Sono passati ormai tre mesi dai referendum sul lavoro e sulla cittadinanza dell’8 e 9 giugno, e a mente fredda si può fare un’analisi ponderata del loro esito. Partendo, ovviamente, da un dato di fatto: il risultato è insoddisfacente, come – con un’onestà intellettuale che è merce sempre più rara – ha dichiarato Maurizio Landini fin dal minuto dopo la chiusura dei seggi. Non abbiamo raggiunto il quorum e non siamo quindi riusciti a cambiare leggi che consideravamo, e continuiamo a considerare, sbagliate e profondamente ingiuste (come conferma la recente sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale il tetto di sei mesi di indennità per i licenziamenti senza giusta causa nelle piccole aziende).

Sulle ragioni di fondo che hanno determinato il risultato, è stato già detto molto, se non tutto. Mi limito ad aggiungere solo qualche breve sottolineatura.

Sull’astensionismo cronico: non scopriamo certo oggi la preoccupante perdita di credibilità della politica e delle istituzioni democratiche agli occhi di una larghissima parte della società italiana.

Diciamo che – questa volta – abbiamo toccato direttamente e con mano quanto questo piano inclinato della disaffezione, della sfiducia, persino della rassegnazione sia a tal punto ripido, che nemmeno uno strumento di democrazia diretta – come il referendum – è stato in grado di invertire questa tendenza.

Il punto è che ciò che noi vediamo come una deriva, come un pericolo, per molti – a cominciare da chi siede a Palazzo Chigi – non lo è affatto. Perché per la destra, una “democrazia per censo”, sempre più ristretta, che esclude innanzitutto le classi popolari, non è un problema, ma il migliore dei mondi possibili.

Valeva ieri per i sostenitori del c.d. “pilota automatico”, per i quali a governare dovevano pensarci i tecnici, visto che le ricette economiche e sociali sono obbligate; a maggior ragione vale oggi per i sedicenti sovranisti, che puntano esplicitamente a concentrare e verticalizzare tutto il potere, per esercitarlo non solo senza contrappesi istituzionali, ma soprattutto senza il condizionamento della gran parte delle persone.

Noi siamo nati per fare esattamente il contrario: mettere le persone che rappresentiamo – lavoratori, pensionati, giovani, donne – nelle condizioni di partecipare alla vita democratica, per incidere direttamente sulle decisioni che condizioneranno le loro prospettive e quelle del Paese.

Ed è innanzitutto per questa ragione che non solo non siamo pentiti di quello che abbiamo fatto, ma vogliamo trarre da questa stagione tutti gli elementi utili che indubbiamente sono emersi: l’aver portato al voto 15 milioni di persone, di cui oltre 13 milioni hanno condiviso la nostra posizione in merito ai quesiti sul lavoro; a partire dalla partecipazione particolarmente importante dei giovani (oltre 5 milioni di votanti under 35, e quorum superato in questa fascia d’età), delle donne, ma anche delle periferie e dei quartieri popolari di molte città.

È o non è questo un “seme di coscienza di classe” che dobbiamo curare, coltivare, far crescere, e soprattutto fare nostro?

E i giovani, aspettiamo che vengano loro a cercarci nelle nostre sedi, o proviamo noi ad andarli a prendere, a coinvolgerli e a farci strumento di un loro impegno collettivo?

C’è poi un altro elemento da non sottovalutare: l’aver realizzato un’operazione di egemonia culturale nei confronti dei partiti della sinistra politica. Grazie alla campagna referendaria, e nella nostra autonomia, abbiamo oggettivamente spinto quelle forze politiche a segnare una netta discontinuità rispetto a precedenti stagioni. Anche solo questo mi fa dire che ne è valsa la pena.

Ora semmai il tema che dobbiamo porre – a quelle forze politiche – è la coerenza che devono dimostrare nel portare a compimento questa svolta, rimettendo al centro il lavoro anche nella costruzione di un’alternativa politica nelle Istituzioni prima, e nel Paese poi. A maggior ragione nella prospettiva che si apre della fine legislatura e della sfida elettorale.

