Non c’è nulla di più politico di Gaza. Non c’è nulla di più drammatico di Gaza: di fronte a quella gigantesca “fossa comune” che è diventata la Striscia, le parole senza un impegno coerente diventano vuote. L’esercito israeliano – Idf – ha ricevuto l’ordine dal proprio Governo di entrare in Gaza city, di raderla al suolo e di evacuare l’intera popolazione entro il 7 ottobre. L’operazione militare “Carri di Gedeone” entra così nella sua fase operativa più avanzata: quella della soluzione finale per la Striscia di Gaza. Il via libera è sia politico da parte del Governo Netanyahu sia militare da parte dei Vertici militari che hanno già esteso il periodo di servizio a 20.000 riservisti e ne hanno richiamati altri 60.000. Affianca questa decisione l’approvazione definitiva venuta da parte di Israele ai 3.400 nuovi insediamenti nella Cisgiordania occupata.

Non c’è nulla di più inquietante per le nostre coscienze che assistere, giorno per giorno, ad un genocidio in diretta che spudoratamente Netanyahu tenta di nascondere con menzogne di ogni tipo.

E’ questo “il lavoro sporco fatto per noi” dichiarato dal cancelliere tedesco Merz? Di fronte a questa immane tragedia, basta la timida presa di posizione del Parlamento europeo che invita i 27 Paesi parte dell’Unione Europea a riconoscere, se lo ritengono, lo Stato di Palestina? Basta che l’ambasciatore italiano all’Assemblea dell’ONU voti venerdì 12 settembre con la stragrande maggioranza degli Stati del mondo una risoluzione non vincolante che condanna l’assedio e l’uso della fame a Gaza da parte di Israele e sostiene il riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente nel quadro di una soluzione a due Stati?

Certo che non basta! Anche perché alle parole, ai documenti, alle risoluzioni non seguono né azioni né fatti. Per non parlare poi della doppiezza usata da alcuni governi, a cominciare dal governo di Giorgia Meloni la quale ripete che in questo momento l’approvazione ufficiale dello Stato di Palestina è inopportuna e controproducente e va rinviata ad un momento più favorevole. Quando il lavoro sporco sarà terminato?

Restart non smetterà mai di insistere su un punto chiave: l’interesse nazionale dell’Italia sta nel suo interesse internazionale, nella sua capacità di avere una collocazione e una strategia politica internazionale il più possibile non subalterna agli interessi degli altri, blocchi militari o imperi economici che siano. Certo con realismo e capacità di alleanze sovranazionali affini nella visione e nella comunità di destino: l’Europa prima di tutto, ma come l’intendeva Altiero Spinelli. Non come la intendono i neoliberisti di oggi, gli iperatlantisti di oggi, peggio, i neonazionalisti di oggi. Qui sta    un gigantesco nodo da sciogliere da parte di quelle forze politiche che in Italia intendono costruire l’Alternativa al governo Meloni alle prossime elezioni politiche: l’alleanza sarà solo una somma di sigle con visioni diverse su corsa al riarmo, Deterrenza nucleare estesa, NATO, soluzione politica e non militare dei conflitti, guerra in Ucraina, rapporto con Israele, Palestina libera, Mediterraneo di pace? Oppure, invece di essere solo una alleanza elettorale, maturerà una piattaforma comune e credibile in politica estera, nella promozione del primato del Diritto internazionale, nel contribuire ad un multipolarismo di pace?

Questa seconda prospettiva, quella di una convergenza politica strategica, è ovviamente preferibile. E’anche quella che avrebbe maggiori possibilità di attrarre un elettorato deluso e in gran parte rifugiatosi nell’astensione. Ma è anche quella che deve fare i conti con il moderatismo delle correnti riformiste del PD, con le furbizie di Renzi e, soprattutto, con i grandi media nazionali che temono la polarizzazione: naturalmente più quella a sinistra che non quella a destra; quella “autonomista” di Giuseppe Conte e quella del “sindacato di strada” di Maurizio Landini.

