In questi ultimi numeri di Restart ci siamo occupati di pensiero politico e mutamenti sociali, di crisi delle nostre democrazie, soprattutto di geopolitica e crescenti squilibri internazionali che hanno visto già da anni l’Unione Europea perdersi su strade sbagliate e l’Occidente smarrire la parte migliore di sé, quella dei diritti, della pace, della libertà uguale. La nostra rivista non intende sostituire i partiti, anzi vorremmo contribuire a motivarli ad un radicale rinnovamento se davvero si vuole costruire in Italia e in Europa un’alternativa alle destre.
Non sembri troppo utopistico alimentare questa ambizione proprio nel tempo del successo delle destre in Italia e in Europa: successo che rischia certo di consolidarsi grazie allo sconvolgimento del quadro internazionale provocato dall’irruzione sulla scena di un Trump che, nel suo secondo mandato, appare deciso a dettare la sua legge sull’economia, sul commercio, sullo spazio, sul nuovo (dis)ordine internazionale, su Ucraina, Europa, Palestina, senza dimenticare il destino della Nato del quale nessuno in Europa discute seriamente se non con reazioni improvvisate e isteriche.
Domanda: è già stato deciso l’abbandono della Nato da parte degli Stati Uniti? O si tratta piuttosto di un ridimensionamento del solo contributo finanziario statunitense imposto da Trump ai partners europei? C’è qualche atto ufficiale che abolisce l’articolo 5 che vincola gli Stati membri della Nato ad aiutarsi vicendevolmente in caso di attacco? Le numerose Basi Militari terrestri, aeree, navali, dotate di armi nucleari presenti in Europa, dalla Norvegia al Mediterraneo, passeranno dagli Stati Uniti all’Unione Europea? E il Comando supremo militare della Nato da sempre ricoperto da un militare statunitense di altissimo grado sarà devoluto a un qualche generale tedesco o francese o polacco? Non scherziamo!
Il problema del possibile graduale disimpegno degli Stati Uniti nella Nato più che dalla Nato è un problema serio e andrebbe discusso da tutti gli Stati membri dell’Alleanza con serietà e non in modo disordinato cadendo nelle provocazioni di Trump e facendo esattamente quello che lui richiede: l’aumento delle spese militari proprio da parte dei Paesi europei. Al contrario, proprio la ridiscussione della struttura e del ruolo della Nato provocata da Trump, dovrebbe essere l’occasione per gli Stati europei di aprire un confronto con gli Stati Uniti per rinegoziare non solo i dazi ma un nuovo patto paritario tra alleati uscendo finalmente da un vassallaggio più che decennale.
E’ evidente dal 1945 il ruolo di vassallaggio che anche i Presidenti democratici degli Stati Uniti hanno assegnato all’Europa occidentale prima e all’Unione Europea poi e che purtroppo abbiamo interiorizzato anche a sinistra. Questo vassallaggio è stato codificato nell’Alleanza Atlantica e nel braccio armato della NATO. Così interiorizzato che quando “l’arto guerriero” ci viene amputato o si suppone che venga amputato da Trump, noi europei pensiamo di sostituirlo artificialmente con gli 800 miliardi del Piano di ReArm Europe per continuare ad agitarlo in modo più ridicolo che minaccioso. Partire dal riarmo per ritrovare un ruolo autonomo è non solo velleitario e sbagliato ma indica una preoccupante immaturità della classe politica europea, da Von der Leyen a Macron. O meglio emerge la pochezza di questa classe dirigente, altro che statisti! Giocare ai soldatini e ambire a dimostrare a Putin e a Trump che anche noi “ce lo abbiamo duro”, che anche noi europei siamo capaci di deterrenza, addirittura estendendo l’ombrello nucleare francese su tutta Europa come propone Macron, è un atteggiamento di infantile celodurismo che non può rappresentare l’anima e l’ambizione degli Stati Uniti d’Europa. In questo quadro rialza la testa il nazionalismo tedesco, non quello estremista della AFD, ma quello governativo del nuovo cancelliere cristiano democratico Friedrich Merz con la modifica alla Costituzione pacifista della Germania concordata con SPD e Verdi: la Germania potrà finalmente riarmarsi senza più vincoli. Pronto un piano da mille miliardi di euro. Questa sì è una novità concreta e pericolosa che rilancia il ruolo nazionale della Germania, le sue ambizioni di Stato-Nazione, non l’unità politica dell’Europa.
L’utopia federalista non si rilancia con i nazionalismi, il riarmo, la ricerca del nemico, la militarizzazione della sicurezza. Utopia che non credo sia quella del “confuso” Michele Serra quando dalle pagine de La Repubblica convoca a Roma una grande manifestazione europeista sollecitato dal grido di Mario Draghi “fate qualcosa!”. E il qualcosa è dividere il campo del centrosinistra per spostarlo su posizioni più moderate, più centriste sul tema della pace in Ucraina, dichiarando di nuovo la Russia come il nemico da abbattere. Altro che unire sotto le bandiere dell’Europa! Piuttosto il contrario: separare le forze riformiste dai movimenti della pace e del disarmo sottraendo loro l’anima pacifista. Ed ecco che al Parlamento Europeo, nel voto a sostegno del riarmo e del tentativo di sabotare il negoziato avviato tra Stati Uniti e Russia, il PD si spacca in due metà nette, Elly Schlein viene contraddetta dai suoi europarlamentari, mentre AVS e M5S coerentemente votano contro questa follia non perché siano antieuropeisti ma proprio perché si schierano per un’altra Europa: quella della pace, della soluzione politica e non militare dei conflitti, del multipolarismo, delle Trattative per il disarmo.
