Faremmo un torto a Gramsci nel mettere insieme la sua magistrale lezione sulla grande ambizione politica sul partito di sinistra che porta innanzi le attese e i bisogni di riscatto delle classi popolari, misurandolo con le piccolezze dei ragionamenti che contraddistinguono ormai da tempo la politica italiana.
Gli elettori, anziché essere all’interno di un confronto che dovrebbe mettere in competizione diverse concezioni della società, dei rapporti internazionali, della pace, della promozione dei diritti individuali e collettivi, assistono invece a una sorta di confronto sportivo dove il risultato finale della partita non è mai tale, perché c’è sempre un appuntamento successivo del campionato, mentre il pubblico si va rarefacendo sugli spalti.
Per uscir di metafora il 3-3 delle elezioni regionali, che è stato da poco archiviato, nel confronto tra il campo largo della sinistra e la destra, rappresenta certamente una tenuta percentuale dei partiti istituzionali di centro sinistra con la presenza del M5S.
E non mancano le novità, perché se nel centrodestra vi è una sostanziale continuità delle politiche e dei presidenti sperimentati a livello regionale, nel campo largo solo la Toscana ha confermato il presidente uscente, nel mentre in Campania con Fico del movimento 5 stelle e in Puglia con De Caro del PD, vi sono nuove presidenti che sapremo leggere ed eventualmente apprezzare dalle politiche che queste Regioni porteranno innanzi.
Difficile trarre direzioni univoche dal voto perché se guardiamo ai voti assoluti, i dati hanno andamenti difformi a seconda delle regioni, ma un dato è in impetuosa crescita ed è il rifiuto del voto.
Se ormai solo un cittadino su 3 va a votare mentre due restano a casa, il problema maggiore che si deve porre chi vuole cambiare la società e i problemi che in essa si generano, è costituito da come rappresentare i bisogni di queste persone che non partecipano più, stanchi di un gioco che non li coinvolge e in cui non vedono mutare la propria condizione o la speranza di cambiamento.
Stanno però emergendo dei fenomeni di reazione che vanno considerati perché si organizzano liste di protesta partendo dalle persone e queste si propongono in maniera autonoma alle elezioni.
È avvenuto in Toscana con la candidata Antonella Bundu di Toscana Rossa, che ha messo insieme Rifondazione Comunista, Possibile, Potere al Popolo, e in Campania con la Lista Campania Popolare che ha raccolto 43.000 voti partendo dalla raccolta delle firme per poter accedere alla competizione regionale.
Nessuna di queste due liste, chiaramente di sinistra, è riuscita ad entrare in consiglio regionale, ma vogliamo cogliere questo segnale come positivo.
I voti che hanno avuto queste liste sono all’interno della partecipazione e non il segno di una sconfitta e rappresentano una richiesta radicale di cambiamento per la democrazia in un territorio che si confronta con la politica di palazzo.
Basti poi considerare che molte delle persone che hanno votato queste liste, in assenza di esse non sarebbero andate a votare.
Qui passiamo aprire un ragionamento sulla supposta marginalità della proposta di sinistra che raccoglie i bisogni e ne propone una soluzione anche radicale.
A sinistra non basta parlare, allegri e un po’ stupiti, del nuovo sindaco di New York o della sindaca di Seattle, esempi distanti (e forse per questo ritenuti inoffensivi) della politica che promette di affrontare e risolvere i problemi di chi non ha speranza. Omettendo, nel contempo, però di dire, che la loro vittoria nasce dalla radicalità dei programmi che affondando, con gli strumenti della democrazia, nel ventre molle del capitalismo, e attirano così l’attenzione su chi ha troppo e non contribuisce al bene comune.
Noi di Sinistra Futura abbiamo proposto un metodo per arrivare ai programmi regionali, partendo dalle persone e dalle loro difficoltà, con una serie di punti nodali per la vita collettiva e individuale. Siamo stati ascoltati con cortesia, ma la cosa è finita presto. Quel metodo e quei principi di cambiamento, non solo li riteniamo ancora validi, ma pensiamo che con essi si debba costruire un confronto tra chi è rimasto fuori dai consigli regionali e il campo largo, sia esso in maggioranza o all’opposizione negli stessi consigli.
Anzitutto c’è la pace, condizione essenziale per fermare una deriva bellicista che aggrava la condizione generale delle persone che si stanno impoverendo. Qui abbiamo molto da dire e da fare, sia nelle scelte nette che riguardano le politiche di riarmo, sia lo sviluppo che si vuol dare ai territori e al lavoro. L’industria bellica è contrapposta allo sviluppo di pace, e da essa non nasce nulla che non sia il preavviso del dilagare della distruzione già in corso e non lontano da noi.
