Una grande sfida per la sinistra  

È dagli anni ’80 dello scorso secolo che la sinistra ha iniziato il progressivo abbandono del ruolo dello Stato in economia, trasformando la sua presenza diretta nella subordinazione al primato dell’iniziativa privata che, da sola, dovrebbe indirizzare lo sviluppo complessivo del Paese. Questo ruolo ancillare delle politiche di sviluppo, ha messo definitivamente da parte i piani industriali di sviluppo nazionale, che avevano permesso la crescita e la strutturazione industriale del Paese, ma anche il dibattito sul senso e la qualità dello sviluppo economico/produttivo, compresa la sua funzione costituzionale di crescita sociale. L’abbandono di una presenza statale in economia, giustificata dalle deviazioni partitiche degli anni 70 e 80 dello scorso secolo, ha favorito una crescita disordinata, priva d’ altro riferimento che non fosse la massimizzazione del profitto. A questa “fuga dall’impresa” si è sommato il processo di decentramento decisionale politico, sancito con la modifica del Titolo V della Costituzione, che ha delegato alle Regioni la politica di sviluppo territoriale. Con questa modifica dei compiti attribuiti per legge, che si aggiunge a quella di interesse nazionale, lo Stato, il Territorio e il suo equilibrio ecologico, sono stati subordinati ad una visione di crescita orientata alla convenienza del presente e incurante delle prospettive e ricadute a medio/lungo termine. In sostanza si è buttato, il bambino, l’acqua sporca e anche il catino. Tutto questo lasciar le mani libere al privato è stato e viene incentivato sia economicamente che normativamente dallo Stato e dalle sue politiche congiunturali, senza contraccambio sociale, senza cioè connettere il benessere collettivo atteso dall’investimento pubblico al profitto dell’imprenditore, di fatto diseducando la stessa impresa dal suo ruolo sociale costituzionale. E’ stato prodotto dai vari Governi, molti con la partecipazione della sinistra, un coacervo di norme, di incentivi, di esenzioni, di benefici di imposta, che hanno preso il posto di una politica selettiva di sostegno dello sviluppo strategico. Non sono stati scelti i settori in cui un Paese, scarso di materie prime, ma dotato di un grande capitale umano, poteva, e ancora può, competere sui mercati tecnologici internazionali. Questa visione del lasser faire privato ha impoverito il tessuto produttivo e innescato la dismissione della complessità del prodotto dai cicli di lavorazione, impoverendolo nel suo contenuto competitivo intrinseco, a favore di lavorazioni a media difficoltà. Siamo diventati per gran parte un Paese fornitore, che, se ha tenuto in positivo la bilancia dei pagamenti, lo ha fatto al prezzo della dipendenza dai possessori delle tecnologie a media/alta complessità. Quindi, anche le forniture d’eccellenza del made in Italy, se si eccettua la nicchia dell’industria agricolo-alimentare, sono contributi parziali nella composizione del prodotto finito, anche di grande qualità, ma come tali soggetti alle tecnologie ed evoluzioni delle imprese che hanno mantenuto una più alta capacità tecnologica nella progettazione e produzione. Certo, esistono distretti e produzioni di eccellenza, l’elettromedicale, le macchine per il packaging, la moda e l’automotive di alta gamma, la componentistica per sistemi d’arma, le costruzioni navali, et cetera, ma ciascuno di questi settori non gode di una scelta determinata del sistema Paese, non incentiva adeguatamente la ricerca di nuovi materiali, mantiene solo in alcune produzioni la raffinatezza componentistica necessaria per restare sul mercato. Questo abbandono pubblico della presenza e direzione economica del Paese ha prodotto, in concomitanza alla grande “svendita di Stato”, una significativa mutazione nella sinistra che, adottando il “blairismo”, ha fatto proprie le politiche neoliberiste, cadendo in una confusione sul ruolo determinante dello Stato nell’economia e in una deresponsabilizzazione rispetto al ruolo di indirizzo e governo della crescita. Si è così determinato un distacco progressivo delle politiche rispetto alle classi rappresentate, lasciate sole dinanzi al capitale e al profitto, senza una sponda che determinasse una alternativa al modo di produrre, creando così la loro sconfitta nel mutamento del ruolo del lavoro nel paese. La dismissione di interi settori produttivi non è stata causata solo dalla concorrenza dei Paesi a più basso costo e a media tecnologia, ma dal cosciente abbandono del fare cose ad alta complicazione come sfida del produrre, per cui prima la chimica fine, poi l’avionica di eccellenza, il ferroviario, l’auto, l’informatica, sono stati decentrati nelle produzioni, dismessi nella progettazione, venduti, smantellati. L’intero Paese, nell’ approvazione della politica e nel silenzio sostanziale dei corpi intermedi, si è privato della capacità di competere nel lungo termine, sia nei mercati globali, ma persino in quelli europei, impoverendo così la qualità del lavoro e la competenza di chi lo compiva, retribuendolo in misura insufficiente, disperdendo le capacità acquisite in molti anni di crescita competitiva. Ora, la capacità di calcolo, la robotizzazione crescente, lo sviluppo di tecnologie proprietarie ad altissima intensità di capitale intellettivo, l’intelligenza artificiale con il suo ruolo incrementante di inclusione nelle produzioni di