Siamo di fronte a due strade diverse ma entrambe sbagliate: quella statunitense di Donald Trump e quella europea di Ursula von der Leyen. Difficile prevedere che chi sostiene queste due diverse prospettive, entrambe pericolose, le possa correggere visto che si stanno testardamente consolidando e trascinandosi dietro interessi economici e geopolitici forti.
Chi ha a cuore democrazia, universalità dei diritti umani, sovranità dei popoli, diritto internazionale, multipolarismo, disarmo bilanciato e la pace come sistema alternativo al sistema guerra, non può che guardare con estrema preoccupazione alla doppia regressione in politica interna e in politica estera sia da parte degli Stati Uniti che dell’Unione Europea.
Le tensioni e le divaricazioni crescenti tra le due sponde dell’Atlantico meritano un’analisi seria e differenziata ma dobbiamo sfuggire al ricatto in corso, quello di doverci trasformare per forza in sciocchi o servili sostenitori dell’uno o dell’altro percorso, rovinoso sia nell’un caso che nell’altro.
Basti pensare alle gravi responsabilità degli Stati Uniti nei confronti del genocidio in atto a Gaza, complicità iniziata con Biden ma non superata con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, visto che la “tregua”, pur mitigando la tragedia, è ancora purtroppo pulizia etnica a bassa entità sia nella Striscia che in Cisgiordana. Complicità che nel caso di alcuni Stati dell’Unione Europea si può definire meno grave come nel caso della Spagna ma che sostanzialmente è continuata anche dopo il riconoscimento formale dello Stato palestinese da parte di Francia e Regno Unito, non spingendosi oltre il richiamo rivolto a Netanyahu di moderare l’eccessivo uso della forza senza interrompere, come nel caso dell’Italia, l’invio di armi ad Israele e senza adottare nessuna vera sanzione.
Anche nel caso della guerra in Ucraina in seguito all’invasione russa, il ruolo dell’Unione Europea non ha brillato né brilla per intelligenza e autonomia strategica, trascinata prima in una “guerra per procura” da Biden, dal premier inglese Boris Johnson, dalla Nato e poi votatasi in modo persino fanatico, come fanno i neoconvertiti, al culto della forza militare e della deterrenza come unici strumenti per garantire sicurezza, quindi alla guerra ad oltranza.
Anche e soprattutto come italiani e come europei dobbiamo renderci conto che chi oggi guida la gigantesca macchina di potere finanziario, tecnologico, militare statunitense guarda con favore al disfacimento dell’attuale Unione Europea non per cancellarla ma per cambiarne la natura. Purtroppo chi guida oggi l’Unione Europea ne sta tradendo l’ispirazione originaria che era quella di costruire una integrazione politica, e non solo economica, per la pace, per la giustizia e coesione sociale, per un ordine internazionale multipolare.
LA NATIONAL SECURITY STRATEGY DI TRUMP
Se analizziamo bene la “National Security Strategy”, importante documento pubblicato giovedì 5 dicembre 2025 dalla Casa Bianca, alla brutalità dei termini utilizzati per avvertirci e/o minacciarci “Assisteremo alla cancellazione della civiltà europea da qui a 20 anni”, non corrisponde l’abbandono del continente europeo al suo destino come interpretato da troppi giornali italiani.
Quello che interessa a Trump è certamente la ripresa della dottrina Monroe e dunque tornare a controllare e spremere l’intera America Latina, Venezuela compreso con i suoi ricchissimi giacimenti di petrolio. Rivolgere molte più forze e costruire alleanze nel Pacifico e in Asia in funzione anticinese per una riconquista della perduta egemonia mondiale, ma non è contemplato nessun vero ritiro dall’Europa né politico né militare. La si prende a schiaffi, la si bistratta con i dazi al 15%, le si impone di finanziare la Nato fino al 5% del Pil dei singoli Stati, le si impone di acquistare missili, cacciabombardieri e gas liquido di produzione statunitense, le si permette persino di mettersi di traverso nei cosiddetti Piani di pace per l’Ucraina concordati con la Russia di Putin, così da incolpare l’Unione Europea se la carneficina continua.
