Alla ricerca delle parità perdute: potrebbe essere il titolo di un film o di un pamphlet. È invece il cammino che si deve fare per le parità di genere, per diventare una società giusta, democratica, egualitaria, non discriminatoria, non sessista.

A leggere con attenzione la Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, due anni dopo il primo voto delle donne in Italia, la strada sembrava segnata, soprattutto grazie alle 21 madri costituenti (su 556 membri) che avevano lavorato alacramente pesando ogni singola parola. Non casualmente Lina Merlin ci mise tre giorni a far passare la frase “senza distinzione di sesso” all’interno dell’articolo 3, supportata efficacemente da Teresa Noce e da Nilde Iotti.  Gli articoli in cui compare la parità tra uomo e donna sono 5 e dicono cose molto chiare, come l’articolo 29 che parla di “matrimonio ordinato sull’uguaglianza politica dei coniugi”

Non basta, la Costituzione va oltre e pone dei paletti anche economici riguardanti l’uguaglianza di genere con l’articolo 37. “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

E nell’art. 51 della Costituzione della Repubblica italiana si legge che “tutti i cittadini dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”. Ed ecco che in pieno patriarcato compare la definizione di “pari opportunità”. Il pensiero si rafforza con l’articolo 117 sul ruolo delle Regioni “che devono rimuovere ogni ostacolo che impedisca la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, e promuovere la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive”. Per inciso, ad esempio le elezioni regionali in Sardegna del 2024 hanno visto prevalere il Centro Sinistra e portare all’elezione della prima donna governatrice. Peccato che le consigliere regionali elette siano 9 su un totale di 60 consiglieri/e, esattamente come nella precedente legislatura di Centro Destra. Eppure, la scheda elettorale prevedeva la doppia preferenza di genere. Evidentemente un fallimentare tentativo di finta parità. Quella vera la si avrà quando si arriverà in tutti i luoghi istituzionali alla rappresentazione autentica della società formata dal 50% di uomini e dal 50% di donne, vale a dire una autentica democrazia paritaria.

Ma perché i 5 articoli della Costituzione non hanno trovato applicazione e a tutt’oggi si deve parlare di discriminazione e disuguaglianza? Perché il popolo che vota giustamente NO ad un referendum costituzionale sulla giustizia che mina le basi della divisione dei poteri e pone in discussione 7 articoli della Costituzione non si ribella alla mancata applicazione della parità di genere compresa nella stessa Costituzione?   Perché ancora risuona la parola patriarcato?

E dire che si pensava d’essersi liberate e liberati di questa concezione maschilista e retriva già dalla riforma del diritto di famiglia del 19 maggio 1975 (Legge 151/1975) che ha rivoluzionato il Codice civile italiano, eliminando l’impostazione patriarcale del 1942 e introducendo l’eguaglianza morale e giuridica tra i coniugi, la parità di diritti per tutti i figli e il nuovo regime patrimoniale. Tra i pilastri della legge la parità coniugale (Abolizione della potestà maritale. Marito e moglie acquistano gli stessi diritti e doveri, compresa la pari responsabilità nell’indirizzo della vita familiare e nella cura dei figli); la comunione dei beni (Il regime patrimoniale passa da quello di separazione obbligatoria alla comunione legale automatica per i neo-sposi, salvo diversa scelta); la tutela dei figli (eliminata la distinzione tra figli “legittimi” (nati nel matrimonio) e “naturali” (nati fuori dal matrimonio), che ottengono identici diritti successori e di mantenimento); la responsabilità genitoriale (la “patria potestà” viene sostituita dalla potestà esercitata da entrambi i genitori) e l’impulso lavorativo e familiare (viene riconosciuto il valore economico del lavoro casalingo e introdotto il diritto di partecipazione agli utili nell’impresa) familiare.

Ed ecco il femminismo di seconda ondata riprendersi le piazze italiane e chiedere a gran voce libertà e parità.

Se il femminismo storico, generalmente riconosciuto a partire da Olympe de Gouge, che scrisse nella Francia rivoluzionaria nel 1791 la “Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine” che le costò la vita sulla ghigliottina, era stato soffocato dal ventennio fascista in Italia che vedeva le donne solo come delle incubatrici, limitando qualsiasi altra attività, il femminismo degli anni settanta ottiene importanti vittorie come la legge sul Divorzio (legge 1970, confermata dal referendum 1974) e  la legge sull’aborto (legge 194/1978).

Importanti battaglie sono ancora in campo, come la violenza sessuale ed il delitto d’onore.

