dentro il flusso della storia e ben saldi in sella: Giorgia Meloni prima di tutto, ma anche Matteo Salvini che la scavalca a destra della destra e propone di uscire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, come ha appena fatto il suo nuovo idolo di riferimento Donald Trump. I “sovranisti” italiani hanno finalmente trovato il loro “sovrano”: Donald Trump.
E noi poveri analisti malati di cultura politica, di sociologia, di geopolitica e di studio dei modelli capitalistici, a cercare di capire dove andasse a parare il sovranismo nostrano. Ma quale nazionalismo! Ma quale patria! Trovare il sovrano, il padrone del mondo, ecco finalmente la cuccia cui approdare. L’hanno trovato: il nuovo Cesare, il Kaiser dell’Occidente liberista che vuole occupare come “spazio vitale” Canada, Groenlandia, canale di Panama e disgregare l’Unione Europea per meglio asservirla.
Caput mundi e Reich sono i miti di imperi che Roma e Berlino hanno alimentato con successo in tempi storici diversi, ma comunque vadano le prossime elezioni politiche in Germania previste per il 23 febbraio, il Quarto Reich non nascerà lì per opera della AFD ma piuttosto a Mar-a-Lago in Florida. Se mai nascerà, sarà Mar-a-Lago, la villa privata di Donald Trump, la nuova “Caput mundi “; non la Casa Bianca a Washigton che come Istituzione passa da presidente a presidente e il suo valore istituzionale storico e morale non può essere facilmente privatizzato come invece intende fare Donald Trump del suo ruolo di potere.
Ritornando ad un registro più serio direi che No, per fortuna non nascerà un Quarto Reich né negli Stati Uniti né in Germania né come sistema imperiale occidentale. Non tanto per merito nostro, del frastagliato mondo delle sinistre, ma per il contesto internazionale mondiale. E’ vero che è in fase di profondo mutamento e di crescente disordine e in questa anarchia i rapporti di forza stanno prendendo il posto del Diritto internazionale e gli Organismi sovranazionali multilaterali contano sempre meno. Eppure in questo scenario regressivo, apparentemente favorevole alle sue megalomanie, Trump non sfonderà, farà danni gravi ma non sfonderà. La politica di potenza finanziaria, economica, commerciale, militare, nucleare degli Stati Uniti potrà riuscire ad addomesticare in parte l’Occidente ma non riuscirà a soggiogare il mondo. Lo impedisce la demografia e il peso della crescita demografica mondiale che si sposta a Sud e a Est del pianeta Terra rendendo evidente la limitatezza delle risorse disponibili. Lo impedisce il processo di decolonizzazione non ancora concluso e vivo in tante parti del mondo anche se c’è chi, come il governo di Israele, promuove ancora in Cisgiordania un colonialismo di insediamento. Lo impedisce l’emergere di nuove potenze regionali medie e grandi come l’India e la Cina. In particolare la Cina è il vero rivale e concorrente degli Stati Uniti ma, tranne che per la dotazione di armi nucleari, la Cina è 5 volte più forte a livello economico, tecnologico e commerciale di quanto lo fosse l’Unione Sovietica nei confronti degli Stati Uniti ai tempi della Guerra Fredda e dunque conviene sfidarla, limitarla ma non pensare di riuscire ad abbatterla. Sono analisi dovute a John Mearsheimer, importante studioso statunitense di relazioni internazionali, che tra l’altro ci rivela come l’enfasi della propaganda statunitense sulla pericolosità militare dell’Unione Sovietica fosse funzionale a giustificare da parte del governo e del Pentagono la propria gigantesca corsa al riarmo, ben consapevoli della inferiorità russa. Questo schema favorevole al riarmo oggi è ampiamente utilizzato dall’estone Kaja Kallas, Alto Rappresentante per la politica estera e la sicurezza dell’Unione europea e Vicepresidente della Commissione Von der Leyen, così come dall’olandese Mark Rutte Segretario generale della Nato.
M come MAGA o M come Musk?
MAGA, Make America Great Again, “fare di nuovo grande l’America”, il piano semplificato in slogan utilizzato da Donald Trump ha una importante variabile impazzita: Elon Musk, la sua potenza tecnologica e mediatica, il suo doppio ruolo di capitalista globale sostenitore di una sorta di Internazionale nera e di alleato speciale del Presidente dentro la nuova compagine di Governo. Per ora la copia Trump-Musk sembra andare d’amore e d’accordo nella divisione dei ruoli, entrambi comunque al servizio di quell’offensiva liberista radicale che pretende di mettere nelle mani private delle oligarchie finanziarie e tecnologiche il futuro del pianeta e intanto mette in discussione la democrazia così come l’abbiamo costituzionalizzata in Europa e negli stessi Stati Uniti.