C’è, infine, tra le eredità più importanti di questa stagione, il grande lavoro di reinsediamento e di allargamento della nostra presenza nel territorio, e la rete diffusa di alleanze e di impegno comune che abbiamo costruito con le forze sociali, politiche, associative, con i movimenti.

E il primo compito che ci assegniamo è proprio quello di non disperdere questo patrimonio di consenso e di condivisione. Per riuscirci, serve rilanciare subito l’iniziativa e la vertenzialità sulle questioni che tengono assieme, che aggregano e che provano a rispondere a condizioni e bisogni reali, in particolare del territorio.

Emergenza salariale: cuore della questione sociale

Nel merito, l’obiettivo principale è la contrattualizzazione a tutti i livelli dei contenuti della battaglia referendaria: contro la precarietà, per la salute e sicurezza, per cambiare il sistema degli appalti. Da inserire nella lotta più generale per il rinnovo di tutti i Ccnl aperti, perché l’emergenza salariale è il cuore della questione sociale italiana; e perché oggi lo scontro non riguarda solo – si fa per dire – il salario, i diritti, ma il ruolo, la funzione e l’esistenza stessa del contratto nazionale di lavoro come autorità salariale e normativa delle condizioni delle persone.

Va poi rilanciata una vertenza generale sulla giustizia fiscale, come leva per sostenere e rafforzare il nostro sistema pubblico dei servizi, cosa che non potrà mai avvenire se non si vanno a prendere i soldi da quel 5% di italiani che possiede oltre il 50% della ricchezza del Paese e se non si chiude definitivamente la stagione dei condoni. E la prima richiesta che avanzeremo al Governo, in occasione della imminente manovra di bilancio, sarà la restituzione del drenaggio fiscale, costata fin qui a lavoratori e pensionati ben 25 miliardi.

E ancora: le politiche industriali, per battere l’idea di fondo della destra di un Paese de-industrializzato e fondato sulla rendita e sul terziario povero; il rilancio del Mezzogiorno; l’adeguato finanziamento di una sanità pubblica che sta implodendo; la tutela del diritto all’istruzione, alla casa, al trasporto, ad avere servizi sociali all’altezza delle esigenze dei cittadini.

No ad una economia di guerra

C’è una precondizione ineludibile per raggiungere tutti questi obiettivi: contrastare – senza se e senza ma – la conversione della nostra economia in un’economia di guerra. Destinare – come deciso al vertice Nato dell’Aja – il 5% del Pil alla difesa non è solo uno stravolgimento strutturale del bilancio pubblico, e della nostra economia, ma è totalmente incompatibile – politicamente, finanziariamente, industrialmente e socialmente – con un modello di società e di sviluppo fondato sulla conversione ecologica, sull’innovazione tecnologica, sui beni comuni e il welfare pubblico e universalistico.

Siamo arrivati al punto che il Governo Meloni, attivando il fondo Safe, ha deciso di indebitarsi ulteriormente per spendere in sistemi d’arma. E lo farà anche attraverso la clausola di salvaguardia, che sarà gentilmente concessa dalla Commissione europea visto che – a spese di lavoratori e pensionati – il rapporto deficit / Pil scenderà sotto il 3% già quest’anno. Il Governo è stato addirittura più ligio e austero di quanto gli venisse richiesto, altro che sovranisti!

Il primo appuntamento che abbiamo di fronte, come ho già accennato, è la manovra di bilancio. E una cosa è certa: siccome è in atto un programma di austerità e di tagli a 360°, che il Governo ha già deciso per i prossimi 7 anni con il Piano strutturale di bilancio, o i soldi per il riarmo si trovano tagliando ancor di più il resto; oppure vengono fuori aumentando la pressione fiscale. E nell’uno o nell’altro caso, a pagare sarà sempre e comunque chi vive di reddito fisso, rimasto sostanzialmente solo ad adempiere fino in fondo i propri doveri con il fisco.

Aggiungiamoci poi le decisioni della Commissione europea di favorire anche la ridestinazione delle risorse delle Politiche di coesione, del residuo Pnrr e dei Fondi strutturali europei alle spese per la difesa, e abbiamo chiuso il cerchio.