Spostare il baricentro dell’alleanza

Una strada per nulla scontata ma percorribile ci sarebbe: Elly Schlein dovrebbe riuscire a far maturare le correnti riformiste del PD, in particolare quelle di matrice cattolica, su posizioni internazionali più avanzate e coraggiose, anche in coerenza con le posizioni ufficiali espresse dalla Chiesa cattolica sui temi della guerra, del riarmo, della pace come sistema alternativo al sistema guerra. AVS dovrebbe uscire dall’ombra del PD e favorire insieme al Movimento 5 Stelle uno spostamento del baricentro politico dell’intera alleanza più a sinistra e più coerente con le posizioni pacifiste ed ecologiste che tra l’altro sostengono da tempo. Le sinistre sinistre, proprio in forza della gravità della regressione sociale e democratica in atto nella società italiana, dell’aumento delle disuguaglianze, dovrebbero dare al proprio antifascismo e al proprio antagonismo uno sbocco positivo a sostegno disinteressato dell’alternativa.

I nemici di questa prospettiva non sono solo a destra, ma al centro e in alto, nel sistema di potere economico e finanziario che in Italia controlla giornali e televisioni.

Giornalisti come Italo Bocchino, spesso invitato a La7, insiste ancora a definire l’operazione “Gedeone” come un eccesso di difesa da parte del Governo israeliano e tenta di disquisire sull’uso corretto del termine “genocidio” evidentemente non avendo mai letto come viene giuridicamente definito proprio dalla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio adottata il 9 dicembre 1948 dalle Nazioni Unite. Ma lui è di destra come Giorgia Meloni e per loro il diritto internazionale è ridotto a pura convenienza di parte come dimostrato nel caso del torturatore libico Al Masri.  Altri commentatori sedicenti progressisti come Paolo Mieli, dopo aver giustificato per oltre un anno Israele, anche lui spesso invitato a La7 dove si comporta da padrone di casa più che da ospite, finalmente riconoscono che l’obiettivo di Netanyahu è la “Grande Israele” annettendo Gaza e la Cisgiordania. E l’ineffabile ex direttore de “La Repubblica” Maurizio Molinari, dimostrandosi molto informato dei piani israeliani, snocciola dove possono essere deportati i due milioni di palestinesi che verranno cacciati da Gaza, affrettandosi però a dire che Trump non usa il termine espulsione o deportazione ma parla di “scelta libera”.

Cito l’informazione sulla situazione internazionale proposta quotidianamente da La7 non perché sia la peggiore; al contrario proprio perché è la meno peggio tra le Tv pubbliche e private. Naturalmente la regia degli ospiti è molto calcolata e selettiva, però con una precisa finalità politica: impedire che l’alternativa al Governo Meloni veda la sinistra, in particolare il M5Stelle, avere un ruolo significativo e riequilibratore rispetto alle forze più moderate e “riformiste”. Insomma l’alternativa in Italia deve essere “liberale” al seguito del grande Draghi, imperniata sull’atlantismo centrista di Casini, di Renzi, dei moderati laici e cattolici del PD.

L’informazione in Italia è ormai uno scandalo nello scandalo. Ma adesso urge lo scandalo grande del genocidio: che fare, restare osservatori impotenti? Rassegnati? Complici? Gaza misura la nostra umanità, il nostro livello di civiltà, dunque la qualità della nostra politica.

Possiamo tenere viva per Gaza la profezia nonviolenta di don Primo Mazzolari, l’instancabile promotore di “pace nostra ostinazione”.  Se dovessi dare un nome che ispira le grandi mobilitazioni in corso in Italia direi “Gaza nostra ostinazione”.  Quello che manca è la politica delle classi dirigenti che interpreti e porti a compimento questo sentimento popolare.

La pace è concreta, incarnata, vissuta o non è. E se c’è un luogo dove la pace è negata, derisa, crocifissa è Gaza. Se c’è un luogo dove la pace è invocata, indispensabile, urgente è Gaza. Se c’è un luogo che non ha protezione internazionale né protettori amici che lo difendano dalla profanazione di essere trasformato in resort turistico, è Gaza.

Il giovane poeta Haidar-al-Ghazali, palestinese di Gaza, ha scritto “Perché non diventiamo un solo mondo? Insegnate ai vostri figli che il corpo della terra è uno, che i confini della terra sono una invenzione”.  Quanta verità in queste parole, quanta spiritualità le ispira, quanta saggezza umana e politica!

Purtroppo in molte classi dirigenti questa visione è carente, manca il senso della giustizia. Si adottano due pesi e due misure schierandosi per appartenenza amicale, tribale, di campo. E se il campo di appartenenza è politico-militare, alleanza o blocco che sia, si chiudono gli occhi sulle proprie mancanze, si giunge persino a giustificare le violenze commesse dai propri alleati, mentre si è prevenuti se non spietati nei confronti degli altri.

