La Global Sumud Flotilla è molto più di un insieme di imbarcazioni, salpate da vari porti del Mediterraneo. È, infatti, l’ultima possibilità che abbiamo per rivitalizzare quei famosi “valori occidentali” di cui ci riempiamo costantemente la bocca, salvo poi calpestarli a ogni piè sospinto. Ed è anche l’ultima speranza che ci è rimasta di non essere ricordati, un domani, come coloro che si voltarono dall’altra parte di fronte a un genocidio. Perché ciò che sta accadendo a Gaza non è definibile in altro modo: non è opinabile, non più, anche se, a dire il vero, non ci sono mai stati, almeno da parte nostra, particolari dubbi su cosa fosse la mattanza in atto da ben prima del fatidico 7 ottobre. Anche far risalire ogni male allo sconsiderato attacco di Hamas nei confronti di civili innocenti, infatti, è un modo per mistificare la realtà. Nessuno di noi ha mai giustificato alcuna forma di violenza, né materiale né verbale; non c’è dubbio, tuttavia, che l’assedio dei palestinesi vada avanti ormai da oltre mezzo secolo e non possa essere giustificato con la minaccia terroristica costituita da un’organizzazione nata in risposta al martirio di un popolo, come del resto ebbe a dire Giulio Andreotti in Senato il 18 luglio 2006, parlando del conflitto israelo-libanese, all’epoca in corso, ed evidenziando tutta la differenza fra la pur discutibile classe dirigente della Prima Repubblica e il nulla attuale, salvo rare eccezioni.

Lungi da noi qualsivoglia forma di populismo e di cedimento all’anti-politica, sia chiaro; fatto sta che in due anni di mattanza sono state ben poche le voci a essersi levate contro il massacro. Ben pochi artisti, difatti, hanno preso parola, almeno fino a quando l’orrore non è diventato talmente evidente che quasi conviene mettersi in mostra lasciandosi andare alla dichiarazione roboante o facendo il “beau geste”, magari sullo sfondo della laguna di Venezia. Tutto è utile e necessario e chiunque si renda protagonista di un atto di denuncia o anche solo di una qualche forma di sensibilizzazione sul tema è il benvenuto; che siano serviti due anni e che ci sia ancora qualcuno che dubiti dell’utilità di prendere posizione in merito a uno sterminio senza precedenti negli ultimi otto decenni spiega, invece, le ragioni per le quali siamo ridotti così.

Quanto alla politica, italiana ed europea, siamo al cospetto di qualcosa che va ben oltre la delusione. Salvo rare eccezioni, ribadiamo, abbiamo assistito a una fiera della pavidità, dell’opportunismo e del tartufismo che va al di là delle più fosche previsioni. Sapevamo di essere nelle mani di personaggi inadeguati e per lo più privi della benché minima consistenza culturale, ma che un intero continente, sedicente culla della democrazia e della libertà, si stia ancora chiedendo se ciò che sta avvenendo in Palestina possa essere considerato un “genocidio” o se non sia meglio trovare espressioni più morbide, la dice lunga sulla bancarotta morale di questi personaggi.

Putin, che certo non è uno dei nostri punti di riferimento, è stato colpito da una cornucopia di pacchetti di sanzioni, rivelatisi altrettanti autogol che hanno messo in ginocchio l’economia del Vecchio Continente e favorito l’ascesa di tutti i movimenti fascisti e nazisti che fino a quel momento eravamo riusciti a tenere a bada; con Netanyahu, al contrario, abbiamo utilizzato i guanti di velluto, subendo senza batter ciglio persino le minacce dei suoi ministri più estremisti, Smotrich e Ben Gvir, teorici di quella che alcuni osservatori non esitano a chiamare “soluzione finale”. E no, anche il continuo riferimento alla Shoah non regge; anzi, semmai costituisce un’aggravante. Proprio perché il popolo ebraico ha subito ciò che tutti sappiamo dovrebbe essere in prima fila nel condannare senza appello ciò di cui si sta macchiando l’esecutivo più pericoloso che sia mai spuntato a quelle latitudini, contrastando la discesa agli inferi che una studiosa del calibro di Anna Foa, ebrea della diaspora, ha definito “il suicidio di Israele”.

