4° rapporto – Ultimo atto?
Nel numero precedente di Restart abbiamo raccontato il periodo dal 9 dicembre all’11 gennaio, la giornata storica in cui una delegazione di legali del Sudafrica ha esposto alla Corte di Giustizia Internazionale la sua denuncia contro Israele, accusato di violazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio del 1948. In questa nuova parte ci spingiamo sino al 12 febbraio, pochi giorni dopo il secco no di Netanyahu alla proposta di tregua di Hamas mediata da Qatar e Egitto, giorni in cui la prospettiva in un cessate il fuoco immediato appare sempre più lontana. Nella Striscia di Gaza la situazione è sempre più catastrofica, con Rafah che assomiglia ad un immenso campo profughi dove vivono ammassate oltre 1 milione di persone schiacciate contro il confine con l’Egitto, mentre Israele annuncia l’avvio di un’operazione di terra anche in quella zona e intensifica i bombardamenti su Rafah. Nella Striscia il nostro staff continua a lottare per la sopravvivenza, eppure non smette di operare in aiuto della popolazione sfollata. A Gaza abbiamo 7 maestre, una coordinatrice, un’assistente sociale che fino al 7 ottobre lavoravano presso il centro per l’Infanzia La Terra dei Bambini. Abbiamo l’animatore del Biblio-tuktuk, una biblioteca mobile che portava la magia delle fiabe a migliaia di bambini e bambine. Abbiamo il coordinatore del nostro ufficio di Gaza. Abbiamo il referente e lo staff della Gelateria Sociale, un’impresa sociale che abbiamo avviato nel 2019. Abbiamo una rete di psicologi e operatori sociali con cui collaboriamo, sperimentando approcci innovativi grazie al progetto Yozher. Abbiamo tante persone care e con cui abbiamo lavorato in passato, o che operano per organizzazioni locali con cui collaboriamo. E’ attraverso le loro parole dell’ultimo mese che vogliamo raccontare la catastrofe umanitaria in cui è sprofondata da più di quattro mesi la Striscia di Gaza.
12 gennaio
Ci arrivano da Abu Karim, l’ingegnere che ha seguito i lavori di costruzione de La Terra dei Bambini, le immagini dell’autocisterna che ha distribuito acqua potabile alle 1200 persone che come lui sono rifugiate in una scuola elementare dell’UNRWA a Gaza City. Una lunga e ordinata fila di persone con le taniche gialle in mano in attesa. Grazie ai fondi che gli abbiamo inviato, abbiamo stimato che l’autocisterna potrà fornire 4000 litri d’acqua al giorno, circa 3 a persona, per 10 giorni.
13 gennaio
Fatima, la coordinatrice de La Terra dei Bambini, è stata di nuovo costretta a scappare, i bombardamenti erano troppo vicini. Sappiamo che è in fuga da Deir Al Balah, dove aveva ritrovato la sua famiglia, ma ormai da 5 giorni non abbiamo notizie. Non visualizza i messaggi che le mandiamo su Whatsapp. Speriamo sia solo perché non riesce a ricaricare il telefono.
14 gennaio
Con Mohammed stiamo programmando la distribuzione circa 50 pacchi alimentari, per cui abbiamo già inviato i fondi in base alla lista di prodotti che ancora è possibile trovare. I prezzi sono aumentati fino a dieci volte di più rispetto a prima del 7 ottobre. Insieme alla psicologa Walaa e a un gruppo di giovani volontari e volontarie, Mohammed si occuperà dell’acquisto e della distribuzione.
17 gennaio
Da Gaza City Abu Karim ci invia messaggi strazianti, eppure lui continua a cercare soluzioni. “Qui la situazione è davvero pericolosa, ci sono i carri armati vicino, sentiamo il loro rumore. L’impianto di desalinizzazione è stato completamente distrutto, ma ne ho trovato un altro e domani ci porterà l’acqua se la situazione lo permetterà”.
18 gennaio
“Oggi mentre la distribuzione di acqua potabile era in corso c’è stato un bombardamento molto vicino alla scuola. E’ stato davvero pericoloso, siamo dovuti fuggire. Stanotte ci ospiteranno degli amici, ma domani torneremo nella scuola se possibile, non possiamo stare da loro a lungo, siamo in 39, la mia famiglia, quella di mio fratello e quella di mio zio”.

19 gennaio
Siamo in contatto costante con Mohammed, psicologo, che dal 7 gennaio è a Rafah. E’ stato costretto a scappare e ora vive in una tenda di fortuna come quasi un milione di persone che ormai si trovano tutte schiacciate nella zona più meridionale della Striscia, verso l’Egitto. Appena arrivato ha subito ripreso le attività di supporto psico-sociale con i bambini e le bambine e oggi ci dice che vorrebbe mettere in piedi un piccolo cinema mobile. I bambini hanno un bisogno estremo di spazi in cui la mente possa concentrarsi su qualcosa di bello e diverso dalla realtà faticosa di tutti i giorni. Servono una batteria, un inverter, uno schermo e poco più. Lui dice che può trovare queste attrezzature. Ci attiviamo per mandargli dei fondi. Continua a sorprenderci la sua capacità di guardare al futuro, di prendersi cura e di coltivare bellezza, nonostante tutto.