Avviene così che l’Unione Europea per l’Ucraina misura con il centimetro lo spostamento dei confini, quanto territorio l’Ucraina debba concedere alla Russia, quanto ne possa riconquistare se riarmata con maggiore dotazione di armi e maggiori finanziamenti europei, ma per i territori palestinesi, per i confini che l’ONU ha assegnato al futuro Stato palestinese solo timidi appelli a fermare l’espansione illegale delle colonie israeliane in Cisgiordania. Nessun provvedimento nemmeno quando Netanyahu annuncia in modo perentorio “Questa terra è nostra! Non ci sarà mai uno Stato palestinese”. Eppure che l’occupazione di questa terra da parte di Israele sia illegale lo affermano e denunciano tutte le Istituzioni internazionali riconosciute come fonte di diritto o come interpreti del Diritto Internazionale: ONU, Corte internazionale di Giustizia, Tribunale penale internazionale.

Uscire dalla logica di blocco

Già Mazzolari aveva ben presente la questione dell’indipendenza di giudizio, l’importanza di una Giustizia uguale per tutti e attenta ai più deboli, il non restare prigionieri di una logica di parte. Nel suo libro “Tu non uccidere” uscito nel 1955 in piena guerra fredda scriveva” Poiché i due blocchi minacciano di toglierci la nostra ragione per sostituirvi la ragione di blocco, deploriamo e condanniamo tutto ciò che ha preparato, favorito, irrigidito la politica dei blocchi, dalla propaganda a qualsiasi armamento”.  

Con questo spirito di indipendenza e con la convinzione che la pace è una costruzione difficile ma possibile dovrebbero muoversi urgentemente movimenti, associazioni, sindacati, forze politiche, almeno quelle di opposizione. Un bel segnale è venuto dal confronto e dagli impegni assunti al XV Forum nazionale dell’”Altra Cernobbio” del 5 e 6 settembre dal titolo “Addio alle armi”.

Ostiniamoci a non assistere impotenti all’agonia di una speranza di convivenza tra due popoli. Significativo che in molte piazze e in molti cortei in Italia siano stati scanditi i nomi dei 12 mila bambini palestinesi e bambini israeliani uccisi, vite spezzate e vittime innocenti di una tragedia che la Comunità internazionale non ha saputo o non ha voluto evitare. Ma adesso, direbbe don Primo Mazzolari, è l’ora della responsabilità ed è l’ora della verità per ciascuno, per l’Italia, per l’Europa: Tu che fai per tuo fratello?

La mobilitazione delle coscienze deve intensificarsi e trasformarsi in iniziative nei territori, in raccolta fondi per finanziare aiuti umanitari, cibo e medicinali; in supporto alla coraggiosa iniziativa della Global Sumud Flotilla pronta a forzare il blocco israeliano per provare a rompere l’assedio di Gaza. Che le cose stiano precipitando lo conferma il cardinale Pizzaballa in collegamento da Gerusalemme con notizie sempre più preoccupanti: l’esercito israeliano, l’Idf, ha iniziato l’occupazione di Gaza city con carri armati e ruspe, e ha ordinato l’evacuazione di sacerdoti e suore che hanno risposto “Noi non ce ne andremo”. Il piano israeliano prevede l’evacuazione totale degli abitanti di Gaza City entro il 7 ottobre. In questo poco tempo si decide il destino di un popolo e la credibilità della Comunità internazionale.

Lo stop al genocidio è possibile. Il cessate il fuoco è possibile, arrestare la presa militare dell’esercito israeliano di Gaza City è possibile: basta volerlo politicamente, basta far intervenire le Autorità internazionali preposte a fermare gli atti di aggressione. Vero è che Israele è stato lasciato andare troppo avanti quando i segnali delle sue vere intenzioni erano ben chiari, anche se per molti mesi camuffati da trattative di tregua con Hamas spesso annunciate in dirittura d’arrivo. Bluff saltato in aria con il bombardamento a Doha della sede di Hamas riunito proprio a discutere della tregua. A questa finzione si è ben prestata da perfetto complice l’Amministrazione Trump che ha preso in giro mondo arabo e persino Monarchie del Golfo con le quali intrattiene affari e accordi militari. Trump ha fatto di più: ha definitivamente messo fuori gioco l’ONU e azzoppato il diritto internazionale sul cui principio si è costruita faticosamente dal 1945 la convivenza tra popoli, fedi, religioni, culture, Stati, economie diverse. Con numerose eccezioni, dalla guerra di Corea in poi, nessuna della gravità di quel che succede a Gaza.