tutte le opportunità offerte dalla tecnologia, impongono un’analisi dell’attuale mondo produttivo italiano, delle sue capacità residue di produzione competitiva, delle scelte d’incentivazione e d’indirizzo su cui orientare l’impresa pubblica e privata del futuro. Quindi, ciò che necessita è, da un lato, la ricognizione dell’esistente e delle sue potenzialità, e dall’altro una discussione sul produrre futuro che inglobi, accanto alla tecnologia, la tutela ambientale, la funzione del creare reddito, la ragione sociale della crescita. Il tutto in una visione competitiva nel mercato globale. Sostanzialmente non basta essere parte della catena mondiale dello sviluppo industriale e tecnologico, ma si deve sviluppare la nuova fabbrica, gli algoritmi e le tecnologie proprietarie che consentano di innovare complessivamente i processi, i modi del produrre, riducendo o eliminando gli impatti ambientali, cambiando il lavoro, la sua funzione sociale e la sua retribuzione. Non a caso il paradigma della bassa produttività nasconde almeno due tare dello sviluppo claudicante del Paese: le retribuzioni insufficienti di chi lavora e la massa di produzione a bassa tecnologia che sfugge a qualsiasi controllo e alimenta il mercato parallelo dell’evasione. Riprendere il controllo e la pianificazione dello sviluppo è un processo scientifico di analisi e politico di scelte che deve coinvolgere non solo le migliori risorse intellettuali disponibili, ma creare la raffigurazione di un futuro che riguarda le persone e la società. Questo implica consapevolezza, nuovi entusiasmi e modalità di partecipazione, forme societarie innovative e imprenditoria pubblica vocata a competere, cooperanti in un sistema paese che condivide politicamente e socialmente gli obiettivi di crescita ricevendone benessere, welfare, continuità economica. Dopo anni di deregulation e di privatizzazioni prive di logica, è tempo di tornare a chiedere più controllo e pianificazione dello sviluppo, in poche parole più Stato. Questo Stato regolatore oggi non esiste nelle politiche (anche se le scuole economiche neo keynesiane da tempo ne rivendicano la necessità) e “deve” essere parte del progetto per una nuova Sinistra in grado di parlare alle intelligenze e ai cuori. Le ricadute sociali e ambientali di un processo di crescita orientato su questi obiettivi comportano una serie di effetti benefici per chi vive nei territori e lavora, partendo dalla ricomposizione del tessuto delle città, arginando il degrado climatico, fermando l’attuale, suicida, consumo di suolo, generando il miglioramento dei diritti di cittadinanza e di vita indipendentemente da dove si risiede, con infrastrutture funzionali al vivere comune e non alla rendita o al profitto momentaneo. Tutti i settori produttivi sarebbero investiti positivamente da un’azione orientata e selettiva degli investimenti pubblici, sia a livello locale che a livello più ampio, regionale e nazionale. Dai settori di produzione maturi ci si può attendere la loro trasformazione verso contenuti di qualità e il loro adeguamento incrementante all’innovazione, in questo caso non subita, ma perseguita come strumento per migliorare l’unicità di prodotto. Mentre per i settori di punta della tecnologia, il ruolo dello Stato è sia nella partecipazione all’innovazione, attraverso la ricerca e sviluppo pianificata, come pure nella partecipazione diretta facendo impresa e cooperando con l’impresa privata che sviluppa nuove prospettive di produzione e lavoro; insomma devono essere parte della politica di incentivazione le azioni che facilitano il cambiamento, e con esso il radicamento delle imprese a crescita positiva. Diviene centrale, oltre all’intervento economico, l’atteggiamento proattivo del sistema amministrativo, burocratico e del governo politico locale e nazionale nel favorire ciò che accresce l’incremento dell’intelligenza nelle produzioni e tutto ciò che completa la produzione di beni complessi ad alta tecnologia. Di fatto agendo sulla parte innovativa di sistema, sulla ricerca e sviluppo connessa, si produce un effetto domino che muta l’intero ambiente, propagando nuove tecnologie, necessità di mutamento e inducendo la loro risposta locale. In questa sfida, che attualmente vede il nostro Paese perdere posizioni nel Settore Manifatturiero, che impoverisce la sua complessità produttiva, può ancora esserci una risposta politica, che muti la condizione di crescente precarietà produttiva che dissipa energie positive e trasferisce povertà nel lavoro e nel benessere collettivo. Questa risposta può nascere da una analisi, da una prospettiva e da una volontà politica che si assumono l’enorme compito di costruire la nuova società in cui diritti, lavoro, equilibrio ambientale siano un modo più giusto per crescere collettivamente. Da una nuova idea di controllo dell’economia e della sua funzione nella crescita del benessere sociale può nascere una politica di sinistra che voglia valorizzare la persona, il suo essere umanità, la sua capacità di trasformare in modo pacifico l’ambiente, dando possibilità di crescita personale e collettiva, equa e solidale. La riflessione è non sul possedere i mezzi di produzione ma sul governarne il fine ed essere parte dei benefici creati. Alla nuova sinistra viene consegnato il compito di raccogliere la sfida e di vincerla.

 

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