Alcuni anni fa, nella parte finale del mio libro “La crisi agraria ed ecogenetica spiegata ai non-specialisti” (Meltemi, 2020) lanciavo un grido d’allarme rispetto a un fenomeno che, dal mio osservatorio particolare (decenni di lavoro alla FAO sul tema delle risorse naturali), mi sembrava sempre più evidente: la corsa ad accaparrarsi i dati. La mia osservazione era parziale, se vogliamo, ma alla luce di quanto sta succedendo in questo ultimo periodo, con la competizione fra l’America di Trump e la Cina sulla questione del controllo del flusso di dati, attraverso i quali si potrà controllare e condizionare i comportamenti umani[1], ritorna ad essere d’attualità per far capire verso che tipo di società ci vogliono portare.
Le mie constatazioni partivano dall’osservare come da un lato le forze progressiste mondiali non siano riuscite ancora a capire le logiche che hanno portato alla situazione attuale, e di conseguenza si trovano impreparate a reagire e proporre una visione alternativa, dall’altro lato invece l’insieme delle forze politico-economico-finanziarie e dei giganti della techno come Bill Gates (Microsoft), Jeff Bezos (Amazon), Mark Zuckerberg (Meta), Larry Page (Google) si stavano già attrezzando per rafforzare ancor di più il controllo sulle risorse naturali e i sistemi alimentari mondiali. L’arrivo di Trump funziona così da acceleratore di una tendenza già in atto.
Scrivevo all’epoca: ancora una volta si tratta di un processo che viene da lontano e il cui obiettivo iniziale era la sostituzione del multilateralismo con un bipolarismo incentrato sul duopolio governi-settore privato, un obiettivo che è centrale nell’agenda di Trump. La prima grande evidenza pubblica la possiamo riscontrare nel 2012, in occasione della Conferenza cosiddetta Rio 2012 o Rio+20, poiché si teneva a venti anni della Conferenza di Rio sull’ambiente. Mentre il Summit della Terra del 1992 era stato essenzialmente un incontro fra rappresentanti governativi, con ONG e società civile a premere alle porte, venti anni dopo la metà degli invitati a Rio de Janeiro erano rappresentanti del settore privato, cioè a dire delle grandi aziende che influenzano l’economia mondiale. Il commento più sintetico al documento finale firmato dai partecipanti lo dette, a nostro avviso, la Caritas: “la dichiarazione è forte sul contributo positivo che il settore privato può dare allo sviluppo sostenibile, attraverso soluzioni basate sul mercato e nuove tecnologie. I suoi promotori saranno ansiosi di capitalizzare sulle nuove opportunità commerciali che queste misure di economia “verde” offriranno. Ma il testo è piuttosto silenzioso sugli impatti negativi sociali, ambientali e sui diritti umani delle imprese (principalmente multinazionali), che devono essere affrontati per rendere lo sviluppo più sostenibile e giusto”[2].
Da lì in poi si è assistito ad un progressivo rafforzamento delle forze private in tutti i settori dell’alimentazione e dell’ambiente, fino alla recentissima Food Action Alliance[3], una coalizione di forze private e agenzie ONU sotto l’egida del Forum di Davos, al quale si sono sommate alcune grosse ONG internazionali (come il WWF), già soprannominate BINGO (Big NGO in inglese), per dare un’apparenza di partecipazione e inclusione. Gli sforzi iniziali puntavano dritti al Vertice Mondiale dei Sistemi Alimentari (World Food Systems Summit – WFFS) realizzato a fine 2021 a New York. Tre sono i filoni di lavoro portati avanti dai grossi pescecani: prima di tutto far approvare dal WFFS un cambiamento radicale del sistema multilaterale delle Nazioni Unite, in modo da sancire anche formalmente il ruolo preponderante del settore privato, in secondo luogo riformare il sistema di coordinamento della ricerca pubblica in agricoltura (i centri del CGIAR[4], quelli che detengono l’essenziale delle banche del gene mondiali)[5] in modo da metterli sotto il diretto controllo dell’agribusiness ed infine, il filone ancor più strategico, prendere il controllo delle grandi masse di dati e in particolare quelle relative al DNA digitale attraverso il Digital sequence information o DSI.