Enrico Berlinguer il 5 dicembre 1979 nel suo discorso alla Camera dei deputati sosteneva “data la qualità e la quantità di armamenti che vi sono nel mondo, siamo convinti che è ormai giunto il momento di affrontare la questione della sicurezza in termini di controllo degli armamenti esistenti, della loro riduzione bilanciata e di graduale disarmo. E’ giunto il momento di affidare la sicurezza non più soltanto agli equilibri militari, ma ai rapporti politici ed economici di cooperazione. L’equilibrio del terrore non basta più a garantirla e rischia, anzi, di diventare fonte di insicurezza e di conflitto”. Con coerenza fu poi questa la posizione che il PCI sviluppò sulla questione degli euromissili negli anni successivi proponendo con forza non l’uscita dalla Nato ma la riduzione bilanciato delle testate nucleari sia ad Est che ad Ovest.
Certo il clima internazionale oggi è cambiato dopo la ubriacatura della globalizzazione che l’Occidente ha guidato con spirito neocoloniale, pensando di guadagnarci solo lui mentre, per fortuna, sono cresciuti altri nuovi protagonisti sulla scena mondiale. Contemporaneamente i due principali attori della guerra fredda si trovano più deboli: quello che l’ha vinta, si trova a fare i conti con il suo declino e Trump è il tentativo disperato e arrogante di resuscitare “il secolo americano”. L’altro, il perdente, più che inseguire i sogni imperiali zaristi si trova a gestire 6.000 testate nucleari cui ancorare la rinascita del nazionalismo russo, i privilegi capitalistici delle sue oligarchie, la rivendicazione dello status perduto di grande potenza.
Soprattutto l’Europa si ritrova più debole politicamente sin da quando ha scelto l’allargamento ad Est invece che l’approfondimento dell’integrazione politica del nucleo dei Paesi fondatori. La denuncia è di Jacques Delors, già presidente della Commissione Europea. Vero è che dopo la caduta del Muro di Berlino molti Stati dell’ex patto di Varsavia chiedevano a gran voce di entrare a far parte dell’Unione Europea e, ancor più, nella Nato. Purtroppo il processo di allargamento non è stato bilanciato da una corrispettiva maggior integrazione politica dell’Unione Europea. Invece si sono rafforzati i nazionalismi. Nella struttura istituzionale stessa dell’Unione Europea contano di più i Capi di Stato e di Governo dei 27 Paese membri che non il Parlamento Europeo.
Dobbiamo ammetterlo: siamo di fronte ad europeismi più deboli e contradditori rispetto al passato. Però se l’europeismo debole saprà diventare federalismo forte non sarà perché ritorna a Von Clausewitz o a Carl Schmitt ma perché contribuisce a organizzare il nuovo multipolarismo sulla base di un rafforzamento del primato del Diritto Internazionale da Kant a Kelsen.
Per una Economia di pace non di guerra
Tutto questo ha molto a che fare con i mutamenti sociali in corso, con le trasformazioni del Welfare, con la crisi e rigenerazione della nostra democrazia: basti pensare che abissale differenza corra tra una Economia di pace ed una Economia di guerra non solo per il diverso uso e la diversa distribuzione delle risorse ma per gli orientamenti sociali indotti e per la modifica dei poteri innescati sul piano interno e sul piano internazionale.
Ecco perché serve quel pensiero critico che non accetta la dittatura del mercato e la logica del più forte come fatti “naturali” e da Karl Polanyi in poi, di fronte alla “grande trasformazione” in atto, propone di guardare all’unità della società come centro della crisi: ”la scoperta della società è l’ancora della libertà” scriveva Polanyi. L’effettiva libertà si vive, si conquista e si riconquista dentro la realtà sociale, le sue dinamiche, i suoi conflitti in stretta relazione tra le persone con il ruolo che la politica e le istituzioni territoriali, statali e sovranazionali sanno o vogliono svolgere nel regolare, orientare, trasformare l’economia, la tecnologia, la finanza. Da questo punto di vista è assai utile comprendere le attuali democrazie capitaliste secondo le analisi di Lucio Baccaro, Direttore del Max Planck Institute, e di altri interpreti della C.P.E. “Comparative Political Economy”, che tiene unite scienza politica e sociologia, che considera l’economia fenomeno politico e mette al centro gli attori organizzati fino a considerare il rischio che il capitalismo totalitario perseguito da Trump divorzi dalla democrazia.