Alcuni diplomatici hanno indicato il modo perché l’ONU possa intervenire con i caschi blu anche di fronte al veto di qualche Grande Potenza in Consiglio di Sicurezza: basta che ci siano 7 Paesi su 15 in Consiglio di Sicurezza disponibili a votare il passaggio della responsabilità della decisione all’Assemblea plenaria dell’ONU dove la maggioranza degli Stati del mondo ha già riconosciuto la Palestina. E quell’Assemblea a maggioranza potrebbe attivare il capitolo VII della Carta dell’ONU per intervenire a protezione degli abitanti sopravvissuti a Gaza e impedirne la cacciata.

Non basta la denuncia del genocidio in atto, occorre agire, occorre tenere insieme etica e politica perché Gaza interpella insieme la nostra umanità e la nostra responsabilità. Responsabilità di cittadini, di credenti e non credenti, che vivono in uno Stato e in una Europa ormai posti di fronte ad una drammatica crisi alimentare e sanitaria e, dopo le decisioni del governo Netanyahu, alla decisione concreta della cacciata di un popolo dalla propria terra. In questo senso Gaza non è soltanto vittima di una violenza sproporzionata ed estrema da parte di uno Stato che non riconosce ad un intero popolo alcun diritto umano: è misura del grado di crisi cui è giunta la nostra civiltà, è emblema di dove sta andando il mondo. 

Dopo 80 anni Europa di nuovo campo di battaglia?

La guerra in Ucraina, insieme “guerra di resistenza” del popolo ucraino e “guerra per procura” per conto della Nato, non solo non sembra avere termine ma, per responsabilità di tutti gli attori diretti e indiretti, è sempre meno circoscritta all’area degli scontri militari come avvenne invece per le guerre nell’ex Jugoslavia e per il Kossovo. Questo dipende dalla natura della guerra che è contemporaneamente di tipo convenzionale sul terreno conteso ma anche campo di sperimentazione dell’utilizzo massiccio di droni e di tecnologie informative satellitari d’avanguardia. Senza l’assistenza della rete Starlink di Elon Musk, come confermato da un’inchiesta di “Politico”, le forze ucraine sarebbero cieche, incapaci di comunicare tra loro data la distruzione di gran parte delle infrastrutture, incapaci di guidare droni sugli obiettivi.

Come ha scritto Emilio Cozzi nel suo libro “Geopolitica dello Spazio” in Ucraina emerge un nuovo paradigma: “mentre le modalità del conflitto a terra rimandano a tattiche da XIX secolo, nello Spazio si manifestano scenari bellici del futuro. E con una novità assoluta: l’ingresso anche nell’agone extraterrestre di corporation e interessi privati.” Saremmo dunque di fronte a un “fire test”, una sperimentazione per provare a validare le tecnologie guida dei conflitti futuri che vedranno coinvolto lo spazio come nuovo terreno di competizione e di scontro egemonico.

Forse questo è il retroscena che sta spingendo l’Europa a fare i conti con i propri ritardi nella competizione spaziale globale sbagliando cura, militarizzando i cieli attorno all’Ucraina con le esercitazioni Nato, invece di promuovere una propria rete satellitare indipendente e l’uso pacifico dello Spazio attraverso una Space law e la ripresa di negoziati per concordare Trattati internazionali per il controllo e la riduzione delle armi nucleari tattiche e strategiche.

Purtroppo L’Unione Europea va in un’altra direzione ricorrendo stupidamente la logica del riarmo convenzionale, addirittura accarezzando l’idea da parte di alcuni Stati di dotarsi di armamenti nucleari o, nel caso della Francia, di rafforzarne l’arsenale esistente.

Così l’Unione Europea si sta riarmando due volte: una volta per dotarsi di una “autonomia strategica”, non in politica estera, ma solo sul piano militare come ReArm Europe, di fatto favorendo un gigantesco piano di riarmo nazionale della Germania; una seconda volta obbedendo al diktat di Trump di aumentare la spesa militare dei Paesi Nato fino al 5% del PIL. Alla faccia dell’autonomia politica della stessa Unione Europea che si rivela non solo fragile ma subalterna a Washington molto più che nel passato: altro che sovranità europea e, per l’Italia, altro che sovranità nazionale!

