La rielezione di Luiz Inácio Lula da Silva nel 2022 ha ridato slancio ai BRICS (nati nel 2009 con Brasile, Russia, India e Cina, a cui si è aggiunto il Sudafrica nel 2010). Il ritorno di Lula al Planalto, coincidente con un contesto geopolitico polarizzato e un sistema economico in trasformazione, ha contribuito a riportare il gruppo al centro del dibattito internazionale. I summit annuali — l’ultimo a Rio de Janeiro nel luglio 2025 — insieme alle riunioni dei ministri degli Esteri e ad altre iniziative comuni, hanno rilanciato l’immagine e la capacità di incidere del blocco.
L’obiettivo dichiarato è ridefinire le regole del gioco internazionale. I BRICS rappresentano circa un quarto del PIL globale, il 37% del commercio mondiale, oltre il 50% della capacità energetica e il 40% della popolazione del pianeta. Questo peso specifico non corrisponde a una massa politica uniforme: al suo interno convivono regimi autoritari e democrazie, visioni divergenti e interessi spesso contrapposti. Le tensioni si sono accentuate con la guerra in Ucraina, che ha spinto Russia e Cina su posizioni sempre più anti-occidentali, contrapposte alla linea più moderata di Brasile e India, interessate a non compromettere i legami con l’Occidente.
Al vertice di Rio de Janeiro, il gruppo si è riunito con i suoi nuovi membri: Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e Indonesia. Questo allargamento, nota la stampa brasiliana, è un’arma a doppio taglio per Brasilia: da un lato offre nuove opportunità diplomatiche ed economiche, dall’altro rischia di accentuare le asimmetrie interne, spostare il baricentro verso Pechino e ridurre il peso relativo di un paese che fu tra i promotori originari dell’iniziativa. Già al vertice di Johannesburg del 2023, il Brasile aveva subordinato il proprio appoggio all’allargamento al sostegno cinese per la candidatura a un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Il sostegno di Pechino a una richiesta storica del Brasile non arrivò e Lula diede comunque il suo assenso ad allargare l’elenco dei commensali alla tavola dei BRICS, mostrando la natura asimmetrica delle relazioni dentro il blocco. D’altronde, la relazione sino-brasiliana è fortemente sbilanciata a favore di Pechino, seconda economia del mondo che ha industrializzato e sofisticato il sistema produttivo, primo partner commerciale del Brasile, la cui economia rimane legate allo sfruttamento di materie prime – soia, petrolio e minerali – e pertanto in coda alle catene del valore guidate dalla Cina.
Ridurre il ruolo del dollaro
Una delle iniziative più note dei BRICS è il tentativo di ridurre il ruolo del dollaro nei pagamenti internazionali. Dopo la fine del sistema di Bretton Woods, il biglietto verde ha mantenuto una posizione dominante: oggi è presente nell’88% delle transazioni valutarie ed è la principale moneta di riferimento nel commercio globale. Negli ultimi anni, però, la crescente polarizzazione politica interna negli Stati Uniti — che ne mina la credibilità internazionale — ha coinciso con l’aumento della quota di oro nelle riserve delle banche centrali e con una diffusione sempre maggiore degli scambi energetici regolati in valute locali: dal petrolio russo venduto in rupie e yuan fino ai pagamenti del Bangladesh per il nucleare in moneta cinese. Segnali che indicano un parziale ridimensionamento del dollaro come riserva di valore e mezzo di scambio in alcuni mercati. Tuttavia, come ricordano gli analisti di J.P. Morgan, siamo ancora lontani dal superamento del suo primato: la quota del dollaro nelle riserve valutarie è ai minimi degli ultimi vent’anni, ma la sua supremazia nei mercati dei cambi e nel commercio mondiale resta pressoché intatta.
