Nel numero precedente di Restart abbiamo raccontato il periodo dal 19 gennaio all’8 marzo, quando la tregua era ancora in vigore, parte del nostro staff era appena rientrato nel nord della Striscia e due delle scuole di emergenza che come Vento di Terra gestivamo a Deir Al Balah erano appena state spostate a Gaza City. In questo numero ci spingiamo fino al 13 maggio. Nel frattempo, la tregua è stata unilateralmente interrotta da Israele, i bombardamenti sono ripresi su tutta la Striscia con un’intensità ancora maggiore, uccidendo nelle sole prime 48 ore oltre 500 vittime. I valichi, che già durante la tregua erano rimasti a lungo chiusi, lo sono ancora. Gli aiuti umanitari continuano a rimanere bloccati, perché non autorizzati dalle autorità israeliane, che da oltre 2 mesi impediscono l’ingresso di qualsiasi tipo di rifornimento, in piena violazione del diritto umanitario internazionale. Ad aggravare ulteriormente la situazione, il piano approvato il 4 maggio dal gabinetto di guerra israeliano prevede la creazione di hub per la distribuzione degli aiuti controllati dall’esercito israeliano e da compagnie private americane. Un piano che costringe i civili a recarsi in zone militarizzate per ricevere gli aiuti, mettendo in pericolo le loro vite, incluse quelle degli operatori umanitari, e aggravando ulteriormente lo sfollamento forzato. Un piano che rappresenta l’ennesima grave violazione del diritto internazionale e una forma inaccettabile di controllo attraverso l’aiuto umanitario. In questo contesto, il nostro staff a Gaza non ha mai smesso di lavorare per dare supporto agli altri. Il nostro coordinatore locale Mohammed dal Cairo è in contatto costante con il nostro staff a Gaza: insegnanti, educatori, assistenti sociali, psicologhe e psicologi che quotidianamente gestiscono 5 scuole di emergenza allestite in tensostrutture frequentate quotidianamente da 800 minori sfollati, nelle aree di Deir Al Balah, Khan Younis e Gaza City. Tutte le nostre persone a Gaza continuano a resistere ad una situazione catastrofica e si impegnano in ogni modo per dare supporto a chi è più in difficoltà. E’ attraverso le parole delle nostre persone a Gaza, come facciamo dall’avvio di questa terribile operazione militare, che vi raccontiamo cosa è diventata la Striscia di Gaza.
31 marzo
“Siamo ancora qui allo chalet” scrive oggi Jaber, il direttore dell’organizzazione palestinese con cui avevamo avviato la Gelateria Sociale. E’ il suo modo elegante di chiamare la sua casa-fattoria dove si è rifugiato con la famiglia e dove ha ospitato centinaia di persone nell’ultimo anno. “Ieri era la festa di Eid, la fine del Ramadan, abbiamo organizzato un pranzo con i bambini, un modo di combattere la disperazione con qualcosa di gioioso”. Scrive anche di aver parlato con il direttore del Gaza Park, dove avevamo allestito il chiosco per la vendita dei gelati, “lo hanno coperto con una protezione in attesa di un periodo calmo, in cui si possano fare un po’ di lavori di riabilitazione, ha subito molti danni”, aggiunge. Il suo pensiero è sempre al futuro, incredibilmente. “Porta i miei saluti più cari a tutti e rassicurali, non ci arrenderemo. Sappiamo che l’umanità, la giustizia e la pace prevarranno. Seguiamo con orgoglio tutti gli eventi che organizzate per parlare di Palestina. Un grande abbraccio anche dalla mamma, da Amna e da tutte le persone che stanno qui da noi”.
10 aprile
Ci svegliamo con le notizie dei bombardamenti su Nuseirat, che hanno colpito anche alcune tende dove vive la popolazione sfollata, mentre Rafah viene velocemente rasa a suolo e circola la notizia che Israele intende renderla una zona cuscinetto. Mohammed dal Cairo scrive “ho parlato a lungo con Fatima stamattina presto, va tutto bene, non preoccupatevi, le scuole non sono state colpite. Sono sempre in contatto e vi tengo aggiornati”.
21 aprile
“Ho trovato un fornitore che vende prodotti per l’igiene, possiamo iniziare la procedura di acquisto per la distribuzione, dobbiamo approfittare perché in questo periodo è difficilissimo trovare merci con la chiusura dei valichi”. Poche parole nel messaggio di Fatima, ma molto chiare. Concludiamo che sì dobbiamo cogliere il momento. Fatima ha già una lista di donne in stato di bisogno, ci manderà a breve la lista dei prodotti da includere in ogni pacco e invieremo i fondi per procedere al più presto.
29 aprile
Oggi il nostro coordinatore Mohammed condivide le fotografie bellissime della distribuzione di pacchi alimentari che siamo riusciti a realizzare nel nord della Striscia di Gaza. Un piccolo miracolo: verdura fresca prodotta nei pochi terreni agricoli risparmiati dai bombardamenti. Le nostre persone a Gaza, insieme allo staff di un’organizzazione partner con cui collaboriamo, sono riusciti a distribuire pacchi ali
mentari composti ciascuno da circa 8 chili di verdura fresca – pomodori, cetrioli, melanzane, zucchine, fave, cipolle – a 150 famiglie sfollate nel nord della Striscia Gaza, tra Gaza City, Jabalia e Beit Lahia. “Le famiglie erano incredibilmente riconoscenti ” ci scrive ancora Mohammed “non mangiavano verdura fresca da mesi e mesi”. Tutto accade mentre i valichi sono chiusi e gli aiuti bloccati da mesi. L’intera popolazione di Gaza sta affrontando livelli da gravi a catastrofici di insicurezza alimentare secondo l’Integrated Food Security Phase Classification. L’accesso agli aiuti dovrebbe essere garantito in modo imparziale, sicuro e rispettoso della dignità umana, invece è tristemente diventato uno strumento di guerra.
7 maggio
Oggi Fatima, la nostra coordinatrice delle attività educative a Gaza, invia una raffica di fotografie e video. Riprendono le attività educative e di supporto psico-sociale che realizziamo quotidianamente in 5 scuole di emergenza. Sono risa, canti e giochi, un’energia incredibile, che si fa fatica ad associare alla catastrofe di Gaza. Eppure è proprio nel coltivare spazi quotidiani di umanità che l’energia per affrontare l’inaffrontabile scaturisce. Lo dice Fatima nei messaggi vocali che accompagnano quelle immagini. “Sto riuscendo a spostarmi e a incontrare lo staff di tutte le scuole di emergenza. Vado a Gaza City con un carretto trainato dagli asini lungo la strada Al Rashid, quella che costeggia il mare. A volte è pericoloso, ma tutto sommato riesco, alhmdulillah. Sono così felice del lavoro che stiamo facendo. E quando vado
mi godo la vista del mare, ah il mare di Gaza, è ancora bello, nonostante tutto”. Oltre a coordinare le attività educative, Fatima è anche molto attiva nel supporto alle donne. Grazie ai fondi che le abbiamo inviato ha organizzato una distribuzione kit per l’igiene femminile, un bene raro e prezioso oggi nella Striscia, dove si vive in rifugi di fortuna e l’acqua corrente è un miracolo. Nelle immagini che invia i prodotti sono impacchettati con cura in buste azzurre, le donne sedute intorno, in attesa della distribuzione.
13 maggio
Oggi da Jaber arriva un’immagine che ha dell’incredibile, come è incredibile la sua capacità di non smettere mai di sognare e di ingegnarsi perché i sogni diventino realtà. La fotografia ritrae un incubatore di uova di uccello, due lucine illuminano le uova che lì stanno al caldo e daranno presto la vita. Ne nasceranno pulcini che cresceranno e daranno uova e carne per sfamare Jaber, la sua famiglia e quelle ospitate nello chalet. “Life stubborness”, dice la frase a commento della fotografia. La vita incredibilmente continua a dare vita.