22 gennaio
Abu Karim e la sua famiglia continuano a spostarsi tra la scuola UNRWA e altri rifugi di fortuna. Sono esausti. “In questa zona di Gaza ci sono otto scuole UNRWA. In cinque di queste sono arrivati i soldati, hanno arrestato gli uomini e costretto le donne a andare a piedi verso sud, si sono incamminate ieri pomeriggio alle sei e hanno raggiunto Wadi Gaza stamattina, non hanno potuto portare nulla con sé se non i documenti. Io e la mia famiglia per fortuna siamo tutti insieme, rimaniamo ancora un po’ a casa dei nostri amici, è un po’ più sicuro lì”.
25 gennaio
Non sappiamo se il nostro asilo “La Terra dei Bambini” esista ancora. Purtroppo, temiamo il peggio, ma se le mura sono distrutte, il suo spirito sopravvive. Walaa non ha mai smesso di supportare le bambine e i bambini, le madri e i padri disperati. Oggi ci arrivano le fotografie delle attività che sta realizzando, in uno spazio ancora integro, con i muri colorati e qualche gioco ancora in piedi. Un vecchio asilo, in una parte periferica di Rafah, dove Walaa ogni giorno realizza attività di gruppo per circa 90 bambini e bambine. Ci scrive con fierezza: “Sono felice quando i piccoli ogni mattina mi chiedono se facciamo qualcosa insieme. Vogliono cantare, ballare e giocare. E io faccio tutto quello che posso!” Non smetteremo di sostenere il nostro staff nel grandissimo compito che svolge, con dedizione immensa, in condizioni disumane, per la propria comunità.
30 gennaio
Oggi Mohammed, il nostro psicologo, ci ha scritto dandoci la notizia più bella che potevamo aspettarci. “Oggi ho incontrato Fatima per caso, a Deir al Balah, mentre cercavo la batteria per il nostro cinema mobile”. Non avevamo notizie da tre settimane, tiriamo un sospiro di sollievo. Lui nel frattempo ha lasciato Rafah, per tornare un po’ più a nord, dove c’è la casa della sua famiglia. “Non c’è un posto più sicuro degli altri, neanche qui a Rafah, quindi torniamo. Lì almeno abbiamo una casa anziché un tenda di fortuna”.
1 febbraio
Anche oggi Abu Karim ci ha scritto. Lui e la sua famiglia sono salvi, dopo una fuga spaventosa, ci sembra un miracolo. “La nostra scuola è stata circondata dai soldati israeliani e dai mezzi militari, poi hanno iniziato a sparare sulla scuola. Tredici persone sono state uccise e molte altre ferite. Siamo scappati di notte, pioveva ed era molto buio, i bambini e le donne erano davanti e gli uomini dietro, abbiamo tutti lasciato la scuola, camminando a lungo, forse 3 km, finché non abbiamo trovato un palazzo vuoto e ci siamo rifugiati lì per una notte. E’ stato spaventoso, soprattutto per i bambini. Ora ci siamo spostati nel campo profughi di Jabalia”.
8 febbraio
A Jabalia la situazione è drammatica. Abbiamo inviato ad Abu Karim dei fondi per acquistare riso, pomodori in scatola e olio di semi, le uniche cose che si riesce a trovare. Ci scrive che oggi ha passato la giornata a cercare, ma non ha trovato nulla.
9 febbraio
Oggi Mohammed ci scrive pieno di soddisfazione. “Abbiamo consegnato i primi 25 pacchi alimentari, le famiglie che li hanno ricevuti sono felicissime”. Ci manda anche le fotografie e un file con i dati sulla distribuzione. Ciascun pacco contiene 12 barattoli di fagioli, ceci e piselli, 3 confezioni di feta, carne in scatola, 1 barattolo di salsa di pomodoro, 1 pacco di pasta, 1 kg di lenticchie, 1 kg di riso, un sacco da 25 kg di farina. Ci sono voluti giorni di lavoro insieme a Walaa e ad alcuni giovani volontari e volontarie per trovare e acquistare i prodotti, prepararli, organizzare la distribuzione, registrare le persone raggiunte, ma ce l’hanno fatta e ne sono fieri. Le famiglie che li hanno ricevuti sono tutte sfollate a Rafah, 22 in tutto per un totale di 130 persone, tra cui 5 bambini rimasti orfani, 12 persone con malattie croniche, 4 persone con disabilità motorie e psichiche. La distribuzione di pacchi alimentari continuerà nei prossimi giorni per raggiungere almeno altrettante famiglie.
04
12 febbraio
Stamattina riceviamo dalla maestra Amal e da Mohammed i messaggi che speravamo non arrivassero, ma che purtroppo aspettavamo. “Stanotte ci sono stati bombardamenti mirati su ogni area di Rafah a est, ovest, centro e nord e anche vicino ad Al Moassi, la cosiddetta area umanitaria. E’ stata una notte terribile. Dopo un’ora di bombardamenti continui hanno annunciato che era stata portata a termine la liberazione di 2 ostaggi. Immagino che nei prossimi giorni dovremo abituarci a questa situazione. Stanotte sono state uccise 114 persone e ci sono tanti feriti”, scrive Mohammed.
E Amal “è stata una notte terribile, bombardamenti e incendi ovunque a Rafah, non siamo riusciti a dormire tutta la notte. Le ambulanze cercano ancora di salvare le persone che sono sotto le macerie. Grazie a Dio siamo ancora vivi”.