Il punto critico è infatti proprio quest’ultimo, cioè la digitalizzazione di tutte le informazioni genetiche relative ai semi che permette di migliorare le varietà senza avere accesso al seme fisico ma semplicemente utilizzando le sequenze genetiche[6]. Come spiega correttamente Pavone[7]: “[n]el passato le risorse genetiche erano considerate come risorse “open-access’ e, pertanto, potevano essere acquisite gratuitamente dagli utilizzatori e senza previa autorizzazione, secondo quanto stabilito dall’International Undertaking on Plant Genetic Resources for Food and Agriculture adottato dalla FAO nel 1983 (l’Intesa internazionale sulle risorse fitogenetiche)[8]”. La Conferenza di Rio del 1992 permise la firma della Convenzione sulla Biodiversità (CBD), col riconoscimento agli Stati di diritti sovrani sulle proprie risorse biologiche (incluse le risorse genetiche). Il terzo obiettivo specifico della CBD era la giusta ed equa ripartizione dei benefici derivanti dall’uso delle risorse genetiche.
Per poterlo mettere in pratica, venne elaborato ed approvato un protocollo specifico nel 2010 in Giappone, il Protocollo di Nagoya: ABS, Access and Benefit Sharing (Accesso alle Risorse Genetiche e Equa Condivisione dei Benefici)[9], con una serie di strumenti per la messa in opera a livello nazionale. Il cuore del problema è rappresentato dalla sequenza genica delle piante o animali che la Convenzione vorrebbe proteggere e l’ABS monitorare per la condivisione dei benefici tra paesi (soggetti) fornitori e paesi (soggetti) utilizzatori.
Questa sequenza genica, il DNA digitale, non necessita più che la pianta o l’animale siano sottratti dal paese depositario, ma possono essere scannerizzati direttamente sul posto. La sequenza così ottenuta è caricata sul web e, attraverso dei sintetizzatori di DNA, può essere ricomposta in qualsiasi altro posto e per qualsiasi altro prodotto (che sarà patentato dal produttore).
Vandana Shiva[10] ci ricorda che la società israeliana Evogene ha brevettato un programma informatico per la lettura del genoma delle piante, firmando un accordo con Monsanto concedendogli i diritti esclusivi su tutta una serie di geni da loro identificati. Un lavoro simile sulla mappatura digitale del patrimonio genetico delle sementi tradizionali lo stava
facendo un’altra società, KeyGene e sicuramente non sono le sole aziende in questo promettente mercato. Una strada parallela, ma che mira allo stesso obiettivo, è stata intrapresa da Syngenta per vendere l’accesso ai dati genetici sequenziati delle sementi tradizionali provenienti dalle banche dei geni internazionali (il cui controllo è uno degli obiettivi della nuova colonizzazione). Passando attraverso il DNA digitale si salta quindi tutto quanto riguarda diritti e condivisione dei benefici che resteranno così solo nelle mani dell’industria farmaceutica. Ecco perché il controllo del DNA digitale diventa la chiave del futuro, sia per chi vuol combattere la bio-pirateria, sia per chi voglia sfruttare ancor di più le potenzialità offerte dalle ricombinazioni e modificazioni (farmaci ma anche OGM)[11].
Un caso emblematico che mette assieme tutti questi problemi, dalla piccola agricoltura sfruttata del sud, al DNA digitale, passando per BIG PHARMA, Bill Gates e le agenzie ONU è quello che riguarda la lotta alla malaria. Da 2000 anni si coltiva in Cina una pianta, la Artemisia annua, che si è dimostrata avere effetti estremamente positivi nella lotta alla malaria. Ampiamente utilizzata dai Vietcong durante la guerra del Vietnam, ha iniziato ad essere coltivata in Africa, assieme alla sua varietà locale Artemisia afra, pianta endemica, autoctona e conosciuta dalle popolazioni indigene. Tutto questo non è piaciuto ai giganti farmaceutici che da decenni hanno deciso che la lotta alla malaria vada fatta attraverso prodotti di sintesi dei loro laboratori. A loro si è aggiunto Bill Gates con il suo proposito di trovare un vaccino nel giro di una generazione. I prodotti di sintesi sono stati cercati nell’Artemisia annua, isolandone un componente, poi brevettato. Una serie di trattamenti specifici, detti ACT, stanno sostituendo il farmaco Lariam (che i medici della FAO ci davano ogni volta che andavamo in missione in paesi a rischio e che poi, grazie ad un amico medico italiano, incontrato in Angola agli inizi del 2000, ho smesso di prendere; il Lariam era raccomandato dalla OMS, pur presentando forti effetti collaterali neuropsicologici: incubi, perdita di memoria, paranoia, depressione e pensieri suicidi)[12], ma con risultati non ancora soddisfacenti. Dal canto loro, tutte le prove fatte usando la pianta dell’Artemisia, sia la annua che la afra, per farne delle infusioni, stanno dando dei risultati molto più positivi, senza effetti secondari e soprattutto può essere prodotta direttamente da tutti i contadini perché gli basterebbe tenere qualche pianta vicino casa per farne dei trattamenti preventivi in infusione[13].
