Negli ultimi decenni, l’Italia ha assistito a un progressivo spopolamento che ha colpito in particolare le aree montane e i piccoli comuni. Questi luoghi, generalmente compresi nella definizione di zone interne, sono caratterizzati da un patrimonio naturale e culturale inestimabile, ma stanno affrontando una serie di sfide che minacciano la loro esistenza e vitalità. Sembra, allora, opportuno esplorare il fenomeno, analizzare il crescente squilibrio tra le aree urbane e quelle periferiche, e riflettere su come le recenti politiche governative stanno affrontando la questione.
Le Zone Interne: caratteristiche e importanza
Le zone interne d’Italia, montane o rurali, presentano una serie di caratteristiche specifiche: isolamento geografico, bassa densità abitativa, presenza significativa di patrimoni culturali e naturali. Sono aree che spesso custodiscono tradizioni storiche e fattori di biodiversità, ma al contempo sono colpite da drastici fenomeni di calo demografico causati principalmente dalla mancanza di opportunità lavorative, dall’invecchiamento della popolazione e dalla carenza di infrastrutture e servizi essenziali.
I dati forniti dall’ISTAT rivelano che il tasso di spopolamento nei piccoli comuni e nelle zone interne è allarmante. Negli ultimi dieci anni, molte aree montane hanno registrato una diminuzione della popolazione che varia dal 5% al 30%. In particolare, l’indice di vecchiaia in queste zone ha raggiunto livelli critici: in alcune aree montane, l’indice supera il valore 200, il che significa che ci sono oltre 200 abitanti anziani (età superiore a 65 anni) per ogni 100 abitanti giovani (età fino a 14 anni). Questo invecchiamento demografico ha conseguenze evidenti e importanti per la sostenibilità sociale ed economica.
Inoltre, l’indice di dipendenza strutturale, che mette in relazione la popolazione in età lavorativa con quella non in età lavorativa, è considerevolmente alterato. Nelle zone interne, questo indice è spesso superiore al 60%, indicando che ci sono molte più persone che dipendono economicamente da un numero sempre più limitato di lavoratori. Sono dati che sottolineano l’urgenza di affrontare il problema dello spopolamento, non solo per il futuro di queste aree, ma nell’interesse dell’intero paese.
Cause dello spopolamento
Lo spopolamento dei piccoli comuni è un problema complesso e dipendente da molti fattori, tra i quali si possono schematicamente indicare:
- I migranti economici: molti giovani lasciano i loro paesi natali in cerca di opportunità lavorative più promettenti nelle città; sono la mancanza di lavoro stabile e la scarsità di servizi che costringono i giovani a emigrare.
- L’invecchiamento della popolazione: la diminuzione delle fasce più giovani della popolazione ha come conseguenza che gli abitanti rimasti sono per lo più anziani; questo innesca una spirale negativa che provoca un ulteriore squilibrio demografico.
- La carenza di servizi: la difficoltà nell’accesso a servizi fondamentali, come sanità, istruzione e trasporti, rende queste aree meno attraenti per l’insediamento stabile delle famiglie.
Le conseguenze sono rilevanti sia per l’economia locale che per il tessuto sociale. Infatti, i piccoli comuni che perdono abitanti:
- perdono identità: la diminuzione della popolazione porta alla perdita di tradizioni locali e di usanze, contribuendo a un impoverimento culturale;
- subiscono il declino economico: con il calo demografico, vengono meno anche molte attività commerciali, innescando un circolo vizioso di recessione economica;
- mettono a rischio gli ecosistemi: l’abbandono delle terre agricole e delle aree forestali determina una cattiva gestione del territorio, un aumento del rischio di incendi boschivi e un degrado ambientale; si induce una pericolosa desertificazione che si stringe attorno ad agglomerati urbani sempre più congestionati, nei quali crescono la tensione abitativa, l’insufficienza delle infrastrutture, il disagio sociale.
Manlio Rossi Doria, un economista del secolo scorso, usò per descrivere lo squilibrio tra zone ricche e zone povere, la metafora della polpa e dell’osso. È una metafora che molti studiosi hanno ripreso per sottolineare come se l’osso si indebolisce e si disarticola, anche la polpa alla fine si sfalda e si deforma.
Se questo è vero, si capisce che è interesse di tutti, e quindi obiettivo della politica, arrivare a un equilibrio sostenibile tra le due realtà; e che intervenire sul fenomeno dello spopolamento è essenziale perché, lasciato a sé stesso, esso produce effetti devastanti che lo incrementano e lo accelerano. Si riducono i servizi (scuola, assistenza, credito, investimenti, commercio, etc…), aumenta l’abbandono, si riduce ulteriormente la popolazione (tra tensioni sociali e proteste sempre più forti contro la politica), arrivano nuovi tagli indiscriminati che riducono ancora i servizi, e così via…: una spirale perversa!
