Qualunque organizzazione politica (e non solo) che si prefigge, quindi, di realizzare degli obiettivi che determinano il vivere comune di un certo numero di esseri umani, deve necessariamente organizzarsi attraverso un sistema di regole che, nella vita sociale degli umani si definisce: il diritto. In assenza di questa condizione regna il caos e la violenza del più forte. Non è sufficiente che ci siano delle regole ma è necessario che, queste, siano universalmente riconosciute dai componenti della comunità e che tutti siano ad esse egualmente sottoposti. 

Capisco che l’eccesso di sintesi può infastidire, ma mi perdonerete tenendo conto dei giusti limiti di spazio. Se vogliamo parlare di democrazia, e penso che tutti noi vogliamo vivere ed operare in un ambiente democratico, allora bisogna tenere conto dei due valori che sono a fondamento della democrazia: libertà ed eguaglianza. 

La libertà è uno stato: l’essere umano, come “persona”, o per essere definito tale, deve essere, come individuo, libero.

L’eguaglianza rappresenta un rapporto: l’essere umano, in quanto essere sociale, deve essere con gli altri individui in un rapporto di eguaglianza.

Escludendo totalmente l’ipotesi di un luogo dove solo uno o un ristretto gruppo di individui è libero, condizione tipica delle organizzazioni dispotiche, immagino che noi tutti vorremmo concorrere alla costruzione di una società dove tutti sono “egualmente liberi” o, meglio, “eguali nella libertà”. Diciamo che riteniamo questa condizione il valore supremo di una società che vive ordinatamente e pacificamente la propria esistenza e le dinamiche sociali.

Se osserviamo la mostruosa situazione internazionale, possiamo immediatamente comprendere che, la grande parte del disastro, trova il suo “nesso eziologico” nella possibilità, da parte del più forte, di trasgredire le norme che pure si erano stabilite. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti noi ed oggi, spaventosamente, si giunge alle intimidazioni e alle accuse gratuite contro chi rappresenta le istituzioni che dovrebbero far rispettare quelle norme: siamo all’istituzionalizzazione dell’arbitrio e della minaccia.

Se ci guardiamo intorno, possiamo osservare che anche le organizzazioni che si occupavano di rappresentare gli interessi e, perché no, i sogni dei cittadini: i partiti, si sono sfaldati fino a scomparire, cambiando forma e sostanza fino a trasformarsi in comitati elettorali in mano a singoli o a gruppi ristretti o a famiglie. Tutto ciò ha spinto fuori dal campo della partecipazione milioni di persone e trasformato la politica in una qualunque merce da vendere attraverso la propaganda massmediatica: chi controlla i media, comanda.

Se noi desideriamo cambiare qualcosa, non possiamo rassegnarci a questo sistema, dobbiamo restituire a quei milioni di persone la possibilità di partecipare, dare loro gli strumenti veri per partecipare e contare, ma senza esporre l’organizzazione alle aggressioni di volonterosi carrieristi (sono cose già viste in passato) o al rischio di non essere più quello che siamo o che vorremmo essere. Per affrontare queste sfide ci vuole il coraggio di porre le condizioni per garantire l’eguaglianza nella libertà, fin dai primi passi di chi si avvicina alla nostra comunità, e le “garanzie” sono date dalle regole, non dalla nostra magnanimità.

Chi si approccia, dal nostro campo, al cimento dell’attività politica, deve pensare all’eguaglianza nella libertà: quella degli altri, però, non la propria, quella di chi lui vuole rappresentare e con cui desidera parlare, collaborare, accettarne le critiche. Ogni giorno.

Spero che si possa presto ragionare su questo.  

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui