Testimonianza di Francesco Gesualdi, scolaro della Scuola di Barbiana
Incontro Francesco Gesualdi tra Parma, Cremona e Piacenza mentre passa da un incontro all’altro, incontri più numerosi quest’anno perché il 2023 è il centenario della nascita di don Lorenzo Milani e Francesco Gesualdi è uno dei suoi scolari di allora, uno dei ragazzi della scuola di Barbiana. “Essere cittadini sovrani, partecipare e non delegare, non solo difendere ma applicare la Costituzione, essere dalla parte dei più deboli, cambiare la società in cui viviamo con le armi nonviolente dello sciopero e del voto.” Questo in sintesi la lezione civile di don Milani ma Francesco Gesualdi ci tiene a sottolineare che nessuno può pretendere di essere l’interprete autentico di una personalità straordinaria come don Lorenzo Milani che voleva, anzi pretendeva che ciascuno maturasse in libertà e responsabilità una propria personalità al seguito proprio di nessuno. “Sono stato uno scolaro della scuola di Barbiana – racconta – dal 1957 al 1967, da quando avevo 8 anni a quando ne ho compiuti 17. Anzi ho vissuto con mio fratello maggiore non solo in quella scuola ma in quella povera canonica di montagna perché, morto nostro padre, io e mio fratello siamo andati a vivere e non solo a studiare nella canonica di Barbiana con don Lorenzo che ci ha fatto da maestro e da padre.” Ciascuno di quegli scolari ha preso effettivamente una propria strada anche se l’impronta di quel giovane sacerdote esiliato in montagna li accompagnerà per sempre con le sue scelte di fondo: gli ultimi, il Vangelo, la Costituzione e un insegnamento a tempo pieno finalizzato esclusivamente alla loro crescita umana. Una esperienza unica e irripetibile, anche se la scuola di Barbiana è stata ed è ancora un modello se per modello si intende non la sua scopiazzatura ma una fonte di ispirazione critica e creativa non solo educativa ma politica e addirittura esistenziale.
Gesualdi ci dice che all’inizio don Lorenzo Milani non aveva alcun preciso progetto riguardo alla scuola. Quando viene esiliato in montagna a Barbiana, si porta dietro le sue esperienze pastorali caratterizzate da una immersione intelligente e profondamente umana tra le fatiche e le miserie di una popolazione povera appena uscita dalla guerra. A San Donato di Calenzano don Lorenzo per alcuni anni già si era misurato quasi da moderno sociologo con ogni tipo di svantaggio dovuto all’appartenenza alle classi più povere, l’assenza di istruzione prima di tutto, e aveva avviato dei corsi serali per operai e contadini e alcune forme di doposcuola. Con questa sensibilità si chiede cosa possa essere utile a quella comunità dispersa attorno a Barbiana, partendo cioè dalle esigenze concrete di quella piccola comunità che si sente chiamato a servire.

«Don Milani venne mandato a Barbiana dove non c’era nemmeno la strada, si mette a totale disposizione della popolazione sapendo che quello di cui hanno più bisogno è la scuola. Parte dai genitori, principalmente contadini, che svolgevano la dura vita tra gli animali e i campi e a loro chiede che futuro avranno quei figli che non ce la fanno a proseguire gli studi perché l’avviamento e la scuola media sono a decine di chilometri e senza mezzi per arrivarci».
«Don Milani – racconta ancora Gesualdi – si rende conto che c’è la necessità di rimediare a uno Stato latitante. Così inizia a fare scuola ai ragazzi che finivano le elementari. Per necessità aprì questa scuola e a modo suo perché nessuno rimanesse indietro. Una scuola a tempo pieno, perché questi ragazzi avevano solo due possibilità: stare a scuola o nei campi a lavorare».
A Barbiana si crea così una scuola inedita ma ben rispondente al contesto sociale, nella quale si impiegava la mattina per studiare le materie scolastiche e il pomeriggio per spaziare sugli altri aspetti della vita umana: «Una finestra sulla realtà per dare gli strumenti di conoscenza della realtà, per formare cittadini sovrani, permettere ai ragazzi di interpretare la realtà e fare delle proposte. Padroneggiare la lingua italiana e, anzi, impararne altre facendo esperienze in Europa perché è la lingua che fa eguali. Oggi spesso vediamo persone che attraversano la realtà nella quale siamo immersi senza nemmeno accorgersi di ciò che le circonda».
Secondo Guido Crainz, nel suo libro Autobiografia di una repubblica, “La lettera a una professoressa”, che è il frutto più maturo del lavoro collettivo della scuola di Barbiana, è anche il più importante testo di culto della contestazione studentesca del 1968. E questo perché la tensione culturale e sociale verso l’uguaglianza umana innescata da quel testo è immediatamente legata al possesso della lingua e alla libertà dell’uso della parola da parte di tutti.
“Aspirazione all’uguaglianza e assunzione di responsabilità. Imparare che “il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Dunque siamo chiamati a risolvere insieme i problemi. Discuterli e affrontarli insieme, perché l’esistenza di ciascuno di noi ha senso insieme alle esistenze degli altri e alla volontà di condividere proposte e soluzioni» questo il grande insegnamento che Gesualdi sostiene di aver appreso alla scuola di Barbiana.
La scuola di Barbiana affrontava ogni problema per quanto complesso senza dare per scontato nulla, come nel caso della legittimità o illegittimità della guerra, della storia delle guerre combattute in Italia e in Europa, del diritto o meno ad uccidere in nome della patria. Don Milani ha accompagnato i suoi scolari lungo il percorso difficile del comportamento da tenere di fronte ad una legge ritenuta ingiusta arrivando così a sostenere la validità dell’obiezione di coscienza alla leva militare, con valori non solo ispirati al Vangelo ma soprattutto con ragionamenti laicamente fondati sulla Costituzione italiana. “L’Obbedienza non è più una virtù” con i suoi tre testi principali tra cui la “Lettera ai cappellani militari” e la “Lettera ai giudici”, memoriale difensivo scritto dal solo don Milani, non è solo una difesa dell’obiezione di coscienza ma è denuncia delle logiche di guerra e di potenza, appello alla società a maturare una coscienza civile davvero democratica, sollecitazione a disobbedire alle leggi ritenute ingiuste per cambiarle. Sapendo che chi si mette fuori dalla legge non lo fa mai a cuor leggero, perché poi la legge ti punisce.

Don Lorenzo Milani è pienamente consapevole di tutto questo e dei rischi che corre ma, probabilmente, li affronta anche come esempio per i suoi ragazzi che coinvolge per una maturazione civile condivisa, sapendo comunque tenere distinti i ruoli di maestro e allievo. L’origine dello scontro giudiziario e politico che nel 1965 porterà don Milani ad essere accusato di apologia di reato e poi sottoposto a processo penale è noto: aver pubblicamente criticato le posizioni di un gruppo toscano di cappellani militari in congedo che avevano definito l’obiezione di coscienza “un insulto alla Patria e ai suoi caduti, espressione di viltà, estranea al comandamento cristiano dell’amore”.
Nella “Lettera in risposta ai cappellani militari” fatta stampare in tre mila copie e inviata a numerose testate giornalistiche, ma solo il periodico Rinascita la pubblicherà, il testo che don Milani concorda con i suoi ragazzi è di rara efficacia: “Le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo e della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per loro idee pagano di persona”.
Assolto in primo grado dalle imputazioni ridotte a “incitamento alla diserzione” e “incitamento alla disubbidienza militare”, don Milani si vide comunque rinviato al secondo grado del processo avendo il Pubblico Ministero ricorso in appello. Morirà quattro mesi prima della sentenza, il 26 giugno 1967 a soli 44 anni, subendo comunque la condanna anche se “reato estinto per la morte del reo”.
Grazie a questa vicenda, di rilevo nazionale, non solo si è fatta strada l’idea e la legittimità dell’obiezione di coscienza, ma si è allargata e approfondita la coscienza che la pace è un sistema alternativo al sistema guerra e che dunque ” non solo è sbagliato affidarsi alla violenza delle armi e obbedire all’ordine di uccidere ma che la stessa guerra è da ripudiare così come il sistema che porta e legittima la guerra, ogni tipo di guerra.” Don Lorenzo Milani, appellandosi all’articolo 11 della Costituzione, sviluppa una critica politica, etica e storica anche a tutte le guerre del passato che hanno usato i poveri contro altri poveri e distorto l’idea di patria per creare la figura del nemico da distruggere con la forza delle armi, magari nucleari, in questo trovandosi in profonda sintonia con gli attuali movimenti per la pace.

Francesco Gesualdi ci tiene a dire la sua anche come coordinatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo che ha fondato a Vecchiano (Pisa) sull’ attuale sistema economico globale e sulle perduranti politiche neoliberiste che stanno accrescendo le disuguaglianze e si portano dietro logiche di guerra per l’accaparramento delle risorse: «Davanti alle povertà ci siamo posti delle domande e ci siamo dati un doppio tipo di risposta: la prima con il pragmatismo, per intervenire verso chi ha bisogno in questo momento. Ma non possiamo ridurci a questo, perché si finisce nell’assistenzialismo che condanna a rimanere nella stessa situazione. Invece la seconda risposta sta nello studiare questa società che produce scarti, come dice Papa Francesco, e chiedersi quali misure introdurre per porre rimedio a questo! Per questo serve la politica, una politica che si prenda cura della realtà e si impegni a modificarla».
Quello di Gesualdi è un approccio coraggioso che richiede il superamento dei paradigmi sociali ed economici attuali: «La risposta è nel modo in cui l’economia è organizzata: noi siamo un’istituzione di base, siamo militanti. Il sapere non è solo un diritto, è un dovere: alla fine del processo di conoscenza noi ci dobbiamo chiedere come agire. Altrimenti anche il sapere diventa un tipo di consumismo. Dobbiamo decidere se noi abbiamo un ruolo in questa macchina: passivo o di cambiamento».