 

Su Gaza troppa timidezza delle comunità ebraiche in Italia

Notiamo, all’opposto, un’eccessiva timidezza da parte delle comunità ebraiche, quando non addirittura accuse infamanti rivolte a chiunque tracci il paragone fra l’Olocausto e ciò che stanno subendo i palestinesi, al punto di insinuare che se al governo ci fosse la sinistra qualunque ebreo dovrebbe camminare rasente i muri. È strano che ci siano ebrei che si sentano rassicurati dalla presenza al potere degli eredi di Almirante, segretario di redazione de “La difesa della razza”, rivista lanciata nell’agosto del ’38 proprio per supportare il varo delle Leggi razziali che avrebbero costretto gli ebrei ad abbandonare scuole e luoghi di lavoro. Ed è ancor più singolare che non sia percepita come una minaccia l’avanzata di idee che storicamente hanno condotto alla Notte dei cristalli, ai lager e all’annientamento non solo degli ebrei ma anche di omosessuali, rom, oppositori politici e di chiunque fosse ritenuto impuro dai sostenitori del Reich millenario.

Stupisce e addolora davvero questa cloroformizzazione dell’opinione pubblica, e di quella ebraica in particolare, al cospetto dell’abisso. Così come stupiscono i silenzi e le complicità tanto del mondo conservatore, e passi, quanto del mondo progressista, evidentemente ancora in balia degli abbagli terzaviisti che hanno condotto il mondo sull’orlo del baratro e la sinistra quasi all’estinzione ma purtroppo tuttora in grado di esercitare un certo fascino su analisti, commentatori ed esponenti politici di primo piano chiamati ad assumere decisioni dalle quali dipende il nostro futuro.

Per tutti questi motivi, pur avendo manifestato inizialmente un certo scetticismo, legato più che altro all’effettiva riuscita dell’impresa e alle conseguenze della stessa per i partecipanti, abbracciamo con affetto coloro che hanno promosso la Global Sumud Flotilla, coloro che vi sono saliti a bordo e coloro che la stanno seguendo e raccontando ogni giorno. Siamo al loro fianco, con tutto il cuore, in nome di un principio di umanità che non può e non deve morire, in nome di un’idea di giustizia e, lasciatecelo dire, in difesa di una comunità, quella occidentale, che sta facendo di tutto per rendersi odiosa ma alla quale, nonostante tutto, apparteniamo con orgoglio e vogliamo ancora bene.

La Flotilla siamo noi, donne e uomini che non si rassegnano al male. Siamo noi che non accettiamo la violenza, che condanniamo la barbarie, chiunque ne sia artefice, e che rilanciamo con forza l’idea francescana, in parte ripresa da Leone XIV, di un Dio d’Avvento che non giudica e unisce, ponendo la dignità della persona al centro di ogni discorso. Noi che crediamo ancora nella vita e nella sua bellezza, noi che intendiamo valorizzare ogni singolo essere umano, noi che amiamo la politica e vogliamo occuparcene in maniera alta, noi che non tolleriamo la deriva in atto, noi probabilmente già sconfitti ma non per questo arresi, noi siamo coloro che hanno raccolto centinaia di tonnellate di aiuti umanitari, salutato la flotta in partenza da Genova attraverso una manifestazione oceanica, organizzato riunioni e incontri nelle istituzioni e nelle piazze e scritto decine e decine di articoli. Ebbene, sappiate che continueremo a fare tutto questo e molto altro perché la Flotilla, come detto, siamo noi, quanto meno per poterci continuare a guardare allo specchio.

 

 

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