Il fatto è che siamo all’inizio di una resa dei conti globale e regionale, il cui esito potrebbe essere la terza guerra mondiale, come ammonì inascoltato papa Francesco, avvertito di questo rischio non solo dalla sua sensibilità ma dall’ascolto di analisti indipendenti e da quella formidabile rete di diplomazia di cui dispone nel mondo la Santa Sede.

Come contributo laico e scientifico indipendente segnalo il recente libro “Il suicidio della Pace” di Alessandro Colombo, docente all’Università degli Studi di Milano, che ci avverte come “la guerra è tornata dalla periferia al centro del sistema internazionale, costringendo l’Europa e il mondo a confrontarsi persino con il rischio di uno scontro diretto tra grandi potenze”.  A chi gli chiede perché ha scelto il termine “suicidio” invece che individuare i sabotatori della pace, i killer della pace e del Diritto internazionale, il prof. Colombo risponde che il fallimento dell’ordine liberale internazionale non è dovuto solo a chi lo ha deliberatamente indebolito ma anche alle sue contraddizioni interne e a chi non le ha volute affrontare con coraggio e risolvere per tempo. Una per tutte la disuguaglianza nel trattamento e riconoscimento di Stati, popoli e minoranze, l’utilizzo neocoloniale del “doppio standard”.

Anch’io sono convinto, dopo decine di missioni all’estero e in situazioni di conflitto, dopo aver sostenuto per decenni il primato del Diritto internazionale, il federalismo europeo, la riforma democratica dell’ONU, approvato lo Statuto della Corte Penale Internazionale, che il sistema internazionale attuale si stia suicidando. Lo sento come un fallimento perché in quei principi continuo a crederci ma non basta crederci se poi il mondo si sta rovesciando e l’Europa muore politicamente e moralmente a Gaza, incapace com’è di fermare il genocidio in corso e l’imminente cacciata dei palestinesi dalla loro terra.

Lo Stato di Israele da democratico a Stato canaglia

La resa dei conti, soprattutto se violenta, non assume una sola direzione, un solo aspetto. Ci parla dell’avversario, obiettivo e oggetto con cui vogliamo regolare i conti, ma anche del soggetto che la decide e la pratica e nel praticare una violenza sistematica si snatura. E’ il caso di Israele nei confronti di Gaza e del popolo palestinese, è il caso del regime di Putin nei confronti dell’Ucraina. E’ il caso di tanti conflitti dimenticati tra Stati o tra Stati e minoranze interne: i curdi del Rojava in Siria, i rohingya in Myanmar, la guerra civile in Sudan, le bande armate nell’est della Repubblica democratica del Congo, gli uiguri e i tibetani in Cina… Teniamo conto poi che l’oggetto che si vuole combattere, massacrare, espellere a sua volta è un soggetto che ha una propria identità, una propria cultura, una propria volontà. Complicato? No, basta conservare un livello decente di razionalità umana che dovrebbe essere ben consapevole che “l’altro da noi” ha i nostri stessi diritti, desideri, sogni. Per questo la violenza è stupida, la guerra è stupida. Perché disumanizza l’altro, lo trasforma in nemico o addirittura in bestia, come sta facendo la destra fondamentalista israeliana al governo con Netanyahu che considera bestie arabe i palestinesi, non esseri umani. Quindi si possono affamare, bombardare, massacrare, cacciare dalla loro terra impunemente.

Così facendo trasforma uno Stato democratico in uno Stato assassino, in uno Stato terrorista. Il cantautore Francesco Guccini in “Auschwitz”, canzone del 1967, levava il lamento “Ancora tuona il cannone. Ancora non è contento di sangue la “belva umana”. Siamo ancora lì. Dopo più di cinquant’ anni, dopo il Viet-Nam, dopo la ex Jugoslavia, dopo l’Iraq, dopo l’Afghanistan siamo ancora alla politica di potenza, alla militarizzazione della sicurezza, alle tecnologie di morte più raffinate rappresentate dai droni, all’elogio della Deterrenza Nucleare Diffusa adottata come dottrina strategica non solo dagli Stati Uniti ma anche dalla Unione Europea. Domanda: la situazione di oggi ci riporta alla guerra fredda o peggio? Purtroppo peggio, anche se questa consapevolezza non c’è ancora o non c’è abbastanza.