Ma le basi americane in Europa rimangono operative al loro posto, anzi se ne costruisce una gigantesca in Romania. Magari vengono riqualificate con una quantità più ridotta di militari ma con una più alta specializzazione in intelligence, cybersecurity e deterrenza nucleare estesa. Il capo militare di tutta la Nato rimane fino al 2026 un generale statunitense scelto dal Presidente degli Stati Uniti, così come il ricorso all’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica rimane vivo e sempre nella disponibilità discrezionale degli Stati Uniti più che dei restanti 31 Stati membri. Per il 2027 Trump lascia trasparire l’ipotesi che la Nato possa essere completamente europea ma difficilmente lui e i suoi successori rinunceranno ad averne il controllo da iperpotenza che ambisce ad essere sempre prima nei futuri equilibri mondiali.
L’Unione Europea, non comprendendo bene le trasformazioni internazionali in corso, è caduta nella trappola, prima dei Democratici di Biden chiamata a sostenere e prolungare la “guerra per procura” in Ucraina, poi nella trappola di Trump che ha spostato progressivamente il peso della guerra in Ucraina sulle spalle e sul riarmo dell’Unione Europea.
E l’Unione Europea ha abboccato facendo il gioco di chi è interessato a retrocederla sia politicamente che economicamente, Trump da un lato e Putin dall’altro, scegliendo di alzare il livello dello scontro, illudendosi di assumere un ruolo sul terreno della potenza e della minaccia militare e nucleare, quello meno congeniale alla sua vocazione e alla sua storia recente che è stata dal 1945 in poi più diplomatica che militare, ruolo addirittura opposto alla sua potenziale costituzione federale e pacifista. Così nei primi tre anni dall’invasione russa ha sostenuto la guerra in Ucraina invece che una soluzione politica negoziando subito e in prima persona con la stessa Russia; poi all’arrivo di Trump, di fronte alle sue aperture a Putin, ha scelto addirittura la via del riarmo, dichiarando ripetutamente con più Risoluzioni al Parlamento Europeo che la Russia è il nemico da battere, insomma preparandosi ad entrare in una guerra considerata inevitabile.
UNA UNIONE EUROPEA PIU’ARMATA E SENZA UNA POLITICA DI PACE
Ursula von der Leyen è il volto e il simbolo di questo duplice miope errore strategico dell’establishment europeo. La causa: non avere la cultura e la consapevolezza della propria indipendenza di soggetto sovranazionale e democratico, dunque non avere una propria postura e autonomia strategica nel contesto internazionale, essere comunque sempre a rimorchio della politica estera statunitense anche quando l’Unione Europea sembra differenziarsi come nel caso della critica frontale al cosiddetto Piano di pace per l’Ucraina in 28 punti che Trump aveva concordato con Putin. Per sostituirlo con cosa? Con un Piano che annulla ogni mediazione con la Russia e che, tuttavia, ripartendo da zero richiede la riformulazione dei punti controversi e l’eventuale conseguente iniziativa diplomatica sempre da parte di Trump.
Dov’è l’Ostpolitik di Willy Brandt? Dov’è lo spirito della Dichiarazione di Helsinki firmata da 35 Stati per la sicurezza europea dall’Atlantico agli Urali? Dove sono finiti gli accordi per la riduzione delle testate nucleari, missili balistici e di medio e corto raggio negoziati da Reagan e Gorbaciov? Dopo il crollo del muro di Berlino, dopo la riunificazione della Germania e l’allargamento della NATO ad est, inglobando la maggior parte dei Paesi che facevano parte del dissolto Patto di Varsavia, che bisogno c’era di tentare di inglobare anche l’Ucraina? E soprattutto una volta rovesciato in Ucraina nel 2014 il regime filorusso perché Germania e Francia, che facevano parte del “Quartetto di Normandia” insieme a Ucraina e Russia, non hanno dato seguito ai Protocolli di Minsk 1 e Minsk 2 per garantire una soluzione politica al conflitto interno in Ucraina e autonomia amministrativa se non autogoverno alle due regioni separatiste del Donbass?
Come ha riconosciuto onestamente la ex cancelliera tedesca Angela Merkel, nell’intervista a Die Zeit del dicembre 2022, gli accordi di Minsk erano un tentativo per “dare tempo all’Ucraina” di rafforzarsi militarmente.
Oggi possiamo dire che la resistenza legittima dell’Ucraina è una cosa, utilizzare questo conflitto per una escalation militare e tecnologica infinita con il rischio di arrivare alla guerra globale è un’altra!