La scelta della pace non è una sorta di pia illusione in cui collocare i desideri e le aspettative lontane dalle possibilità politiche e sociali dei territori, è una scelta politica coerente che definisce con chi lottare e privilegia e assiste l’economia e le imprese che non lavorano per la guerra.
Accanto a questa scelta di territori liberi dalla politica di riarmo, ci sono le scelte che riguardano la salute, la scuola, il lavoro, la produzione di energia, le città, le scelte urbanistiche, i servizi territoriali e ognuno di questi capitoli contiene politiche che estendono eguaglianza e possibilità a tutti, a partire naturalmente da chi meno ha e che dev’essere più tutelato.
Per questo consideriamo negativamente l’interpretazione e la direzione politica che, a livello nazionale ed europeo, è stata presa dalla sinistra istituzionale che, archiviata la partita dei consigli regionali, ora già pensa, non ad una politica di lotta per la pace e per la difesa dei principi della Costituzione, con progetti e programmi che dovrebbero essere alternativi alla destra, ma alla competizione sul leader che dovrà rappresentare il campo largo nelle elezioni politiche.
Il mondo, la realtà sembra non insegnare nulla e si torna alle piccole ambizioni, al continuo riassetto interno che forse può interessare una piccola parte dell’elettorato proprio in termini competitivi, ma che respinge chi vede solo competizioni che non lo riguardano e che denunciano l’assenza di un retroterra politico di cambiamento che affronti con radicalità i problemi del paese.
La sinistra ha bisogno di immergersi nella realtà di chi rappresenta, per questo Sinistra Futura è un processo aperto che si misura sui contenuti di una politica coerente e chiara che affronta e risolve i problemi, quindi la grande ambizione contrapposta alle piccole ambizioni personali.
Bisogna capire che è l’astensionismo il convitato di pietra che giudica la politica, ma se la politica di destra si alimenta all’interno di essa e trova la conferma per una sequenza impressionante di modifiche costituzionali e legislative, è la sinistra che deve combattere contro la deriva sociale e politica del Paese.
La destra sta cambiando la vita dei cittadini e la democrazia, è partita dai decreti sicurezza, ha modificato l’equilibrio dei poteri nella giustizia e punta decisa verso il premierato e la nuova legge elettorale.
Le reazioni sono inadeguate e tiepide rispetto all’urgenza di bloccare la destra, a partire dal referendum sulla giustizia che si terrà in primavera, dobbiamo quindi chiederci quanto questa preoccupazione politicistica della ricerca del leader a sinistra sia in dissonanza con lo scontro reale che deve coinvolgere il popolo sui temi dell’ordinamento costituzionale, sulla pace e sui problemi di economia del paese.

Aumentare il numero dei votanti non sarà l’ennesimo referendum tra un candidato della sinistra e Giorgia Meloni. Sarà piuttosto il risultato di politiche coerenti che effettivamente individuino una sinistra che vuole essere protagonista e crescere e, se non si vuole esserlo all’interno del campo largo, essa dovrà nascere all’esterno di questo.
Bisogna capire che per portare le persone al voto dev’esserci semplicità di obiettivi, differenza, identità e lotta, per questo facciamo nostre le parole di Katie Wilson, nuova sindaca di Seattle che ha battuto il democratico in carico Bruce Harrell.
“Voglio che tutti in questa nostra grande città abbiano un tetto sopra la testa. Voglio un servizio di assistenza all’infanzia universale e un’assistenza estiva gratuita dalla scuola materna alle superiori. Voglio un trasporto pubblico di livello. Voglio spazi pubblici grandi e sicuri dove i bambini possano scorrazzare senza limiti. Voglio alloggi stabili e accessibili per gli affittuari. Voglio un‘edilizia popolare. Voglio che molta più terra e ricchezza siano possedute e gestite dalle comunità invece che dalle aziende. Voglio un’economia solida con piccole imprese fiorenti, ottimi posti di lavoro con salari dignitosi e solidi diritti per i lavoratori.”
E mentre la sua ascesa era già in atto Wilson aveva detto: “Penso che la crisi della sostenibilità economica degli ultimi anni abbia portato la situazione a un livello tale che le persone non hanno più la sensazione che i loro leader stiano davvero lottando per loro.”
Ecco, in fondo è semplice essere tra la gente, e lottare davvero con loro aiuta a vincere ma soprattutto cambia la società.









