Accogliamo l’appello dei Fridays For Future su Clima e Lavoro: mobilitarsi insieme al collettivo di fabbrica ex Gkn e a tutti i lavoratori in lotta per la dignità e i diritti
Come redazione di Restart seguiamo da tempo l’importante lavoro di convergenza tra Fridays For Future e i lavoratori ex Gkn di Campi Bisenzio in lotta non solo per salvare il posto di lavoro ma impegnati a progettare un nuovo modello produttivo coerente con la riconversione ecologica dell’economia. Di particolare interesse l’azione di solidarietà messa in campo non solo nel territorio fiorentino ma a livello nazionale con la promozione di un azionariato popolare a sostegno del progetto. Ci auguriamo che un’esperienza d’avanguardia come questa non resti un caso isolato e che l’intero movimento sindacale italiano si impegni su questo terreno con sempre maggiore convinzione e determinazione.
«È dalle convergenze delle lotte dal basso che ci accomunano che può nascere la spinta per realizzare un intervento pubblico che sia indirizzato al bene comune»
Dal Documento di Fridays For Future Italia e del Collettivo ex Gkn di Campi Bisenzio
“Il 19 aprile 2024 si terrà lo sciopero globale per il clima in tutta Italia, tappa di una convergenza delle realtà operaie, ecologiste, sociali e intersezionali. I temi in campo sono i lavori climatici e la rivendicazione di un nuovo tipo di intervento pubblico urgente e necessario davvero a servizio delle persone. Mentre si registrano nuovi record in termini di surriscaldamento, siccità, consumo del suolo, emissioni di CO2, la transizione ecologica dentro e attraverso questo sistema assomiglia sempre di più a una parola vuota.
La conversione ecologica è lontana, il mondo corre verso nuovi massacri in uno scenario internazionale dominato dal processo più inquinante: la crescente escalation bellica. I nostri occhi sono tutti su Gaza e in Cisgiordania dove si sta consumando un genocidio in diretta mondiale. Un genocidio che rischia di essere il completamento dell’annullamento decennale della Palestina e contemporaneamente un pezzo della guerra mondiale a pezzi.
L’inquinamento è il respiro stesso di questo sistema. Quando questa economia si ferma, si torna a respirare. È stato evidente per assurdo durante la pandemia: il miglioramento dei parametri ambientali durante il lockdown è stato stupefacente. Nello stesso periodo però, si sono registrati anche milioni di disoccupati e un incredibile aumento della forbice tra ricchissimi e poveri. Come del resto accade di continuo in questo sistema perennemente in crisi.
Questo è il paradosso a cui è ridotta la vita su questo pianeta: attaccata al prodotto interno lordo, una macchina inquinante, per provare a portare a casa un reddito da sopravvivenza, in costante bilico tra il ricatto economico dell’oggi e la prospettiva di estinguersi in un futuro nemmeno troppo remoto.
Questo nodo va tagliato alla radice. Il ricatto tra lavoro, salute, reddito, ambiente, cultura che ci viene posto come un presunto bisogno di scegliere il male minore è da superare.
Il cambiamento climatico e l’inquinamento non sono solo un problema ambientale, un fatto tecnico o tecnologico. Sono processi sociali che scaturiscono dall’enorme concentrazione di ricchezza finanziaria, dalle multinazionali, dall’economia fossile, di guerra. A tali processi, va contrapposta una forza collettiva: quella della convergenza tra giustizia climatica e sociale e dei soggetti che compongono tale convergenza.
Senza intervento pubblico non c’è transizione ecologica, non c’è abbattimento delle diseguaglianze sociali, non c’è cura pubblica, istruzione e ricerca pubblica, non c’è pieno godimento dei diritti civili e sociali, non c’è fuoriuscita dall’industria inquinante (sia essa tessile, di allevamento, turistica, metalmeccanica ecc) e dall’industria bellica.
Dice Dario Salvetti del collettivo di fabbrica ex Gkn: «Siamo per l’intervento pubblico qui e ora, ma non per come è stato fatto fino ad oggi. Attualmente lo Stato è già pienamente inserito nell’economia, ma agisce per socializzare le perdite delle grandi aziende, per erogare incentivi a fondo perduto, per difendere l’economia fossile, per gli interessi sul debito in mano ai grandi gruppi bancari, le spese militari, le grandi opere inutili ecc. Quello che rivendichiamo è un intervento pubblico per una transizione ecologica reale e giusta, che né questo Stato né questo Governo sanno o vogliono attuare».
L’alternativa di un intervento pubblico utile sta nell’urgenza di giustizia climatica e sociale. Una prospettiva alternativa che chiama alla convergenza ancora una volta tutte le realtà che lottano per la giustizia sociale e ambientale: movimento climatico e operaio, mutualismo conflittuale, campagne per i lavori climatici, per la fine dell’economia del fossile e per l’agroecologia, contro patriarcato, escalation bellica e massacro in Palestina.
L’esempio più avanzato di questa campagna è ancora una volta la lotta di resistenza operaia del Collettivo di Fabbrica ex Gkn, con il suo obiettivo di “fabbrica socialmente integrata” e la sua campagna di reindustrializzazione dal basso e azionariato popolare.”