Il contagio militarista prende sempre più piede in Stati chiave dell’Unione Europea: da Macron, che propone di utilizzare la forza nucleare francese come scudo europeo, al cancelliere tedesco Merz che non la esclude e anzi prevede una possibile integrazione tra la forza militare convenzionale tedesca, tornata ad essere con miliardi di euro investiti e con l’adozione dell’A.I. la più forte e la più avanzata tecnologicamente in Europa, e l’ombrello nucleare francese la cui force de frappe ha siglato quest’anno un accordo di coordinamento con la corrispondente forza nucleare del Regno Unito per una deterrenza complessiva di circa 600 testate nucleari (Trattato bilaterale di Northwood).
TORNA LA DETERRENZA COME RAGION DI STATO
Puntano alla deterrenza antirussa la Polonia e i tre Paesi baltici con l’estone Kaja Kallas che, nell’improbabile ruolo di Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri, nel videomessaggio inviato alla CISL sostiene che “se vogliamo la pace dobbiamo prepararci alla guerra”. Un piccolo passo bellicista più esplicito se lo è permesso l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone nella sua qualità di presidente del comitato militare Nato che, forse non rendendosi conto di mettere in discussione un pilastro dell’equilibrio nucleare basato sulla rinuncia al “primo colpo”, ha auspicato un cambio di paradigma della Nato passando da un atteggiamento difensivo e reattivo a una iniziativa proattiva anche attraverso “ attacchi preventivi” per ora limitati a prevenire le minacce ibride russe: cyber, droni, disinformazione.
In questo quadro non meraviglia che sia cresciuta in tanti Paesi europei la “deterrenza nei confronti dei migranti” così la definisce la Fondazione Migrantes, organismo della Conferenza episcopale italiana, nell’edizione 2025 del Rapporto sul Diritto d’Asilo. Diritto praticamente cancellato negli Stati Uniti secondo l’American Immigration Council, ma in via di forte ridimensionamento in Unione Europea se verrà adottato il “Modello Albania”. Modello Albania che il Documento dei vescovi italiani definisce “ai margini della democrazia”, invece considerato apripista in un numero crescente di Paesi europei e visto positivamente dalla stessa Ursula Von der Leyen.
Dunque, meno paradossale di quanto possa sembrare ad una impressione superficiale, emerge il fatto che la strada imboccata dalla Von der Leyen non sia in grado di salvare né rilanciare l’Unione Europea nei suoi valori di fondo; piuttosto sta portando acqua al mulino dei nazionalismi, ha spostato a destra il baricentro delle forze politiche che la sostengono, favorisce il riarmo della Germania come media potenza non solo economica ma militare più che portare alla creazione di un esercito europeo. Alla fine favorisce proprio il disegno di Trump.
Non è un argine al disegno di Trump nemmeno l’accordo sempre più stretto tra gli Stati volenterosi che fanno capo a Francia, Germania, Regno Unito che, nel sostegno militare a Zelensky e nella contrapposizione frontale con la Russia, si illudono di difendere l’integrità territoriale dell’Ucraina e di rafforzare la democrazia in Europa.
LA MILITARIZZAZIONE DELLA LA SOCIETA’ PREPARA L’AVVENTO DEI NAZIONALISMI
La militarizzazione della società europea, non solo della sicurezza europea, perseguita da Macron e Merz porta consenso alle destre e allontana le masse popolari più progressiste. Le scelte dei loro Governi, sia in politica interna che soprattutto in politica estera, non è che un’altra tappa verso l’americanizzazione della società politica, l’evaporazione del diritto e dei sistemi sociali europei, la riconversione dell’economia europea in economia di guerra.
Ecco perché il disegno di Trump per l’Europa è così insidioso: si inserisce nella crisi del “modello di coesione” che molti Governi non condividono più né si impegnano più a sviluppare; si schiera apertamente con i populismi, i nazionalismi, i fondamentalismi reazionari e razzisti che in questi anni emergono e si agitano dentro la crisi politica e sociale che segna molti paesi, Italia compresa.
Trump non ignora l’Europa, Trump ignora l’Unione Europea.
L’Europa è data per scontata come perenne alleato subalterno e come pedina da pilotare giocando sulle sue debolezze. Al di là dei toni sprezzanti, nella realtà è vista da Trump e dai suoi più stretti collaboratori addirittura come un laboratorio dove trasportare il proprio modello reazionario, oligarchico, nazionalista e razzista, con l’intento di spostare seccamente a destra gli attuali equilibri politici europei. Alimentando nazionalismi, chiusure identitarie, attaccando le pretese di Bruxelles di regolare concorrenza e Big Tech, favorendo le “destre patriottiche” ed eversive, le politiche di remigrazione, insomma il ritorno del primato degli Stati nazione per dissolvere l’Unione Europea e la prospettiva di una vera unione federale.
