Tutto ebbe inizio nel gennaio 1988 durante la prima Intifada. Un pugno di donne, vestite di nero, in piedi, ferme, in silenzio, in mezzo a Sion Square per manifestare contro l’occupazione dei Territori palestinesi. Ricorda Dafne Kaminer – pacifista israeliana – “volevamo sostenere la lotta palestinese, perciò cominciammo a stare in piedi con i cartelli che chiedevano la fine dell’occupazione. Era la cosa più semplice e più visibile che si poteva fare”.

Furono, quindi, queste donne che, con il loro senso primario dell’agire, diedero inizio al movimento nonché spunto per il nome.

“Vestite di nero e in silenzio” due caratteristiche assunte a simbolo della tragedia comune del popolo palestinese e israeliano. Indossare l’abito nero non significa solo lutto, dolore, sofferenza; significa anche trasformare il lutto passivo per i caduti in guerra in potente rifiuto di ogni forma di violenza, dei conflitti, delle ingiustizie. Il nero, quindi, fu assunto consapevolmente come strumento per denunciare il prevalere di una cultura di morte.

 

Il silenzio ha la capacità di esprimere la parte più profonda dell’animo umano.  “Chi ha scelto il silenzio ha già detto tutto”, esso rappresenta uno stato di superiorità sul linguaggio ed ha il potere assordante di un urlo che nasce dall’intimo del nostro essere. Al linguaggio violento della ideologia e propaganda militarista le Donne in Nero opposero, quindi, una forma di comunicazione silenziosa espressa con il loro corpo “esposto” sulle strade e sulle piazze testimoniando, così, la concretezza e l’irriducibilità del proprio NO al militarismo e alla guerra.

Costituiti sin dall’inizio da piccoli gruppi, i presidi si diffusero con il passaparola divenendo una modalità particolarmente intensa e diffusa di opposizione.

Stop the Occupation 

“STOP THE OCCUPATION” divenne la frase scritta sui cartelli la cui forma di mano, simbolo della speranza di poter fermare tutte le guerre, nasce dalla leggenda di Fatima, figlia di Maometto, che fermava gli eserciti opponendo la mano davanti ai loro sguardi.  La mano di Fatima, utilizzata sia dalla cultura palestinese che ebraica, rappresenta un ponte che unisce realtà divise ma frutto di una stessa radice.

Alle veglie presero parte diverse donne agevolate dal fatto che si potevano svolgere non necessariamente nelle grandi città o avere un certo peso politico; in pochi mesi sorsero diversi presidi in varie località di Israele che videro donne arabe ed ebree manifestare assieme, per un’ora, ogni venerdì; ma l’evento che segnò l’inizio dell’esperienza delle Donne in nero anche in altri Paesi fu il “Campo della pace” che si tenne a Gerusalemme nell’agosto del 1988.

Il dialogo e la pace fu l’obiettivo del Campo che vide la partecipazione non solo di donne palestinesi ed israeliane ma anche donne provenienti da altre nazioni. La “Casa delle donne” di Torino contribuì fattivamente alla sua realizzazione. Conoscere e riflettere sulla condizione, sul ruolo e sulla responsabilità delle donne nei conflitti con l’intento di promuovere incontri di pace con le donne palestinesi ed israeliane fu il motore che spinse altre donne a prenderne parte; il Campo avrebbe offerto uno spazio di incontro e confronto.

In quel contesto fu significativo conoscere le Donne in nero israeliane, ebree pacifiste che manifestavano contro l’occupazione dissociandosi dalla politica militarista e violenta del proprio Paese e per “essere vicine alle palestinesi con le modalità delle israeliane” si decise di condividere quella modalità di protesta.

Dopo l’esperienza del campo il movimento delle Donne in nero si diffuse spontaneamente di paese in paese, in ogni posto in cui le donne volevano dichiararsi contrarie alla violenza e all’ingiustizia.

I primi riscontri arrivarono da Canada, in seguito le veglie si diffusero in Europa a partire dall’Italia grazie alla figura di Luisa Morgantini, fondatrice della rete internazionale delle “Donne in nero contro la guerra e la violenza”, ex europarlamentare e attualmente presidente dell’associazione AssoPacePalstina.

No alla militarizzazione delle menti

Negli anni ‘90 la rete internazionale delle Donne in nero estese e approfondì i suoi legami dedicando grandi sforzi al contrasto delle guerre balcaniche e nacque in particolare il gruppo delle Donne in nero di Belgrado, tuttora attivo e molto coraggioso e radicale nel rifiuto degli arroccamenti etnico-nazionalisti e di quella che proprio lì fu chiamata la “militarizzazione delle menti”.

In Italia le Donne in nero protestarono per varie ragioni, dall’occupazione israeliana, alla prima guerra del Golfo e alla violenza della criminalità organizzata contribuendo ad espandere il movimento negli altri paesi europei. Tra i gruppi italiani rilevanza ha senz’altro quello di Torino che nel tempo ha imbastito rapporti con altri gruppi presenti in Europa e non solo.

La prima veglia che si tenne in Asia fu nel 1994 a Bangalore, per protestare contro la distruzione di una moschea a Ayodhya. In India si tennero, inoltre, veglie per richiedere la fine del maltrattamento delle donne da parte dei fondamentalisti religiosi.

La rete, dunque, è ormai presente in molti paesi del mondo, in tutte le situazioni di conflitto che coinvolgono i propri governi, le Donne in nero rifiutano la logica delle armi e della violenza scegliendo di parlare in prima persona, di rinunciare al ruolo di passività tradizionalmente loro imposto, assumendo una responsabilità individuale di resistenza alla guerra e a tutto ciò che essa comporta in termini di distruzione, odio, esclusione.

Ogni veglia è autonoma e può stabilire le proprie regole e principi, all’interno di essi si è diffusa la struttura di una visione femminista assunta non come atto imposto, bensì come una pratica che si è fatta strada in modo spontaneo. Per molte donne questo ha rappresentato il loro primo incontro con il femminismo divenendo uno degli elementi e contribuendo al loro legame con le veglie.

Le Donne in nero non si ritengono un’organizzazione bensì un mezzo di comunicazione e una formula per agire.

A Perugia la prima veglia delle Donne in nero si è avuta nel 1991 durante la prima guerra del Golfo. Ad organizzarla fu l’associazione culturale femminista “La Goccia” su iniziativa della sua presidente Felicia Oliviero. Da allora le donne de La Goccia hanno continuato nelle veglie ad ogni guerra o atto di violenza perpetrato coinvolgendo altre donne e allargando il movimento.

Chiudo con una poesia scritta da Felicia Oliviero che ci ha lasciate ma è sempre presente nei nostri cuori:

Donne in nero

Sui marciapiedi

Occhi di donne che non abbassano lo sguardo

Riflettono

Con le sfumature del nero che indossano

Immagini

di corpi straziati

di deportazioni di occhi smarriti nel vuoto

di ricordi lacerati da uranio impoverito. 

Vicine l’una all’altra

in silenzio

Contro il rombo dei tornado che creano deserti nucleari

Contro valori contaminati che generano nati senza occhi. 

Corpi narranti

Donne testarde

Si ribellano. 

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