Due anni di guerra…e non si vede la fine!

La redazione

Due anni di guerra nel cuore dell’Europa e non ne intravvediamo nemmeno lontanamente la fine. Anzi, la morte di Alexei Navalny, detenuto in una colonia penale russa erede dei gulag, è stata immediatamente utilizzata per rilanciarla come se la guerra fosse l’arma migliore per abbattere il regime di Putin e democratizzare la Russia. Anzi, i Governi europei continuano ad essere in piena “trance” militarista anche se il governo ucraino scricchiola e Zelensky cambia i suoi vertici militari per continuare a far credere che l’obiettivo è la vittoria sul campo. Quello che si lascia trapelare è che mancano armi e munizioni convenzionali, che servono urgentemente rifornimenti in tecnologia avanzata sul piano missilistico e aereo da parte dell’Occidente se si vuole arrestare la minaccia dell’espansionismo russo oltre il Donbass.

La Nato annuncia gioiosamente che nel 2024 ben 18 paesi membri dell’Alleanza arriveranno a investire il 2% del proprio Bilancio in spese militari e che questo è un bel record rispetto agli anni precedenti. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha appena inaugurato a Unterluss il più grande sito industriale di produzione di proiettili di artiglieria, 200.000 munizioni all’anno, sostenendo “Chiunque voglia la pace deve riuscire a dissuadere i potenziali aggressori”. E il Ministro tedesco della difesa Boris Pistorius, anche lui socialdemocratico, dopo aver sostenuto già in ottobre che la Germania e le sue forze armate devono essere “preparate alla guerra” in un possibile conflitto in Europa, nei giorni scorsi nella riunione dei ministri della Difesa Nato ha sostenuto che la Germania intende essere “la spina dorsale della deterrenza e della difesa convenzionale”.

Delle migliaia di morti nessuno parla più, nessuno più li rivela né da una parte né dall’altra. In realtà i due governi, quello russo e quello ucraino, dati più precisi li hanno, almeno per quanto riguarda la propria parte, ma preferiscono coprirli con il segreto di Stato per non rivelare la situazione reale delle perdite e dei rapporti di forza e demoralizzare le proprie truppe.

A due anni dall’invasione russa dell’Ucraina, secondo analisti di fonte ONU e di fonte statunitense riportate dal New York Times, tra morti e feriti il numero totale supera ormai le 500.000 vittime. In gran parte sono militari, più russi che ucraini ma in proporzione è maggiormente falcidiato e indebolito l’esercito ucraino visto che può contare su mezzo milione di uomini mentre quello russo è tre volte più grande e può sopportare cinicamente un numero più alto di morti e feriti.

In questa tremenda contabilità non mancano i morti civili, bambini, donne e anziani, più di 10.000 secondo l’ONU, in gran parte ucraini nei territori del Donbass; mentre sarebbero circa 20.000 i feriti tra i civili: ogni giorno muore 1 bambino e 2 rimangono feriti.

La demografa Ella Libanova, direttrice dell’Accademia delle Scienze, stima in più di centomila il numero dei soldati ucraini uccisi e con i 6 milioni di rifugiati fuori dall’Ucraina il futuro del Paese è quello dello spopolamento e della denatalità. Dunque la prospettiva è quella di uno Stato fallito, una economia tutta da ricostruire, una società svuotata di energie giovani, impoverita e incattivita.

A Gaza rischio genocidio. Così 800 diplomatici e alti ufficiali USA-Ue

Una iniziativa senza precedenti quella di 800 diplomatici e alti ufficiali in servizio attivo che hanno reso pubblico ai primi di febbraio su grandi giornali statunitensi e inglesi una sintesi del loro “Documento transatlantico” indirizzato alle rispettive cancellerie e rivolto ai Governi di Europa e Stati Uniti, allarmati per la stabilità geopolitica e la pace sempre più in crisi a livello internazionale e critici della mancata intelligenza che mostra l’Occidente nel perseguire la soluzione militare dei conflitti in corso invece di privilegiare quella politica e diplomatica.

In particolare il Documento denuncia le gravi violazioni del Diritto internazionale dovute alla risposta militare scatenata da Israele contro la Striscia di Gaza dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, non solo ritenuta eccessiva per quanto riguarda la quantità e la qualità della violenza praticata ma anche perché finalizzata ad altri obiettivi che non sono quelli della punizione ed eliminazione dei miliziani colpevoli.

Non è nell’interesse delle nostre Nazioni né dell’Occidente – sostengono gli 800 alti funzionari – essere complici a Gaza di una delle più gravi catastrofe umanitarie del secolo che rischia di trasformarsi in pulizia etnica o genocidio”.

Purtroppo né gli Stati Uniti né tantomeno l’Unione Europea riescono a recuperare una efficace capacità di pressione nei confronti del Governo Netanyahu dopo che gli hanno concesso mano libera e delega unilaterale nella soluzione della questione palestinese.

Così Netanyahu decide di attaccare Rafah, l’ultimo lembo della Striscia dove si sono rifugiati più di un milione e quattrocentomila palestinesi, di cui 600.000 bambini, in fuga dalle aree di Gaza già distrutte dalle bombe. Non solo: dichiara apertamente che mai e poi mai concederà ai palestinesi il diritto ad avere un proprio Stato.

Risultato: in Italia la Camera dei deputati fa un piccolo passo in avanti approvando il cessate il fuoco proposto dal PD di Elly Schlein, naturalmente preceduto nel testo dalla richiesta della simultanea liberazione degli ostaggi. Ma il riconoscimento del diritto del popolo palestinese ad un proprio Stato viene stralciato dal testo e non approvato.

In Italia siamo ridotti così. Talmente impauriti e talmente servi che non riusciamo nemmeno a sostenere una posizione che l’ONU e il Diritto internazionale riconoscono al popolo palestinese sin dalla nascita dello Stato d’Israele. In compenso Governo Meloni e loro sodali iperatlantisti si fanno i complimenti per aver assunto il comando della spedizione militare Aspis, la missione navale nel Mar Rosso davanti alle coste yemenite che avrebbe il compito di difendere i mercantili in transito dai missili degli Houthi, fazione yemenita schierata con i palestinesi.

Anche qui l’assenza di diplomazia da parte dell’Italia e dell’Europa è evidente. Evidente che si sta scegliendo e rafforzando l’idea che “si vis pacem, para bellum”: se vuoi la pace, prepara la guerra. Ma il sistema pace è alternativo al sistema guerra e se corri nella direzione del riarmo e del solo uso della forza militare sei già dentro la logica della guerra globale o, come la definisce la rivista Limes, della guerra grande.

 

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