Riprendo qui un concetto elaborato da Fabio Armao, docente di relazioni internazionali all’Università di Torino, quello di “oikocrazia”: nel caso della copia Trump-Musk oikocrazia all’ennesima potenza. Scrive Fabio Armao “l’oikocrazia, dai termini greci kratos, potere, e oikos, che identifica la casa, la famiglia, il clan, è una forma di governo ormai pressochè universale che riscopre il clan come struttura di riferimento e antepone gli interessi privati dei propri membri a quelli pubblici collettivi. La società odierna è abissalmente distante da quella di inizio Novecento e propone un modello di relazioni tra politica e mercato, tra pubblico e privato, diverso e in gran parte originale rispetto ad allora.” E ancora “tutti gli Stati, a prescindere dalle differenze tra i rispettivi regimi e persino quando confliggono tra di loro, si integrano alla perfezione nello stesso sistema globale grazie alla diffusione di quello che definisco oikocrazia” (Fabio Armao in “Capitalismo di sangue “edito nel 2024).
Anche Vladimir Putin rientra a pieno titolo in questa classificazione: il suo regime e il capitalismo oligarchico da lui protetto e gestito in Russia come capo clan lo rende molto simile a Donald Trump e alla sua mentalità illiberale. Forse anche in forza di questa comune mentalità reazionaria potrebbero pragmaticamente trovare un accordo politico che metta fine al conflitto in Ucraina. Accordo assolutamente da auspicare, senza nessuna puzza sotto il naso, proprio perché difficile, proprio perché la guerra è assurda ed è stupido continuarla con le centinaia e migliaia di morti sulla coscienza di tutti, non solo dell’invasore russo.
Piuttosto è da rimpiangere e da compiangere il ruolo dell’Unione Europea, priva di una propria autonoma politica estera, priva di una propria iniziativa diplomatica, e il ruolo dei partiti democratici e progressisti europei quasi tutti piegati ad un iperatlantismo miope, servile e complice.
Se Trump e Putin troveranno una soluzione decente per l’Ucraina, tanto di cappello! Ma non illudiamoci, niente tornerà come prima, a cominciare dalla constatazione di aver subito e di continuare a subire una drastica ulteriore riduzione della sovranità sia dell’Unione Europea che dei singoli Stati Europei. Anche l’idea di ricostruire l’unità politica dell’Unione Europea con l’esercito europeo, potenziando l’industria militare europea, investendo sul riarmo è l’illusione di un federalismo debole sul piano politico e istituzionale che si crede forte ricorrendo alla muscolarità delle armi. Piuttosto si neutralizzi sul piano tecnologico e satellitare lo strapotere di Musk e di Starlink non consegnandogli le chiavi del controllo aerospaziale europeo.
Piuttosto chi nell’Unione Europea ha ancora un briciolo di coraggio politico e di visione si adoperi perché il negoziato con la Russia comprenda la riduzione bilanciata dei missili nucleari di medio e corto raggio che riguardano in modo specifico proprio la sicurezza del territorio europeo. Piuttosto si affianchi l’ONU e chi in Medioriente è davvero interessato alla pace perché la tregua tra il governo israeliano e Hamas continui e non si aspetti la scadenza della tregua per avviare, solo dopo, negoziati multilaterali per una presenza internazionale di peackeeping a Gaza, perché Netanyahu farà di tutto per non averla tra i piedi e Trump forza la situazione per sostituire i caschi blu solo con truppe statunitensi.
Sinistra, che fare?
Nell’Hotel Rome di Berlino il probabile futuro cancelliere tedesco Friedrich Merz della CDU/CSU ha annunciato il nuovo corso politico in caso di vittoria elettorale alle elezioni del 23 febbraio 2025. Quasi irrilevanti i possibili alleati che dovranno formare la coalizione da lui guidata, siano la SPD di Olaf Sholtz, il cancelliere socialdemocratico uscente fermo nei sondaggi al 18%, i liberali che hanno causato la caduta del governo o i verdi tedeschi bellicisti e antirussi. Come arma di ricatto sullo sfondo rimane l’apertura alla destra estrema come sta accadendo in Austria, anche se a parole si afferma di fare argine alla formazione neonazista AFD sponsorizzata da Musk e valutata nei sondaggi tra il 18% e il 20%.