I paesi BRICS cercano di rafforzare la propria indipendenza tecnologica costruendo proprie infrastrutture digitali. In questo quadro nasce il progetto BRICS Pay, un sistema di pagamenti transnazionali concepito per limitare i rischi valutari e aggirare il monopolio globale del sistema SWIFT, gestito da un consorzio di banche europee e statunitensi. Il progetto, che dovrebbe essere lanciato entro la fine di quest’anno, si basa su un protocollo di messaggistica decentralizzata ispirato alla blockchain, mira a garantire transazioni rapide e sicure tra imprese e consumatori dei paesi membri. Per il sistema finanziario russo, escluso da SWIFT dopo l’invasione dell’Ucraina, sarebbe una boccata d’ossigeno. Il Brasile parte da una posizione privilegiata: con Pix, il sistema di pagamenti istantanei sviluppato dalla Banca Centrale, ha già dimostrato la capacità di creare infrastrutture digitali innovative. Proprio per questo Washington osserva con diffidenza l’iniziativa: lo scorso mese l’Ufficio del Rappresentante Commerciale degli Stati Uniti ha aperto un’indagine su presunte pratiche sleali del Brasile nei servizi digitali, accusando Pix di garantire alla Banca Centrale un vantaggio competitivo indebito. Tuttavia, la dipendenza del Brasile dalle tecnologie statunitensi è ancora profonda. Università, enti pubblici e perfino ministeri brasiliani continuano a dipendere da servizi cloud forniti da giganti statunitensi come Microsoft e Google, circa il 60% del traffico digitale brasiliano transita per server situati nello Stato della Virginia, secondo The Brazilian Report, e la maggior parte dei dispositivi connessi si affida al sistema GPS made in USA. Washington conserva leve tecniche che, almeno in teoria, potrebbero limitare l’accesso digitale del Brasile.
Una banca alternativa al Fondo Monetario Internazionale
Un altro pilastro del rafforzamento dei BRICS è la Nuova Banca di Sviluppo (NDB), con sede a Shanghai. Fondata nel 2015 come alternativa al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, la NDB mira a ridurre il divario infrastrutturale nei paesi emergenti e a finanziare progetti di sviluppo sostenibile, privilegiando l’uso di valute locali e senza imporre condizionalità di tipo strutturale. La banca dispone di un capitale sottoscritto di 50 miliardi di dollari, destinato a salire progressivamente fino a 100 miliardi; ogni paese fondatore detiene una quota paritaria del 20%, senza diritti di veto e con una presidenza a rotazione. Dalla sua creazione ha già finanziato oltre 30 progetti per un valore complessivo di circa 33 miliardi di dollari, con impatti significativi nei trasporti, nell’energia pulita e nello sviluppo urbano. A conferma del rinnovato impegno del Brasile nel gruppo, la presidenza della banca è stata affidata a Dilma Rousseff, ex presidente brasiliana e figura vicina a Lula. Rieletta all’unanimità nel marzo di quest’anno per un nuovo mandato quinquennale, Rousseff ha rafforzato la vocazione della NDB come banca del Sud Globale: nel 2023 ha annunciato i primi prestiti in yuan al di fuori della Cina, parte della strategia di riduzione della dipendenza mondiale dal dollaro. Di recente la presidente ha annunciato anche l’ampliamento della base dei membri: la NDB ha accolto Colombia e Uzbekistan, portando a undici il numero complessivo di aderenti. Oltre ai cinque fondatori (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), fanno oggi parte della banca anche Emirati Arabi Uniti, Bangladesh, Egitto e Algeria.
L’allargamento ai BRICS Plus, i tentativi di ridurre il peso del dollaro e di sviluppare sistemi di pagamento alternativi, la crescente centralità del gruppo nel dibattito globale e la sua ascesa economica hanno spinto diversi osservatori a descriverlo come il contraltare geopolitico all’Occidente. Il quale, va detto, non sta dando la migliore versione di sé nella versione proposta dal presidente argentino Milei: “un esercito che funzionerà come faro del mondo e che avrà i suoi cardini negli Stati Uniti a Nord, l’Argentina nel Sud, l’Italia di Giorgia Meloni nella vecchia Europa, più Israele come sentinella nella frontiera in Medio Oriente”. D’altronde, è proprio in Occidente che si rimettono in discussione i fondamenti del vecchio ordine, come il sistema di contrappesi della democrazia liberale, il libero commercio e il primato dell’efficienza economica sulle ragioni politiche.