Tutto questo per nulla in contraddizione con i limiti di espansione posti nel documento “National Security Strategy” ad una Nato sempre più circoscritta all’Europa, non solo per quanto riguarda la quota di finanziamento spettante, ma in coerenza con l’idea trumpiana che l’Ucraina non debba più entrare nella Nato in vista di un accordo comunque da perseguire con la Russia di Putin e così porre fine alla guerra.
La neutralità dell’Ucraina, garantita da tutte le parti in conflitto diretto e indiretto, non è per nulla una cosa negativa. Anzi, ci si poteva e doveva impegnare prima risparmiando morti e distruzioni. Potrebbe rappresentare nella nuova fase storica che si apre una inversione di tendenza che torna a rimettere al centro la soluzione politica dei conflitti, la cooperazione internazionale, il disarmo bilanciato, un nuovo ordine mondiale policentrico e multipolare.
IMPORTANTE DOCUMENTO DELLA CEI “EDUCARE A UNA PACE DISARMATA E DISARMANTE”
Che oggi questa visione politica, non solo etica, sia in Italia adottata al momento solo dal Documento della Conferenza Episcopale italiana “Educare a una pace disarmata e disarmante” firmata dal cardinale Zuppi e pubblicata il 5 dicembre, la dice lunga sulla crisi culturale, politica e sociale della democrazia italiana ma dice anche quali possano essere le vie alternative del riscatto.
Certo esistono in Italia forze sociali e laiche che lavorano in questa direzione, penso soprattutto alla CGIL e alla faticosa convergenza con associazioni pacifiste ed ecologiste, con la Fondazione PerugiAssisi, la Rete Pace Disarmo e la Campagna Stop ReArme Europe, ma sembrano avere spesso il freno tirato a mano condizionate come sono, da un lato, dalla mancanza di una solida teoria e strategia politica di pace condivisa, dall’altro, dalla continua colpevolizzazione cui sono sottoposte da un sistema di interessi economici, finanziari e mediatici iperatlantisti prima, iperbellicisti adesso caratterizzati dal pensiero che la guerra è un fatto naturale e riarmarsi è un dovere .
La prima parte del Documento “Educare a una pace disarmata e disarmante” parla di “Venti di guerra, la fine di un equilibrio e la crisi di una cultura di pace”. E poi sei punti: i. La crisi di un sistema. ii. I nazionalismi. iii. Antisemitismo, islamofobia, cristianofobia. iv. La “guerra mondiale a pezzi” e la minaccia nucleare. v. L’impatto della rete e dell’Intelligenza artificiale. vi. L’Unione Europea come esperimento di pace. Questa parte del Documento si conclude con “Ricercare vie diverse”. Ho citato i titoli non a caso: potrebbero essere i punti che la coalizione politica alternativa al Governo Meloni dovrebbe sviluppare in una propria Piattaforma coerente se vuole essere credibile alle prossime elezioni politiche.
Mancanza di laicità? Avrebbe ragione l’on. Del Rio che da cattolico moderato rivendica l’autonomia della sfera politica da quella religiosa e, quindi, invoca la distinzione tra etica politica ed etica religiosa per continuare a sostenere il riarmo? No. Non ha ragione perché il Documento in questione non si ferma alla sfera religiosa. L’onorevole Del Rio è rimasto ai tempi della D.C. quando effettivamente questa distinzione serviva ai cattolici in politica per spingersi oltre i limiti stretti posti da una morale cattolica ancora troppo chiusa e conservatrice.
In questi anni sul tema della pace la Chiesa cattolica sta facendo una rivoluzione concettuale non solo religiosa, un cambiamento dei paradigmi, almeno a partire dal Concilio Vaticano II. In questo Documento, che continua il pensiero della “Laudato Sì” e di “Fratelli tutti” di papa Francesco, quello che si offre è un’etica politica della pace che vale indipendentemente e autonomamente dalla fede che la ispira. Un’etica politica che propone un’alternativa politica alla logica della deterrenza nucleare e del riarmo cui Del Rio è convintamente legato.
