Gran parte di noi ha assistito alla trasformazione delle società occidentali da un insieme di persone portatrici di valori comuni, di idealità e speranze che si traducevano in richiesta politica, in un lento mutare delle persone in individui senza protagonismo sociale e politico. Quello che è avvenuto è una mutazione del noi fatto di persone in un io esasperato e solitario in competizione con gli altri e con sé stesso.
È evidente che questo serviva all’economia capitalista per frantumare le aggregazioni all’interno dei posti di lavoro, per rendere flebile la voce di chi rivendicava diritti, per avere mano libera nello sfruttamento del lavoro e dei beni comuni, entrambi distolti dalla loro finalità sociale.
Questo ripropone alla sinistra e a noi tutti una riflessione sul significato del lavoro e del concetto di comunanza in una società che ha virtualmente abolito le classi, perché il risultato di tutto questo si configura con le infinite solitudini della realizzazione di sé all’interno della società. Se una persona ha successo lo farà contro tutti gli altri che diventano non portatori di bisogni simili ai propri, ma competitori. E se ci sarà la difficoltà di accesso al lavoro oppure l’insuccesso di questo, la colpa sarà racchiusa nello stesso individuo che non ha saputo attivare per sé stesso le condizioni che gli permettevano di prevalere. Il risultato di questa mutazione sociale è un capolavoro di auto servaggio nella libertà racchiusa nel concetto di meritocrazia che esclude diritti comuni ma impone il prevalere individuale.
La legislazione di questi ultimi trent’anni ha rafforzato l’attacco feroce del capitale nei confronti dei lavoratori, parcellizzandoli prima ed erodendo poi i diritti di ciascuno, fino a non avere più limiti per quanto riguarda gli orari, il carico di fatica fisica e psicologica, la precarietà lavorativa.
Il lavoro è mutato assieme alle persone, atomizzato, subordinato ad algoritmi oscuri e difficilmente contrattabili. In molti casi ridotto a fatica senza contenuto ed asservito alla robotizzazione crescente. Ora l’intelligenza artificiale si somma ai processi di automazione accumulati in questi anni e apprende dalle persone automatizzando processi e prodotti con una crescita esponenziale di profitti e una riduzione dei contenuti professionali del lavoro.
È un’evoluzione tecnologica che cambia radicalmente il rapporto tra lavoratore e produzione, che investe tutte le professioni, comprese quelle considerate “liberali”, e che in pochi anni rivoluzionerà il modo di produrre e di dare risposte alle domande collettive. Il mondo profondamente interconnesso stratifica il potere riducendolo a mera, inquinata, comunicazione ai livelli più bassi, mentre diventa sempre più dominante nel salire di livello, e crea una relazione morbosa tra offerta di consumo e desideri, mutando le necessità in spinte all’acquisto e condizionando in maniera massiva abitudini, bisogni, identità sociale.
Stiamo assistendo a un ulteriore mutamento sociale della percezione di ciò che condiziona e condizionerà la qualità della vita di gran parte delle persone e questo avviene attraverso quei meta valori, profilati e indagati statisticamente come bisogni individuali e mutati in comune sentire sociale.
Nei macrosistemi di appartenenza, il rapporto tra libertà personali e collettive, il binomio pace-guerra, i bisogni e i diritti collettivi sono messi come alternativi al consumo. La manipolazione inizia sviando l’attenzione dalle politiche necessarie al mantenimento della pace come precondizione del progresso sociale e del benessere collettivo, facendo su essa, prevalere la sicurezza percepita e non quella reale, mentendo sul pericolo e il nemico, banalizzando il rapporto tra le migrazioni e i conflitti generati dallo sviluppo capitalistico.
Tutto viene annegato in un’orgia consumistica che esercita pressioni intollerabili su chi non ha capacità economica. Parliamo dei 10 milioni di poveri in Italia e degli almeno altri 20 milioni di impoveriti a rischio sociale. Dell’altra metà del paese si può dire che il 5% possiede oltre il 50% dell’intera ricchezza e che per gli altri c’è una navigazione a vista in una presunzione di una società signorile di massa (secondo il paradosso di Ricolfi) che in realtà evolve verso una società servile di massa.
Se al lavoro viene assicurato il posto che esso ha nella vita umana e sociale, se per esso si rispetta la funzione che la nostra Costituzione gli assegna, allora si capisce che un programma politico di Sinistra parte da elementi semplici come il rispetto della dignità retributiva, la validità universale dei diritti collettivi e individuali nei posti di lavoro, l’eguaglianza di genere, il ripristino della parità contrattuale tra lavoratore e impresa, la riattivazione della crescita sociale collettiva, la funzione sociale dell’impresa.
Da troppo tempo non è così, come dimostrato dalla perdita di potere d’acquisto retributivo dei lavoratori negli ultimi 25 anni in Italia ed è in questa situazione di precarietà sociale crescente e di perdita di diritti si inserisce la proposta politica e sociale sottesa ai cinque referendum sul lavoro e la cittadinanza portati innanzi dalla CGIL.

Importanti i prossimi 5 Referendum abrogativi

In questi referendum non c’è solo la cancellazione di leggi ingiuste con il parziale ripristino di diritti conquistati e poi perduti, ma attraverso essi si riporta l’attenzione sul lavoro come esso è stato mutato dal capitale e dalla politica e soprattutto sul significato che esso ha all’interno della crescita sociale della persona. Quindi quello che viene proposto all’intero Paese, ma in particolare alla Sinistra e a quanti ritengono che la società debba essere un insieme di eguali che concorrono al progresso e alla crescita individuale e collettiva, è di riattivare la forza innovatrice del cambiamento nella realtà del lavoro, oggi progressivamente impoverito dei suoi contenuti di crescita e che, al tempo stesso, rende precari, insicuri e poveri i lavoratori.
Dobbiamo dire, purtroppo, che l’economia fondata sulla finanza globale combinata con le spinte aperte e arroganti del liberismo, da tempo porta un attacco all’eguaglianza e all’equità, valori che si consideravano non raggiunti pienamente, ma fondativi e di comune sentire all’interno della nostra società. La privatizzazione progressiva dei beni comuni e dello Stato è la parte più evidente della trasformazione delle libertà e dei diritti connesse alle persone, in un progressivo servaggio al capitale.
È sotto gli occhi di tutti l’attacco al welfare, conquista delle politiche socialiste che avevano trovato il legame tra i diritti della persona, il suo benessere e la funzione lavorativa con il contributo progressivo da parte di tutti i cittadini ad uno stato che, non a caso, si definiva sociale.
Oggi i diritti universalistici, la sanità, i sistemi pensionistici, la scuola, nonché gran parte del sociale, subiscono fette crescenti di privatizzazione che si stanno accompagnando quelle dei servizi di stato, le poste, i trasporti, le comunicazioni. E la privatizzazione porta con sé quei criteri di trasformazione del lavoro che vengono riassunti nella massimizzazione del profitto e nella parcellizzazione progressiva del lavoro in funzioni elementari e facilmente fungibili, nell’imposizione di costi crescenti e monopolistici.
La sinistra così tiepida nel condividere i referendum sul lavoro dovrebbe ricordare la scelta di Berlinguer davanti ai cancelli della FIAT, quando egli con convinzione sosteneva le ragioni degli operai e dello sciopero. Sarebbe interessante oggi chiedere ai quadri, protagonisti della rivolta del ceto medio della FIAT, se rifarebbero la loro marcia che, comunque, era una rivendicazione collettiva del proprio lavoro.
Oggi, anche i quadri vengono privati del lavoro con un messaggio di Whatsapp, e dovrebbero capire che la difesa del lavoro è un fatto collettivo, fatto da persone che concorrono a un risultato sociale oltre che privato e che quando esso diventa invece, fatto individuale si viene consegnati a logiche e a scelte che prescindono dal benessere condiviso, ma rispondono unicamente al profitto.
I temi enunciati dai referendum si riassumono nella domanda di come portare il lavoro, nella storia attuale, nell’età dell’algoritmo e come evolvere la società all’interno di un mutare della produzione che porta l’intelligenza artificiale a compiere la prestazione e lascia all’uomo la fatica, fisica e mentale.
Capire il lavoro, nella realtà che evolve, significa ridisegnare la politica e la società, ricollocare i bisogni collettivi e individuali nella persona. Rappresentare il lavoro è affrancare le classi soggette, che la sinistra, da sempre, ha inteso collocare nella dimensione sociale, e attraverso esse riconfigurare l’uguaglianza, l’equità, la giustizia sociale.

Ridisegnare la politica è avvicinare la strategia alla realtà, interpretarla e modificarla.                                 

La Sinistra non può osservare inerte il travolgere delle idee di uguaglianza e di giustizia sociale che hanno caratterizzato il progresso della condizione umana e che hanno creato diritti universali, perseguito società egualitarie, giuste e di benessere. La Sinistra non può osservare questa dissoluzione e la trasformazione delle persone in individui perché, se si priva della sua azione di cambiamento, essa diventa inutile e così lascia libero spazio alla parte peggiore degli uomini, quella che include nel rapporto con gli altri unicamente il proprio tornaconto.
Sinistra Futura aderisce e partecipa alla campagna referendaria della C.G.I.L. che sostiene il SI ai referendum sul lavoro, i diritti dei lavoratori e la cittadinanza.
Il voto è la nostra rivolta e inizia la ricostruzione della sinistra, votiamo SI per cambiare l’Italia.

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