Urbanizzazione e congestionamento
Sul versante opposto, chi abbandona le aree marginali incrementa il fenomeno dell’urbanizzazione, che porta a una concentrazione di risorse, servizi e opportunità nelle grandi città, generando un ulteriore squilibrio tra le aree urbane e quelle periferiche, con il risultato di favorire lo sviluppo degli agglomerati urbani e lasciare indietro il resto del paese.(1)
Il divario tra aree urbane e zone interne ha indotto, talvolta, chi governa a implementare politiche di sviluppo regionale, ma tutte le misure si sono rivelate inefficaci. Anche quando le aree interne ricevono finanziamenti, questi possono risultare insufficienti o mal distribuiti.
Negli ultimi anni, si è cercato di affrontare il problema – indissolubilmente legato al riprecipitare di molte parti del meridione tra le zone europee in ritardo di sviluppo inserite nell’Obiettivo 1 dell’Unione Europea – con varie iniziative non sempre coordinate tra loro e comunque limitate a interventi che non affrontano le questioni fondamentali.
Così, molti osservatori affermano che le politiche governative mirano ad accompagnare la morte dei comuni marginali piuttosto che a promuoverne una rinascita attiva. In particolare – complice anche la sempre minore attitudine politica degli amministratori locali – i finanziamenti sono spesso indirizzati a sostenere genericamente e superficialmente i servizi ma senza riuscire a stimolare l’economia locale a creare opportunità di lavoro. Oltre tutto, i progetti di sviluppo proposti sono, generalmente, privi di una visione a lungo termine e non tengono conto delle specificità locali.
In un paese si sta, o ci si va, perché ci sono prospettive economiche e perché prevale un clima di accoglienza, di solidarietà, una buona dotazione di servizi, etc… Si fugge via perché non ci sono prospettive né servizi, e anche le buone intenzioni solidali si scontrano con la scarsità di risorse.
Non mancano, è vero, soprattutto in alcune aree del nord Italia, esempi di iniziative che hanno avuto successo: progetti di riqualificazione dei centri storici, agriturismo, promozione del turismo sostenibile hanno dimostrato di poter attrarre visitatori e nuovi residenti. Tuttavia, questi sforzi necessitano di un supporto coordinato e coerente a livello governativo.
Esistono soluzioni?
Per invertire – o almeno rallentare – la tendenza allo spopolamento delle zone interne, è fondamentale adottare un approccio integrato e sostenibile che includa:
- lo sviluppo di infrastrutture: è necessario investire in infrastrutture essenziali per migliorare la qualità della vita, come trasporti, internet e servizi sanitari; ma anche dotare tutte le comunità di una rete diffusa di strutture di base (sportive, culturali, di assistenza sociale) rivolte a tutte le fasce di popolazione, tentando di superare il localismo esasperato e campanilistico che spesso caratterizza l’azione amministrativa degli enti locali.
- la promozione dell’imprenditorialità: incentivare l’imprenditorialità locale con agevolazioni fiscali e programmi di formazione rivolti soprattutto alla popolazione più giovane, per provare a rallentarne il progressivo e crescente esodo.
- la valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale: creare sinergie tra turismo e cultura, promuovendo i prodotti tipici e le tradizioni locali; spesso, si accampa la giustificazione della mancanza di risorse, ma sarebbe utile un’analisi costi-benefici che consideri anche quanto si perde economicamente abbandonando all’incuria territori e abitazioni che si svuotano, mentre contemporaneamente si deve investire denaro per reperire alloggi e infrastrutture nelle zone urbane interessate dalle migrazioni interne ed esterne.
Un nuovo modello di sviluppo
Per garantire un futuro sostenibile alle zone interne, è essenziale ripensare il modello di sviluppo attuale. Non si tratta semplicemente di attrarre investimenti, ma di costruire un ecosistema economico che permetta la vita, il lavoro e il benessere nei piccoli comuni.
Per rimettere in simbiosi la polpa con l’osso occorrerebbe un progetto di vasta portata inserito in una chiara politica economica, territoriale e sociale di riequilibrio, il che non sembra compatibile con il livello di maturità o di dilettantismo di un’intera classe politica né degli apparati amministrativi da essa messi in campo. Come ha ben espresso l’economista di un Centro regionale di Programmazione, in queste zone marginali «piove sul bagnato, nel senso che in tali aree si determina un circolo vizioso da cui è demograficamente e politicamente difficile uscire, anche perché vi sono sempre meno votanti, dunque minori e meno importanti scambi di consenso, e meno iniziative economiche». In altre parole, politicamente non paga investire ingenti risorse in questi territori, o paga molto meno che rivolgersi alle zone dove c’è la polpa.