E a questo proposito è davvero singolare che una ignara antesignana del femminismo nel 1392 abbia fatto una legge contro lo stupro. Si tratta di Eleonora d’Arborea, sarda Giudicessa del giudicato di Arborea, che nella sua Carta de Logu (in vigore fino al 1827) scrive nel capitolo 21 che lo stupro è punito per le donne maritate con il pagamento di 500 lire sarde entro 15 giorni, altrimenti allo stupratore verrà tagliato un piede. Se ad essere violentata è una donna nubile, è obbligato a sposarla a patto che lei lo voglia, altrimenti deve pagarle un’adeguata dote o va incontro al taglio del piede. Ecco, era il medioevo di una piccola isola al centro del Mediterraneo e la ormai “civile” Repubblica Italiana è arrivata solo nel 1996 a riconoscere la violenza sessuale come reato contro la persona e non contro la morale.

 

Intanto nel 1965 Franca Viola rifiuta il matrimonio riparatore, dopo essere stata rapita e violentata da Filippo Melodia. Una coraggiosa ragazza siciliana di 17 anni diventa l’emblema dell’emancipazione femminile contro le leggi patriarcali in Italia.

Erano gli anni in cui l’educazione in famiglia e a scuola insegnava alle donne ad essere sottomesse e ad aspirare a diventare brave mogli e madri. La scuola con la riforma scolastica del 1962 che istituisce la scuola media unica obbligatoria, sancisce la discriminazione di genere con due materie dedicate una alle femmine (Economia domestica) e una ai maschi (Applicazioni tecniche). Era il passato, che ha poi unito le donne nella sorellanza degli anni Settanta che ha dato i suoi frutti.

Percorso di liberazione incompiuto

La situazione oggi non è rosea, bisogna riappropriarsi di ciò che è stato scippato da una destra onnivora e subdola che ha fatto suo un certo femminismo, trasformandolo in un concetto improprio di potere personale femminile e facendo precipitare nuovamente la società in un generoso patriarcato protettivo. E si torna ad una inevitabile stagione di femminismo e di lotte per le parità perdute e per quelle mai ottenute, forse stavolta con una maggiore coscienza civile da parte degli uomini. Forse.

Per certo una base di partenza deve essere il linguaggio di genere. Per dirla con Vera Gheno, la lingua è politica, la lingua è vita.

E’ compito della famiglia e della scuola impartire un’educazione paritaria. E per fare questo si passa attraverso l’uso corretto del linguaggio di genere. La prima ad averne posto le basi è stata Alma Sabatini alla fine degli anni ottanta, seguita da Cecilia Robustelli che ha dato efficaci linee guida per l’uso del genere nel linguaggio amministrativo.

Il linguaggio è fondamentale per affermare la presenza della donna, a fronte di una lingua italiana androcentrica: l’uomo è il parametro intorno a cui ruota e si organizza l’universo. E questo grazie alle dissimmetrie grammaticali, ad esempio con il maschile inclusivo, e alle di

ssimmetrie semantiche fatte di stereotipi o di polarizzazione semantica. Un esempio per tutti la parola “governante”: il governante uomo è colui che governa, la governante donna è colei che bada alla casa.

O l’aberrante caso dell’identificazione della donna attraverso l’uomo: Professor Tal dei Tali e signora.

Ci sono tanti modi per evitare il sopravanzare del maschile sul femminile. Ad esempio, si può evitare l’uso di “uomo” o “uomini” in senso universale utilizzando la parola “persone” oppure anzichè “l’uomo primitivo” “le popolazioni primitive”.

Per quanto riguarda la scrittura di genere, la Robustelli ritiene che sia meglio utilizzare entrambe le forme, femminile e maschile, piuttosto che il maschile inclusivo o asterischi ed altre abbreviazioni poi di difficile lettura. È fondamentale pretendere nei luoghi di lavoro e soprattutto nelle Istituzioni l’utilizzo scritto e orale del linguaggio di genere. Dai verbali di Polizia alle circolari scolastiche, dai documenti ufficiali alle delibere e ai bandi amministrativi, tutto dovrebbe essere scritto in linguaggio di genere e quando così non fosse bisogna pretenderlo.

Seppur lentamente ci si sta abituando a sentir parlare di consigliera, di assessora, di ministra, ovviamente con la concordanza dell’articolo (cosa che sfugge alla Presidente del Consiglio dei Ministri). Eppure qualche cencelliano burocrate mantiene il maschile perché scinde il ruolo dal nome della persona. Ma l’articolo concorda con il genere al quale si riferisce e non c’è nessuna ragione di tipo linguistico per riservare ai nomi di professione e di ruoli istituzionali un trattamento diverso.

C’è ancora chi dice che queste parole di ruolo istituzionale al femminile non suonano.  Perfettamente d’accordo: non suonano perché si usano poco e non si è abituate e abituati, visto che sono pochissime le donne che hanno sfondato il soffitto di cristallo vincendo la discriminazione e ricoprendo ruoli per lo più maschili. Questo, oltre a generare discriminazione come già scritto sopra, fa mancare l’adeguata rappresentanza femminile nei luoghi decisionali. E allora che c’è? Che ignorando il linguaggio di genere la più grande discriminata è la Democrazia.

 

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