La nostra posizione su questo punto è chiarissima: non un solo euro deve essere sottratto a quegli obiettivi per destinarlo al riarmo; non è accettabile che vengano sottratte le già poche risorse che ci sono al Mezzogiorno, alle aree interne, ai soggetti sociali più deboli e allo sviluppo dell’economia dei territori, per destinarle al complesso militare-industriale americano. Di questo stiamo parlando: è l’impegno assunto dalla presidente Von der Leyen con Donald Trump in un campo da golf scozzese, probabilmente per ringraziarlo dei dazi al 15% che ha imposto ai nostri prodotti, e che avranno un effetto molto pesante sul nostro tessuto produttivo.

Si può dire di no? Certo che si può, e ce lo ha dimostrato ancora una volta Pedro Sanchez, l’unico leader europeo che ha avuto il coraggio, la dignità e la schiena dritta per rivendicare la sovranità della Spagna di fronte alla Nato e all’Amministrazione americana. Mentre i sovranisti italiani hanno detto di sì alla Casa Bianca – in via preventiva, e senza alcuna contropartita – praticamente su tutto: armi, gas, delocalizzazioni e persino l’esclusione dalla timidissima global minimum tax per le multinazionali statunitensi.

Costruire consenso su Pace e multipolarismo

Ho lasciato per ultimo il tema della pace, non perché sia meno importante, ma perché racchiude in sé tutti gli altri. E provo a spiegare perché.

Pensiamo alla crisi economica che sta colpendo tutta l’Europa e al brutale impoverimento di lavoratori e pensionati italiani a seguito della fiammata inflattiva. La causa principale è stata la guerra in Ucraina, che ha avuto l’effetto di aumentare vertiginosamente i costi energetici, danneggiando sia le famiglie che le imprese.

Pensiamo a un mondo diventato, dopo la tragica illusione degli anni ’90, irreversibilmente multipolare, come hanno dimostrato i leader dei Brics partecipando al summit dell’organizzazione per la cooperazione di Shangai, mentre i leader europei erano seduti da bravi scolaretti davanti alla scrivania di Donald Trump.

Si tratta di decidere se affrontare questa nuova realtà con la diplomazia, la cooperazione, la convivenza, oppure se alimentare e allargare i conflitti in corso, fino a far diventare l’opzione nucleare sempre più concreta e irrimediabile.

Per noi non ci sono alternative a fare la prima delle due scelte.

La guerra in Ucraina va fermata il prima possibile, innanzitutto per tutelare la popolazione civile, ma anche per salvaguardare il lavoro e il tessuto produttivo europeo.

E va fermato il massacro senza precedenti che il governo israeliano sta perpetrando, ormai da quasi due anni, a Gaza, che non sta salvando gli ostaggi nelle mani di Hamas, ma li sta condannando definitivamente, come denunciano le loro famiglie ogni giorno nelle piazze di quel paese.

C’è una grande mobilitazione per chiedere lo stop all’autentica barbarie che si sta consumando, come dimostrano le grandi manifestazioni di Venezia e di Genova a sostegno della missione umanitaria della Global Sumud Flotilla, oltre alle tantissime iniziative che stanno animando le principali città italiane, come quella indetta dalla Cgil il 6 settembre. Questa è una delle poche buone notizie della fase che stiamo attraversano: accende – nel buio – una luce di speranza. Ovviamente non basta, e non possiamo fermarci finché non costringeremo i governi e le istituzioni internazionali a intervenire in difesa della vita dei bambini, delle donne, dei civili palestinesi.

La nostra azione – fin dalle prossime settimane – non può che mettere in cima all’agenda tutti questi obiettivi, che saranno raggiungibili non grazie a decisioni calate dall’alto, ma solo grazie alla mobilitazione e alla partecipazione delle persone che rappresentiamo. La crisi drammatica della nostra democrazia non ammette scorciatoie: il disegno di regressione che porta avanti il Governo si può battere esclusivamente dal basso, sul piano del consenso sociale nel Paese, non ci sono altri terreni.

 

 

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