Sud Globale chiama Europa
I BRICS non hanno sciolto l’ambiguità di fondo. Sono una piattaforma per ridefinire l’ordine multipolare centrato negli Stati Uniti o esplicitamente un’alleanza anti-occidentale? Finora le frizioni interne non hanno prodotto rotture, ma il crescente peso della Cina lascia prevedere che la sua visione — più conflittuale con gli Stati Uniti e l’Europa — tenderà a prevalere. Per paesi come Brasile e India, la posizione all’interno dei BRICS è particolarmente delicata. Entrambi cercano di mantenere rapporti solidi con Washington, ma al tempo stesso vogliono sfruttare lo spazio politico ed economico offerto da un blocco che si propone di dare voce al Sud Globale. Per il Brasile l’appartenenza ai BRICS rappresenta al contempo un’opportunità e un vincolo: da un lato consente di rafforzare la propria proiezione internazionale e bilanciare l’egemonia statunitense; dall’altro, la crescente centralità della Cina rischia di ridurne l’autonomia e il peso relativo. “Il mondo è cambiato, non vogliamo un imperatore”, ha dichiarato Lula replicando alle accuse di antiamericanismo lanciate da Trump. E il suo consigliere Celso Amorim ha aggiunto: “Non siamo Occidente né Oriente, siamo il Sud Globale”. Secondo Oliver Stuenkel, docente di relazioni internazionali alla Fundação Getulio Vargas di San Paolo, i BRICS restano una piattaforma diplomatica importante e uno spazio di cooperazione multilaterale, anche se ancora lontani dal concretizzare l’ambizione di un ordine globale alternativo. Le minacce di Washington — dai dazi alla diffidenza verso Pix — rappresentano, in fondo, un implicito riconoscimento del ruolo crescente del gruppo e delle sfide che il Brasile dovrà affrontare per restare protagonista in un blocco sempre più complesso e sbilanciato verso Pechino.
All’interno di queste fratture si apre uno spazio politico che l’Europa — e in particolare le forze progressiste — potrebbe sfruttare per rilanciare il dialogo con le acciaccate democrazie del mondo, a cominciare dal Brasile. Le tensioni interne ai BRICS mostrano infatti che i membri democratici del gruppo restano disponibili a mantenere rapporti economici e politici con Stati Uniti ed Europa. Per questo l’UE dovrebbe investire in relazioni privilegiate con questi paesi emergenti, riconoscendone il peso crescente nel sistema internazionale, cercando al tempo stesso di controbilanciare sia l’influenza della componente più radicalmente anti-occidentale dei BRICS sia il fondamentalismo filo-occidentale, recentemente tramutatosi in barbarie.
Non bisogna illudersi che il Brasile diventi un alleato dell’Occidente: la sua posizione continuerà a essere l’equidistanza, dettata dalle priorità interne di sviluppo. Tuttavia, la difesa della democrazia nazionale minacciata dal golpe dell’ex presidente Bolsonaro, la proposta di una imposta globale sulla ricchezza e la protezione dell’Amazzonia come patrimonio dell’umanità fanno del Brasile, guidato da Lula, uno dei pochi difensori rimasti dell’ordine liberale e di una democrazia inclusiva. Qualcuno a Bruxelles alzerà il telefono per aprire un dialogo? Sarebbe opportuno farlo presto, anche perché quello di Bolsonaro continua a squillare con molte chiamate di solidarietà, spesso provenienti proprio da Europa e Stati Uniti.
Federico Nastasi, economista, ricercatore, attualmente a Città del Messico, cura per il Cespi il Taccuino Latinoamericano arrivato al 25° numero.