Per gli esponenti di questa disciplina, da Chiara Benassi ed Arianna Tassinari dell’Università di Bologna a Emanuele Ferragina di Sciences Po, negli ultimi quarant’anni i vari modelli di capitalismo, ciascuno a modo suo, sono passati dal Welfare di tipo keynesiano al Workfare di tipo schumpeteriano dove la principale preoccupazione non è più la piena occupazione ma l’innovazione in una economia globalizzata sempre più competitiva.
In Italia il modello economico trainato dalle esportazioni si è avvalso per competere quasi esclusivamente della compressione di salari e stipendi. Ha progressivamente emarginato il ruolo del sindacato costretto ad accettare la moderazione salariale in cambio di garanzie pensionistiche come salario differito e di una “quasi” tenuta dello Stato sociale.
Non solo: non riuscendo ad attaccare frontalmente il sistema di tutele conquistate dal sindacato e dal mondo del lavoro assunto a tempo indeterminato, ha cominciato a incentivare un secondo mercato del lavoro fatto di precariato e da decine di tipologie di lavoro a tempo determinato. Questo mercato del lavoro parallelo è passato in un decennio dal 20% di occupati al 40% in forza dei dettami di un neoliberismo selettivo sempre più ingiusto. Questo dualismo del mercato del lavoro ha finito in Italia per indebolire tutti i lavoratori a cominciare dalla forza della contrattazione e delle troppe forme in cui si è sfrangiata.
Anche il Welfare è sotto attacco da anni sotto i colpi di interessi privati che ottengono dai governi nazionali e regionali di dirottare risorse finanziarie crescenti dal settore pubblico a quello privato.
Un radicale cambio delle politiche economiche
In questo quadro l’Alternativa da costruire è evidente anche sul terreno delle politiche economiche, dello Stato sociale, delle relazioni industriali, della dignità del lavoro e dei diritti dei lavoratori.
Puntare sempre e solo sul costo del lavoro e sulla compressione salariale non basta più a tenere a galla l’economia italiana e la sua competitività. Anche perché potendo contare su un basso costo del lavoro, le imprese italiane si sono impigrite, tranne importanti ma limitate eccezioni, e hanno innovato troppo poco.
Una correzione significativa potrebbe essere quella della ripresa trascinata da salari più alti e da forti investimenti nell’economia della conoscenza, nella lotta ai cambiamenti climatici e nei settori ad alto valore aggiunto. Le politiche neokeynesiani e anticicliche sarebbero in parte ancora possibili se si allentano i vincoli europei del Patto di stabilità non per le spese militari ma per finanziare transizione ecologica e Welfare. Purtroppo l’Unione Europea è ancora prigioniera di una dottrina neoliberista che gli eventuali dazi di Trump renderanno ancora più ingiusta e meno competitiva. Si apre dunque una stagione di ripensamento critico sulle dottrine di politica economica da adottare.
Questo ripensamento apre un ventaglio di possibilità che vanno dalla ripresa e aggiornamento di forti politiche socialdemocratiche a proposte più radicali ispirate a correnti ecologiste della decrescita o alle scuole del neomarxismo che ritengono più decisiva la questione della produzione e dei mezzi di produzione rispetto a quella della redistribuzione del prodotto.
Tutte comunque si basano sulla necessità di un ritorno della politica alla guida dei processi economici e sociali e dunque all’importanza dello “Stato innovatore” come scriveva già anni fa Mariana Mazzuccato. Lo stesso Thomas Piketty, nei suoi fondamentali studi sul capitalismo del XXI secolo e sulle ideologie che lo sostengono o ne propongono il superamento, di fronte alle grandi trasformazioni in corso denuncia l’ipercapitalismo come la causa principale dell’aumento delle disuguaglianze e attribuisce al socialismo partecipativo il compito lasciato incompiuto dalle socialdemocrazie di costruire società fondate su una effettiva uguaglianza. Ancora più radicale il giapponese Saito Kohei, filosofo e non economista, che nel suo “ Il Capitale nell’antropocene” forzando molto sul recupero di un Marx ecologista, analizza i limiti del modello Keynesiano applicato al clima, denuncia le responsabilità del capitalismo nel creare scarsità di beni e risorse per tutti e la ricchezza privata a ridurre la prosperità pubblica, indica la leva della giustizia climatica e il comunismo della decrescita come le uniche in grado di salvare l’umanità.
Riportandoci a terra, senza disconoscere l’importanza degli orizzonti che ci servono come bussole per pensiero e azione, sappiamo bene che le trasformazioni delle nostre società avvengono anche, se non soprattutto, quando si hanno buoni obiettivi e mobilitazioni in grado di raggiungerli cambiando i rapporti di forza.
Per questo vanno sostenuti i 4 referendum nazionali abrogativi promossi dalla Cgil e quello sulla cittadinanza come occasione per una grande discussione pubblica e mobilitazione al fine di delineare un cambio di indirizzo nelle politiche economiche e industriali, nel ruolo dello Stato, nella rivalutazione degli attori sociali a cominciare dal Sindacato. Un primo grande passo.