Laddove questo è successo, così come dove degli studi clinici sono in corso, le industrie farmaceutiche hanno iniziato a far pressione sui medici responsabili dei test, cercando di farli dimettere o obbligarli a lasciare il paese[14]. A livello internazionale, le pressioni fatte sulla OMS hanno portato quest’ultima a dichiarare che l’Artemisia non è raccomandabile per la lotta alla malaria, così confermando chi comanda davvero in questa agenzia[15].
La grande coalizione di pescecani (composta da chi si occuperebbe dei Big Data come Google, chi del settore finanziario come banche e fondi speculativi, e chi dell’agribusiness), con l’appoggio politico delle grandi organizzazioni internazionali (FAO, OMS) e finanche di quel mondo politico che appoggia ideologicamente questa presa di controllo sul nostro futuro, avrebbe di che gioire dato che i loro interessi diventerebbero la stella polare del futuro di questo pianeta. La Grande Trasformazione[16] avrebbe allora fatto un enorme passo avanti.
[1] A questo proposito si veda l’articolo: Usa e Cina, la guerra per il controllo dei dati: perché interessa tutti – https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/usa-vs-cina-la-guerra-per-il-controllo-dei-dati-personali-perche-interessa-tutti/
[2] https://www.caritas.org/2012/06/dark-clouds-gather-over-rio20/
[3] https://www.weforum.org/projects/food-action-alliance
[4] Il Gruppo consultivo per la ricerca agricola internazionale (CGIAR) è costituito da 15 rinomati centri internazionali per la ricerca agricola con sedi in tutto il mondo, ma in particolare nell’area del Sud globale.
[5] Questa nuova istituzione risultante dall’unione dei 15 centri mondiali riceverebbe sostanziali finanziamenti aggiuntivi da gruppi come la Fondazione Gates, Syngenta, Banca Mondiale e paesi tipo la Germania, gli Stati Uniti, la Svizzera, la Svezia e l’Olanda – ETC Group, The Next Agribusiness Takeover: Multilateral Food Agencies, 7marzo 2020
[6] M. Masucci, Un accordo per tutelare la biodiversità agricola, 2020 – https://www.terranuova.it/Il-Mensile/Un-accordo-per-tutelare-la-biodiversita-agricola/
[7] Pavone, Richard, Ilja., 2018, Il Protocollo di Nagoya e l’attuazione del principio di Access and Benefit Sharing con particolare riferimento all’user compliance pillar. BioLaw Journal, n.1
[8] http://www.fao.org/wiews-archive/docs/Resolution_8_83.pdf
[9] https://www.minambiente.it/pagina/protocollo-di-nagoya-abs
[10] V. Shiva (con K. Shiva), Il pianeta di tutti – come il colonialismo ha colonizzato la terra, Feltrinelli, Milano 2019
[11] https://www.croceviaterra.it/diritti-dei-contadini-alle-sementi/il-colonialismo-digitale-alla-conferenza-sulla-diversita-biologica/
[12] https://www.aifa.gov.it/sites/default/files/NII_REV%20AIFA_LARIAM_portale.pdf
[13] Weathers PJ, Towler M, Hassanali A, Lutgen P, Engeu PO. Dried-leaf Artemisia annua: A practical malaria therapeutic for developing countries? World J Pharmacol 2014; 3(4): 39-55 – https://www.wjgnet.com/2220-3192/full/v3/i4/39.htm
[14] J. Duval, Jérôme Munyangi : « L’Artemisia è la soluzione per l’Africa» in Pressenza, 19 gennaio 2020 https://www.pressenza.com/it/2020/01/jerome-munyangi-lartemisia-e-la-soluzione-per-lafrica/
[15] Per chi fosse interessato, si consiglia il reportage della televisione francese FR24: Malaria business : les laboratoires contre la medécine naturelle ?, 19 gennaio 2019, https://www.youtube.com/watch?v=W6TgP5RlsDQ ; leggere anche: https://www.who.int/news/item/10-10-2019-the-use-of-non-pharmaceutical-forms-of-artemisia
[16] K. Polanyi, La Grande Trasformazione, Einaudi, 2000