Seconde le analisi dello statunitense John Mearsheimer, considerato da molti un innovatore rispetto ai classici studi sulle relazioni internazionali di Morgenthau e Waltz, Il sistema bipolare basato sulla rivalità e sull’equilibrio di due soli Grandi Potenze è molto più stabile e sicuro di un sistema multipolare soprattutto se caratterizzato da una “multipolarità sbilanciata” come quella del mondo attuale.  La sfida è quella di costruire un multipolarismo bilanciato, policentrico, non solo sull’asse Est-Ovest ma anche sull’asse Nord-Sud come aveva preconizzato Willy Brandt.

Alternativi a Trump e a Putin

Non si capisce la pazzia di Trump, considerato a torto imprevedibile, se non la si colloca nell’attuale sistema geopolitico mondiale che vede gli Stati Uniti in declino da almeno 30 anni e risentire della concorrenza dei Paesi emergenti, in particolare dei BRICS soprattutto della Cina, considerata da Mearsheimer 5 volte più potente sul piano economico e tecnologico della vecchia Unione Sovietica. Trump sta tentando con dazi, ricatti e minacce, di rilanciare una impossibile egemonia statunitense in un mondo sempre più disordinato, multipolare imperfetto, caotico. Lo fa sbagliando totalmente la cura, non solo da “affarista”, ma da cinico grande reazionario quale è diventato: cultore del suprematismo bianco e razzista, del primato della forza sul diritto, del populismo antidemocratico, di un patriottismo intriso di fondamentalismo religioso. La visione politica attuale di Trump, strumentale o convinta che sia, è più eversiva che conservatrice. E infatti il suo obiettivo è quello di ridimensionare regole e Istituzioni internazionali fino ad annullarle. Non solo l’Organizzazione mondiale del Commercio ma L’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Unesco, i Patti sul clima e persino l’ONU con la Corte di Giustizia.

Quello che sta andando in frantumi è l’ordine internazionale uscito dalla seconda Guerra Mondiale, per la precisione sta andando in crisi la versione liberale e neoliberista che ha assunto l’ordine internazionale dopo il crollo del Muro di Berlino.  Trump è il killer finale e il suo obiettivo è quello di sostituire l’ONU con un nuovo feudalesimo tecnocratico e gerarchico. Invece occorrerebbe rilanciare e riformare l’ONU, democratizzarla su misura di un mondo in grande trasformazione. Questo l’errore di fondo di Trump e degli autocrati emergenti, ma errore voluto e perseguito con determinazione perché questo favorisce ed esalta l’arbitrio del più forte, rende possibile la prepotenza senza limiti di Netanyahu nei confronti di Gaza, rende possibile l’intesa con Putin perché sia Trump che Putin si sentono al di sopra di ogni legge, sostenitori del potere personale ed oligarchico, superuomini.

Però una cosa positiva Trump la stava tentando, sicuramente per fini poco nobili e tornaconti personali: forzare per giungere ad un negoziato e almeno ad un cessate il fuoco tra Russia ed Ucraina. Meglio se al posto di una semplice tregua si arrivasse ad un accordo definito anche sulla ripartizione dei territori contesi come proposto dalla Russia. La guerra ha già causato complessivamente oltre un milione di morti. La responsabilità dell’invasione è certamente del regime di Putin e infatti la Corte penale Internazionale ha chiesto di mandarlo a processo all’Aja. Ma anche l’Unione Europea ha le sue belle responsabilità nel non aver seriamente realizzato gli accordi di autonomia per il Donbass previsti già nel 2014 da Minsk uno e Minsk due. Per non parlare dell’”abbaiare della Nato giunta ai confini della Russia”, come si espresse papa Francesco. Il paradosso è che la più recalcitrante a favorire i negoziati è proprio l’Unione Europea, quando doveva essere l’Unione Europea a promuovere già da tempo iniziative diplomatiche per la soluzione politica del conflitto. A dimostrazione che viviamo in un mondo alla rovescia, dobbiamo constatare che oggi è l’Unione Europea e non gli Stati Uniti a voler prolungare il conflitto con la Russia “fino alla vittoria” (sic), a pretendere solo un cessate il fuoco per prendere tempo e riarmare ancora di più i poveri soldati ucraini. Anche questa partita fa parte di quella resa dei conti globale e regionale di cui noi rischiamo di essere spettatori e future vittime, augurandoci che i rinascenti e bellicosi nazionalismi non ci portino al “suicidio dell’Europa”.

 

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