Non a caso nella seconda parte del Documento vengono ricordate figure importanti come il Mahatma Gandhi e Martin Luther King per la tradizione della nonviolenza. E in Italia i riferimenti importanti di Aldo Capitini e Alex Langer che “ha operato per la cura della terra e la convivenza tra genti diverse”. Tra i vescovi impegnati per la pace e la giustizia si citano mons. Luigi Bettazzi e mons. Tonino Bello; tra gli uomini politici Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti per “l’importanza della cura per la democrazia, nella forma di una diffusione del potere fra tutti i cittadini e i corpi sociali, economici, culturali, nei quali si articola il nostro Paese”. Tra le donne capaci di tessere convivialità e sororità tra le diverse realtà religiose si riportano le esperienze di Maria di Campello e di Maria Vingiani.
NON ESISTE GUERRA GIUSTA
Grande spazio viene data alla “dottrina nucleare”, al “teorema della guerra giusta” e alle spese per il riarmo giudicate contraddittorie rispetto all’orizzonte di una Europa di pace: “appaiono contraddittorie rispetto a tale orizzonte quelle proposte di pesanti investimenti sul piano degli armamenti e delle tecnologie militari che hanno fatto seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia”.
Ma per costruire la pace il documento dei vescovi indica tre tensioni, tre passaggi dal negativo al positivo: “1) Delegittimare la violenza, per l’alterità. 2) Delegittimare l’inimicizia, per la riconciliazione 3) Delegittimare la guerra: nonviolenza.” E’ in questo quadro che viene dato risalto allo scritto pubblicato nel 1955 “Tu non uccidere” di don Primo Mazzolari: “Non esiste guerra che si possa dire giusta perché essa (e già solo la sua preparazione con la corsa agli armamenti) provoca distruzioni estremamente peggiori di qualsiasi bene si voglia difendere, aggravando la miseria. Per l’Italia tale esigenza può trovare riferimento forte nel rifiuto della guerra dell’art. 11 della Costituzione, ma anche in quella tradizione giuridica orientata ad un orizzonte cosmopolita che ha avuto tra i suoi esponenti Norberto Bobbio (1909-2004).”
Per finire vengono riportate due importanti riflessioni di papa Francesco. La prima è tratta dal messaggio in occasione della prima riunione degli Stati parte al trattato sulla proibizione delle armi nucleari il 21 giugno 2022: “Le armi nucleari sono una responsabilità pesante e pericolosa. Rappresentano un “moltiplicatore di rischio” che fornisce solo un’illusione di una “sorta di pace”. Desidero riaffermare qui che l’uso di armi nucleari, come pure il loro mero possesso, è immorale. Cercare di difendere e di assicurare la stabilità e la pace attraverso un falso senso di sicurezza e un “equilibrio del terrore”, sostenuti da una mentalità di paura e di sfiducia, conduce inevitabilmente a rapporti avvelenati tra popoli e ostacola ogni forma di vero dialogo. Il loro possesso conduce facilmente a minacce del loro uso, diventando una sorta di “ricatto” che dovrebbe essere aberrante per le coscienze dell’umanità.”
La seconda è tratta dall’Enciclica “Fratelli tutti” n. 258, “Punto di approdo fondamentale per il superamento del concetto di guerra giusta. Egli denuncia il rischio di manipolazioni dell’informazione in favore di “scuse apparentemente umanitarie, difensive o preventive”, portate come pretesto per giustificare distruzioni e uccisioni. Dinanzi a tecnologie e armi così distruttive occorre piuttosto concludere che “a partire dallo sviluppo di armi nucleari, chimiche e biologiche, e delle enormi e crescenti possibilità offerte dalle nuove tecnologie, si è dato alla guerra un potere distruttivo incontrollabile, che colpisce molti civili innocenti. In verità, mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che l’utilizzerà bene. Dunque, non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, è molto difficile sostenere i criteri razionali usati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!”.
La domanda finale che pongo è la seguente: possiamo relegare queste posizioni in un angolo e non tenerne conto in una proposta di cambiamento da rivolgere alla società italiana ed europea?
Possiamo costruire una coalizione politica alternativa al Governo Meloni rimanendo con la testa dentro la logica di un blocco politico-militare prigioniero dello schema amico-nemico? Possiamo concepire la pace come una tregua tra una guerra e l’altra e consegnare la sicurezza all’arma della deterrenza nucleare? O il principio pace va concepito come principio costituzionale, costitutivo e costituente dell’alternativa?









