Il senso del limite

“Un consumatore soddisfatto sarebbe una catastrofe per la società dei consumi, per la quale invece i bisogni devono essere sempre risorgenti, non devono avere mai fine; i consumatori devono essere insaziabili, alla perenne ricerca di nuovi prodotti, avidi di nuove soddisfazioni in un mercato che sforna continuamente prodotti nuovi e inediti. Consumiamo ogni giorno senza pensare, senza accorgerci che il consumo sta consumando noi e la sostanza del nostro desiderio. E’ una guerra silenziosa e la stiamo perdendo.”

Zygmunt Bauman

Il consumo scinde la società tra chi può e chi desidera, lasciando insoddisfatti e privi di solidarietà entrambi. Un effetto del capitalismo consumista è quello di spostare definitivamente l’attenzione dall’essere all’avere e con questo trasforma il rapporto con il lavoro, con la vita di relazione, con le libertà personali e collettive, con i diritti legati alla persona. L’infinita corsa al consumo toglie un senso al limite e all’attenzione all’altro, che diviene ciò che può acquistare, non ciò che è. Il fare, cioè il lavoro, viene legato a una meritocrazia fatta di solitudini dove i diritti comuni, la solidarietà, le stesse basi da cui parte la dignità della persona, l’eguaglianza di fronte alla prestazione, l’equità del salario sono precari e, dove il sindacato non riesce a stabilire equilibri tra le parti, essi dipendono dall’imprenditore che governa il fare rispetto al lavoratore.

Una società è giustificata dalla paura o dalla solidarietà, il pendolo della storia si sta spostando verso la prima, perché l’interesse economico dei detentori della risposta ai bisogni lucra molto in questa gestione della crescita senza limite e nella sua asimmetria sociale. Le prime vittime di questa visione sono il riconoscimento dell’umanità comune, la solidarietà, la dignità del singolo, che non è più diritto inalienabile ma oggetto di conquista.

Smarrendo il senso del limite si invade la sfera dell’equità della risposta sociale ai bisogni, della dignità personale, della famiglia, del gruppo e non esiste più un paniere di diritti connaturati all’appartenere a una specie. Così si perdono i beni comuni che vengono monetizzati e la società naturale di diversità arricchenti diviene un universo di solitudini competitive. Non è questo il luogo per discutere delle implicazioni etiche che vengono prodotte da un capitalismo che riguarda solo la massimizzazione dell’utile, ma vorrei attirare l’attenzione sull’effetto di questa accettazione di massa della diminuzione progressiva di dignità personali. Essa dispiega i suoi effetti nel lavoro, nella vita quotidiana, nelle politiche che demoliscono il Welfare e incentivano nuovi monopoli privati, costruisce la stratificazione sociale della piramide di potere dove salendo aumenta la capacità di avere ben oltre i bisogni.

Eppure la nostra Costituzione, quando riconosce il ruolo all’impresa privata stabilisce i limiti sociali di essa e in più parti fa riferimento alla dignità dei cittadini nei loro rapporti con il lavoro e con le istituzioni. Certo ai padri costituenti di un Paese che usciva dalla distruzione della guerra e da oltre vent’anni di dittatura, di libertà negate, di nefandezze perpetrate sugli ebrei, i rom, le minoranze etniche, era chiaro che la dignità e le libertà, erano tutt’uno con la cittadinanza, con la condizione umana e non occorreva attendere la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo perché esse fossero sentite come condizione inalienabile e come tali scritte. Ma dare attuazione ai principi, renderli pratica sociale è compito di chi governa e se non lo fa, è attraverso l’opposizione che quei diritti devono essere rivendicati sino a raggiungerne il riconoscimento e la garanzia di poterli spendere come condizioni di dignità individuale e collettiva.

Se la società non viene resa giusta essa ci rende ingiusti. Proviamo a pensare, come fa l’ISTAT per l’insieme dei beni e servizi che definiscono con il loro prezzo se muta il costo della vita, a un paniere che definisca il livello necessario della soddisfazione dei bisogni e che attraverso essi incrementi la dignità individuale e sociale. Gli elementi di questo paniere sono collegati a togliere il bisogno dalle vite e ad applicare la visione sociale che dà a ciascuno secondo necessità mentre chiede a ciascuno secondo possibilità. Se teniamo ben ferma la rotta tra questi limiti, lo spazio restante di capacità produttiva muta e aggiunge tempo alla vita, orienta la produzione umana verso ulteriore ingegno, fantasia, beni immateriali che portano apprendimento incrementante, benessere.

La vita quotidiana dei cittadini, dove la dignità del non dipendere da una contrattazione continua per i propri bisogni definisce l’uscita dalla condizione di precarietà, è la realizzazione della società che privilegia il benessere attraverso un lavoro retribuito equamente e l’aumento di capacità in esso che gli fornisca il senso, ormai smarrito, di essere mezzo di crescita personale e sociale comune. Questa società dove l’umano non è parola ma pratica, rende concreto il diritto al lavoro non come un qualunque modo per ottenere una retribuzione senza regole, ma come mezzo per avere il necessario e trovare la migliore collocazione delle proprie capacità.

E a chi non è nella condizione del lavoro, garantisce la soddisfazione dei bisogni primari come la casa, il sostentamento, la possibilità di crescere e di vivere in condizioni di sicurezza, crea le condizioni di un benessere condiviso, di una riserva umana e spirituale a disposizione della società che diviene relazione e solidarietà.

Il paniere della dignità contiene tutte le libertà individuali e collettive e la possibilità concreta al loro accesso, contiene il lavoro, la formazione, la tutela dell’infanzia e della vecchiaia assieme alla cura. È il criterio di misura di una civiltà che persegue il benessere di tutti e lo tutela. La politica deve operare in modo da rimuovere gli ostacoli a questo accesso ai diritti di dignità e per farlo non può che attingere dove si annida l’eccesso, il privilegio, la differenziazione che prosciuga i diritti comuni.

Si può pensare che questa sia utopia e che in realtà sia la competizione e non la solidarietà, il modello della crescita del mondo, ma questa concezione ricade nei concetti di giusto e ingiusto.

 

 

È giusta la sofferenza dei molti per l’infinito accrescere dei pochi?

È tollerabile per lo stesso pianeta, una società in cui non esista il concetto di limite ma solo lo sfruttamento indefinito che alimenta consumi e profitti e che non può fermarsi se non con la propria distruzione?

 

 

 

Fanno parte di un mondo in cui la giustizia ha senso, le povertà incrementanti, le masse immense di uomini, donne, bambini che non hanno nulla e non avranno mai nulla se non la loro fame e malattia?

L’utopia è tale se è oltre la volontà, se non fa parte delle scelte della politica, ma essa diviene gradualmente realtà in conseguenza di azioni che rimuovono ostacoli, differenze, che agiscono sulla condizione umana e dell’ambiente in cui essa si esplica, ristabilendo i limiti del l’avere e promuovendo l’essere. A poco contano le promesse millenaristiche di una parusia futura se non si opera verso un benessere collettivo e attuale che dia a ciascuno secondo bisogno.

Non è facile ma per ogni vincolo e difficoltà rimossa, il mondo diviene più giusto, rispettoso dell’umanità, migliore.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui