La guerra come Apocalisse
Il vero significato della parola apocalisse non è quello che le viene generalmente attribuito, cioè un sinonimo di catastrofe, tragedia o simili. Il significato etimologico è quello di svelare, rivelare, una verità nascosta.
Le due diverse interpretazioni del termine si sono, comunque, sovrapposte quando l’Europa ha preso coscienza che la guerra è tornata entro i suoi confini geografici (quelli dall’Atlantico agli Urali, per intenderci, come un tempo veniva insegnato già nelle scuole medie): una catastrofe, certo, una tragedia! Ma anche – forse, soprattutto – lo svelamento dell’ipocrisia che aveva finora nascosto (velato, appunto) la debolezza intrinseca della costruzione europea; la sua inconsistenza politica (in particolare, l’assenza di una politica estera), il bizantinismo delle sue istituzioni, l’inefficacia sostanziale della sua politica economica con la fallimentare idea di lasciare alla mano invisibile del mercato, sempre più ideologicamente piegato sul neoliberismo, i compiti che spettano, invece, alle scelte democratiche della politica.
L’Europa, sintesi di culture
In un breve e intenso saggio di 70 anni fa, L’idea di Europa, il gesuita tedesco di origine polacca Erich Przywara, filosofo e teologo, ripercorreva in una rapida sintesi l’influsso delle culture che avevano plasmato l’Europa: la cultura greca, quella latina, quella cristiana nelle sue varianti occidentale (cattolica e protestante) e orientale (ortodossa), quella illuminista. Da queste culture promanava la concezione della politica come servizio pubblico. Vale la pena di citare un passo:
«Politica e politico derivano da polis, una parola greca che originariamente significa: città – Burg – e quanto appartiene alla città. Per questo la parola cittadino – Burger – nel suo significato originario significa uomo della città, che serve la città cui appartiene.
Politica, considerata oggettivamente, è la funzione pubblica per la protezione della città (politica estera) e per l’ordine nella città (politica interna).
Politica, considerata soggettivamente, è una mentalità – Gesinnung – teorica e pratica tale da dire “sì” alla città in modo incondizionato, teorico e pratico. Significa quindi servizio alla città e per la città. Per gli antichi greci e romani questo servizio alla città è un servizio a tal punto che l’aggettivo privato e il sostantivo privato cittadino derivano dalla parola latina privare, che significa privare o privarsi, ossia deprivare per propri interessi personali il servizio totale alla città e nello stesso tempo privarsi della partecipazione alla vita della città»[1].
È evidente il carattere fortemente collettivo dell’impegno personale per il bene comune che emerge dai fondamenti culturali della storia europea. Su questo paradigma etico andava fondata l’idea di Europa. Si profilava all’orizzonte la possibilità di creare una cultura nella quale i soggetti avrebbero potuto riconoscersi avendo riconosciuto principi morali indiscutibili perché razionalmente giustificati. Non è andata così.
Quando l’idea di Europa ha perso la sua forza?
Il momento cruciale può essere datato al 2005, l’anno in cui i referendum in Francia (maggio) e Paesi Bassi (giugno) bocciarono la proposta di Costituzione scritta dalla Convenzione europea presieduta da Valery Giscard d’Estaing e presentata a Roma nel luglio 2003. È vero che quasi tutte le innovazioni contenute nella proposta furono poi assorbite nel Trattato di Lisbona (dicembre 2007), ma fu eliminato qualsiasi riferimento costituzionale (simboli, nomenclatura, struttura del testo), con la conseguente rinuncia all’obiettivo ideale e con un ridimensionamento del nuovo Trattato, pienamente valido come strumento pattizio ma non come atto fondativo di una nuova entità sovranazionale.
In Francia la vittoria del ‘no‘ fu dovuta principalmente alla contrarietà di un’ampia fetta trasversale dell’opinione pubblica (sinistra radicale, fronte nazionale, ambienti cattolici e lefebvriani, no-global, pacifisti accesi); da diversi punti di vista sono stati criticati la presenza nel testo di principi neoliberisti, l’eccessiva importanza data ai temi economici e capitalistici, l’assenza di riferimenti al ripudio della guerra con la sottintesa possibilità che gli eserciti europei possano intervenire in più occasioni, le troppo scarse garanzie in difesa dei lavoratori, degli immigrati, del welfare state. Autorevoli personalità (il premio Nobel per l’economia 1988, Maurice Allais, per esempio), hanno criticato il Trattato per la Costituzione Europea (TCE) e si sono schierati contro la sua ratifica.
Nei Paesi Bassi, l’opposizione è venuta soprattutto dalla destra nazionalista, per la paura che la Costituzione disponesse di poteri tali da svuotare di significato e di autorità i singoli stati, promuovendo un appiattimento delle identità nazionali in nome di un’unione indifferenziata.
Ma anche movimenti certamente non sospettabili di antieuropeismo – come i Federalisti Europei – hanno ripetutamente bollato come un inganno quello di chiamare Costituzione un documento che tale non era.
Resta il fatto che – a vent’anni dalla bocciatura della proposta – sono stati fatti pochi passi avanti, e diversi indietro, nella definizione dell’Unione Europea come Stato, sia pure di tipo federale o confederale. Non può essere, infatti, chiamato Stato una entità che non definisca i valori ideali ai quali vuole ispirarsi e che non si doti di forti istituzioni unitarie (il Parlamento europeo e la stessa Commissione, al di là dei poteri che esercitano, restano succubi del Consiglio dove siedono, in molti casi con potere di veto, i Capi di Stato e di governo dei singoli paesi). Ma, anche limitandosi all’ambito puramente economico/finanziario, non può essere considerato Stato un’entità che, invece di una, comprende sette monete in circolazione, che non ha una politica industriale e fiscale omogenea, che non ha un bilancio federale adeguato e una Banca centrale in grado di praticare una politica monetaria comune e di gestire un debito comune, limitandosi a regolare la concorrenza tra gli stati membri (lo spread è il termometro più evidente di questo deficit comunitario). Senza sciogliere questi nodi, che hanno finora impedito la definizione di un soggetto sovrano, riconoscibile e riconosciuto al livello internazionale e geopolitico, l’Unione Europea resterà un’opera inconclusa.
Ripartire da un principio: sussidiarietà
Restare nell’attuale condizione, in un periodo caratterizzato da forti sommovimenti geopolitici, sarebbe esiziale per il futuro dell’Europa. Allo stesso tempo, sembra difficile fare passi avanti verso uno stato federale comprendente i 27 paesi che attualmente aderiscono all’UE. Già questa considerazione misura la gravità delle conseguenze derivate dalle modalità con cui si è proceduto all’allargamento indiscriminato e alla stessa formazione della moneta unica, conseguenze sulle quali non si è mai sentito il minimo accenno autocritico da parte di chi, come Romano Prodi, è stato protagonista nei due processi.
Occorre correggere quelle modalità, cercando contemporaneamente di conservare e tutelare i buoni risultati faticosamente conquistati lungo decenni di integrazione: dalla libertà di circolazione ai vari programmi di coesione negli ambiti della cultura (per esempio Erasmus), allo scambio di buone pratiche, all’armonizzazione di molti processi e procedure. Salvato il salvabile, però, occorre ricominciare da capo su alcuni elementi fondamentali in grado di segnare davvero un cambio di passo. A partire dal principio di sussidiarietà, che rappresenta un elemento fondamentale dell’ordinamento giuridico dell’UE. Esso mira a garantire un equilibrio tra l’azione comunitaria e la sovranità nazionale, articolando le competenze tra l’UE e gli Stati membri. La sussidiarietà implica che l’UE intervenga solo quando l’azione a livello nazionale risulta inefficace o insufficiente; è quindi un principio di carattere limitativo, che vuole evitare che l’UE si immischi in questioni che possono essere meglio gestite al livello nazionale. Ciò significa che gli Stati membri hanno la responsabilità primaria nell’adottare misure e politiche che rispondano alle esigenze dei propri cittadini.
Questo principio è sancito nell’articolo 5 del Trattato sull’Unione Europea (TUE), che afferma che «l’Unione agisce solo nei limiti delle competenze che le sono attribuite dai trattati e degli obiettivi che le sono assegnati». Inoltre, l’articolo 5 del TUE sottolinea che «in tutti i campi di competenza non esclusiva dell’Unione, l’azione dell’Unione si limita a ciò che è necessario per raggiungere gli obiettivi dei trattati».
Sta nella definizione degli «obiettivi dei trattati» il punto cardine della sua applicazione; cioè, nel definire quali siano gli ambiti sui quali gli stati membri intendono trasferire competenze e sovranità all’Unione, nel contesto di una comune accettazione di ideali e valori di base quali libertà, lavoro, pace, solidarietà, uguaglianza, giustizia sociale, ecologia integrale.
Dal mercato alla politica
L’idea di affidare all’economia e al mercato il compito di aggregare popoli e nazioni che nella storia avevano sedimentato differenze marcate per lingua, organizzazione sociale, impalcature istituzionali, si è rivelata fallimentare. Finché il conte

sto è rimasto quello della globalizzazione, l’Unione europea e la sua moneta hanno potuto recitare un ruolo nel panorama economico-finanziario riuscendo a mascherare il nanismo politico. Quando sono scoppiate le crisi – i mutui subprime nel 2009, poi la pandemia e, infine, la guerra ai confini orientali – si è rivelata la debolezza dovuta alla mancanza di una politica europea.
Gli attuali 27 Paesi membri non sono in condizioni – per diversi fattori – di costruire una politica comune europea: non sul piano esterno, dove le spinte contrastanti e i diversi interessi geopolitici variano da un filoamericanismo senza limiti e remore fino a un eccesso di tolleranza verso la Fed

erazione Russa, e dove si hanno idee divergenti circa l’auspicato nuovo ordine globale; ma neanche sul piano interno, dove permangono differenze sostanziali nella concezione di una politica sociale, di una politica industriale e di una politica economica e finanziaria che dovrebbe essere al servizio di quelle, a cominciare dalla gestione comune di crediti e debiti. Il primo provvedimento del Segretario del Tesoro, Alexander Hamilton, all’atto della nascita degli USA, sotto la Presidenza di George Washington, fu un piano finanziario che prevedeva l’assunzione dei debiti dei singoli Stati da parte del governo federale. Quanti, dei 27 Paesi dell’UE, sarebbero d’accordo con una decisione simile?
Eppure, è il solo modo perché la politica governi l’economia, e non viceversa, come finora le istituzioni europee hanno consentito che avvenisse, strangolando le decisioni politiche con vincoli concepiti come tabù insuperabili: dai cervellotici limiti del 3% al deficit e del 60% al debito (per altro quasi mai rispettati), fino all’obbligo del pareggio di bilancio da inserire in Costituzione (proprio quello che recentemente la Germania ha gettato alle ortiche per procedere a un riarmo accelerato che fa venire i brividi a chi abbia qualche memoria storica). La principale stabilità che l’omonimo Patto ha garantito è stata quella di una crescita lenta, spesso asfittica, non idonea a servire il benessere dei cittadini europei. Senza il governo della politica le decisioni economiche restano nelle mani della tecnocrazia burocratica (nel migliore dei casi) o delle pressioni lobbistiche (nel peggiore).
Istituzioni efficienti e democratiche
L’attuale temperie geopolitica ha messo in evidenza come la politica possa tornare a prevalere: Trump ha preso decisioni che hanno sconquassato l’ordine economico-finanziario. Con una cattiva politica, certamente, ma ha dimostrato che un’alternativa è sempre possibile, che non si è condannati a essere schiavi degli algoritmi o dei ricchi del mondo.
Si tratta, allora, di pensare e costruire istituzioni in grado di assumere le decisioni con lo scopo di pervenire a un miglioramento sociale diffuso, attraverso i percorsi della cultura, della giustizia, del welfare, e di raggiungere il fondamentale obiettivo della pace.
Il primo nodo da sciogliere è il dualismo tra Consiglio e Commissione. E, insieme, il loro rapporto con il Parlamento, al quale dovrebbero essere attribuite integralmente le funzioni di indirizzo e di controllo. Senza un Governo di tipo federale difficilmente potranno essere assunte le decisioni che richiedono un livello sovranazionale. Il Consiglio potrebbe trasformarsi in una sorta di seconda camera del potere legislativo, ma lasciando a un Governo, espresso dal Parlamento con il voto di fiducia, tutto il potere esecutivo negli ambiti di competenza federale.
Non si tratta di un obiettivo facile, dopo decenni di burocrazia sclerotica che hanno tessuto una micidiale ragnatela intorno alla governance europea. Ma la strada non può che essere quella. E, ancora una volta, è pressoché utopistico pensare che possano percorrerla con perfetta sincronia le 27 tessere di un puzzle incompiuto nel progetto, prima ancora che nella realtà. Sarebbe già un successo ripartire dall’eurozona, dopo una verifica con i paesi baltici e con quelli balcanici sulla condivisione del processo o su una eventuale sospensione, magari temporanea, della loro partecipazione.
È ovvio, in primo luogo, che intraprendere un vasto processo di riforma e portarlo fino all’auspicato risultato finale richiede una rinnovata organizzazione della partecipazione dei popoli, attraverso forme di aggregazione continentale dei quali le strutture di coordinamento delle grandi famiglie politiche europee possono essere soltanto strumenti iniziali. Partiti transnazionali, impegnati nella costruzione di programmi capaci di esprimere valori condivisi, costituirebbero la forma più immediatamente riconoscibile della democrazia rappresentativa, a condizione che riescano a rappresentare davvero i popoli.
Costruire una sinistra europea
In secondo luogo, un processo simile può essere avviato solo se nascerà una sinistra continentale in grado di far prevalere valori e obiettivi ideali sugli interessi nazionali e sulle linee di confine (subalterni di tutto il mondo, unitevi, si potrebbe parafrasare). Una sinistra che sappia imporsi nel mettere al centro del progetto – come espressione dei valori di libertà, uguaglianza e fratellanza, che sono comuni alle citate radici culturali sulle quali si è formata l’Europa – gli strumenti sociali del lavoro, del welfare, della promozione sociale, dell’incontro tra i popoli, della pace; piuttosto che quelli del riarmo in nome di una difesa comune che dovrebbe liberarsi dello strapotere NATO per acquisire un minimo di credibilità.
La cosiddetta difesa comune, infatti, per come è stata impostata e per come viene perseguita, non consentirà – come sembrano auspicare i promotori – una vera integrazione, così come non l’ha consentita la libertà del mercato. Allora, serve la sinistra per ridare il suo ruolo alla politica, alle scelte fatte pensando al benessere diffuso e solidale delle persone, prima che al profitto fondato su un consumismo omologante; per formare cittadini, e non solo consumatori, europei.
Questa sinistra non c’è. Le organizzazioni che aderiscono alle famiglie europee stentano a riconoscersi e a cooperare, condizionate come sono dal prestare maggiore attenzione ai problemi dei singoli Paesi, piuttosto che a quelli del continente. O, meglio, incapaci di individuare e perseguire obiettivi comuni negli ambiti di competenza propri dell’Unione, pur continuando a operare – con diversa e varia efficacia – negli aspetti peculiari e originali dei paesi di provenienza.
Occorre infittire la rete delle relazioni tra i vari movimenti, partiti, organizzazioni; occorre trovare forme di coordinamento in grado di dare voce alle istanze comuni dei popoli. E forse occorre anche modificare la legge elettorale, da un lato garantendo che tutti i territori/popoli possano avere rappresentanza (oggi alcuni, pur dotati storicamente di specifici caratteri quasi nazionali, non lo sono), e dall’altro prevedendo una quota significativa e progressivamente crescente di parlamentari europei eletti in liste sovranazionali, dalle quali potrebbero emergere col tempo leadership adeguate e programmi condivisi.
Se si vuole superare questo momento storico, nel quale appare evidente l’inconsistenza politica europea, non si può rinviare ulteriormente la riflessione e il dibattito su questi temi: su una Costituzione che esprima con chiarezza i valori ai quali ci si ispira, su una governance che sappia rappresentarli e perseguirli, su una rinnovata volontà di dare ai popoli dell’Europa un avvenire di giustizia e di pace. Probabilmente, in assenza di leader autorevoli e riconosciuti, toccherà a una sinistra nuova – è il caso di dire alla sinistra futura – assumere la responsabilità di agitarsi, istruirsi e organizzarsi (riprendendo l’esortazione gramsciana) allo scopo di far emergere una leadership collettiva che funga da lievito per far crescere una nuova Europa.
[1] Erich Przywara, L’Idea d’Europa, Il Pozzo di Giacobbe, 2013, p. 83