Merz tiene completamente conto del nuovo quadro internazionale da lui definito “epochenbruch”, cioè rottura epocale. Non ha problema a definire Russia e Cina ai vertici dell’asse delle autocrazie da sfidare e combattere e sceglie senza tentennamenti USA e Nato come alleati strategici così come il riarmo come deterrenza. Di più, rompendo in più punti con l’esperienza della Merkel, non solo sembra sposare la tesi della militarizzazione della sicurezza ma anche l’idea della difesa dei confini e del respingimento dei migranti. Insomma una Germania “fortezza” in vista di un Europa “fortezza”. Nel suo programma c’è poi la riconferma del rapporto preferenziale con la Francia e la stretta collaborazione con Macron nei due anni di Presidenza che ancora gli restano. Con diverse novità: un rapporto Germania-Francia apparentemente paritario ma, per la debolezza politica di Macron, a traino esplicito della Germania che si candida a diventare la nazione guida per l’intera Europa. Diversamente dal passato, non più a sostegno dell’ONU, del multilateralismo e delle cause umanitarie, ma piuttosto a sostegno dell’asse delle democrazie contrapposto all’asse delle autocrazie. Insomma Merz recupera e fa propria la geopolitica dei conservatori statunitensi e in qualche modo, senza essere invitato, si mette all’interno delle logiche di Trump che divide il mondo in buoni e cattivi, amici e nemici.
Il nuovo nazionalismo di Merz non so quanto farà piacere a Trump che sicuramente preferiva lo scodinzolamento festoso e subalterno dei sovranisti italiani e ungheresi. Ma certo procura problemi anche, se non soprattutto, alle forze progressiste e di sinistra dell’intera Europa. Il problema è quello di contribuire o meno al rafforzamento dell’argine nei confronti delle destre accettando di essere alleati minori del centrismo di Merz e del Partito Popolare Europeo guidato dall’Unione CDU/CSU.
Che farà la SPD di Olaf Scholz in Germania? Entrerà nel governo di coalizione guidato da Merz o passerà all’opposizione? Gli equilibri che si creeranno in Germania avranno conseguenze in tutta Europa. Anche in Italia lo spostamento del baricentro politico europeo più a destra ha già prodotto delle conseguenze tra le forze di opposizione con un incredibile effervescenza delle forze più moderate del centrosinistra che rivendicano più spazio dentro il PD della Schlein, considerato troppo spostato a sinistra, e una virata al centro per organizzare una “scossa riformista”. Così Paolo Gentiloni cui si aggiunge la difesa del Jobs Act da parte di Del Rio che sconfessa almeno alcuni dei 4 Referendum promossi dalla CGIL.
Dove sia l’eccessivo spostamento a sinistra della Schlein è davvero difficile da vedere, certo è che il corpo centrale e periferico del PD tollera la segreteria di Elly Schlein ma non ha sostanzialmente modificato né il suo insediamento elettorale né la sua collocazione internazionale né il suo orientamento di fondo che è più liberale che socialdemocratico. Forse anche per questo Dario Franceschini se ne è uscito con una proposta di grande realismo che intende tener conto della insuperabilità delle differenze esistenti nel campo largo che, a suo dire, non sarà mai in grado di costituire un’alleanza organica e un programma comune sul tipo dell’Ulivo. Piuttosto, suggerisce Franceschini, ciascun soggetto si comporti con una logica da legge elettorale proporzionale, coltivi il suo campo specifico, solo alle prossime elezioni politiche si stringano accordi di desistenza nei collegi uninominali per battere la destra di Giorgia Meloni.
Proposta realistica che può andare bene a tutte le opposizioni esistenti sciogliendole dallo stress del programma comune e della indispensabile ricerca delle convergenze strategiche ma anche le deresponsabilizza almeno di fronte a quell’elettorato indeciso e critico che pretende l’offerta di una credibile alternativa.
C’è poi l’eterogenesi dei fini. Riconosciamo pure la buona fede a Franceschini e il fatto che questa proposta piaccia sia al M5S di Conte sia a Italia Viva di Renzi sia alle piccole formazioni politiche della sinistra sinistra. Una volta vinte le elezioni, e non è detto che le si vinca per questa strada, bisogna sapere che il governo che nascerebbe non sarebbe di alternativa ma frutto di un consociativismo trasversale e centrista con taglio delle ali.
Invece varrebbe la pena recuperare voti a sinistra e comunque in quella parte dell’elettorato che si astiene non credendo sia più possibile incidere con la politica. Varrebbe la pena creare una novità a sinistra del PD per dare respiro alla prospettiva di una alternativa non solo alla destra ma al modello neoliberista che sfrutta e precarizza il lavoro, privilegia la finanza e la rendita, persegue logiche di guerra e il ritorno alle fonti fossili. Per questo vanno create le condizioni per una Costituente della nuova sinistra. Per questo bisogna affiancare la Cgil nel sostegno ai 5 referendum ammessi al voto popolare: occasione per far emergere una “coalizione sociale” che, al di là dell’esito referendario, sia il motore della futura possibile Alternativa. 