Serve, inoltre, una rivisitazione dell’organizzazione istituzionale che corregga gli effetti profondamente negativi della riforma Delrio, dando il giusto ruolo alle unioni di comuni; che non sono enti programmatori sostitutivi delle Province (2) ma (dovrebbero essere) associazioni dei Comuni più piccoli dove si condivide l’esercizio delle funzioni amministrative proprie dei comuni per raggiungere livelli di efficienza simili almeno a quelli delle città di medie dimensioni; mentre deve essere restituito alle Province il ruolo di ente intermedio tra Regione e Comuni per programmare nell’area vasta e amministrare le infrastrutture sovracomunali. Così come occorrerebbe garantire, a tutti i livelli istituzionali, forme di rappresentanza in grado di far sentire negli organismi dove si assumono le decisioni, la voce dei piccoli Comuni e delle zone marginali.
Certo, il fenomeno dell’urbanizzazione ha dimensioni globali non facili da contrastare. Si può farlo, forse, provando a ricreare anche nelle zone meno popolate un minimo di effetto urbano: pensando, per esempio, a città di paesi, capaci di riprodurre le sinergie, la ricchezza di relazioni e la coesione che si riscontrano nelle città di quartieri, soprattutto in quelle, più vivibili, di media consistenza demografica.
L’obiettivo, al fondo, è immaginare e costruire il nuovo municipio. Municipio è una bella parola: viene dal latino munus capere, assumere il compito: quindi non solo rivendicare diritti in contrapposizione a un potere lontano e ostile (come spesso viene percepito, e non a torto, il centralismo statale o regionale), ma governare, assumere su di sé il compito del governo, la costruzione solidale di un percorso autonomo, che privilegia l’obiettivo di tutelare e valorizzare il territorio nel suo complesso, i suoi beni, la sua qualità. Trattando con pari dignità – come prevede la modifica al Titolo V della Costituzione – con gli altri enti locali e con il potere regionale e statale.
Una speranza per i giovani
Il fenomeno dello spopolamento delle zone interne e dei piccoli comuni montani in Italia resta una questione complessa, intrinsecamente legata a dinamiche socioeconomiche radicate che occorre analizzare sempre di più e meglio, in un confronto dialettico che faccia dialogare le diverse competenze e i diversi punti di vista. Le recenti politiche governative sembrano insufficienti a invertire la tendenza, ed è ormai improcrastinabile sviluppare una strategia coordinata e lungimirante per valorizzare e sostenere queste aree.
Sono i giovani i principali destinatari degli interventi auspicati. Se si riuscirà a invertire la rotta di un declino che pare inarrestabile, saranno loro a raccoglierne i frutti, superando i dubbi e lo scoramento che ora li opprimono. Intanto, serve invitarli a non cedere, a non scoraggiarsi, a resistere, a combattere con l’entusiasmo della loro età. Nell’articolo di una rivista, Decanter, pubblicata nel profondo ed emarginato sud, in Lucania, c’è un passaggio illuminante ed emozionante che vale la pena di citare.
«Qui, i ragazzi e le ragazze, preparano la fuga, che è fuga fisica, quando potranno, e “artificiale” quando non possono. Il peggior delitto che la politica possa commettere sarebbe non accorgersi di queste fughe. Ad andare via non sono più, come un tempo, braccianti e operai, che pure un vuoto hanno lasciato, ma avvocati, professori, medici, economisti, cioè quella che avrebbe dovuto essere la futura classe dirigente di questa terra. E quelli che restano? Quelli che restano, sognano. Sognano posti dove suonare, sognano luoghi dove incontrarsi, sognano altri lavori, sognano di altri amori…
Delle possibilità concesse alla gioventù non si può consumare che solo una parte, il che spiega come mai tutti cadano vittime dell’illusione di averla sprecata la gioventù, pensando che avrebbe potuto essere migliore.
No, non poteva, non qui almeno, ma avrebbero voluto provarci.»
Il compito di una buona politica dovrebbe essere, appunto, quello di consentire loro di provarci e – magari – di riuscirci. L’alternativa sarebbe una sorta di osteoporosi sociale che, presto o tardi, contaminerà anche quella parte di società che oggi ritiene di essere, per restare nella metafora, polpa in buona salute.
1 Le risorse pubbliche e private tendono a concentrarsi nelle città, creando un effetto “attrattore” che allontana investimenti dalle zone interne. La scarsa presenza di infrastrutture nelle aree montane esclude queste regioni da opportunità di sviluppo economico.
2 Le Province sono state preventivamente depotenziate dalla riforma Delrio in vista della loro abrogazione, prevista nella riforma costituzionale del governo Renzi approvata dal Parlamento e poi bocciata dal referendum.








