Sul Discorso di Gino Cecchettin ai funerali della figlia
FACCIAMO RUMORE…!
Sul Discorso di Gino Cecchettin ai funerali della figlia
“Voglio sperare che tutta questa pioggia di dolore fecondi il terreno delle nostre vite e voglio sperare che un giorno possa germogliare. E voglio sperare che produca il suo frutto d’amore, di perdono e di pace. Addio Giulia, amore mio”
Così si conclude il discorso di Gino Cecchettin, padre di Giulia (discorso integrale: https://www.comune.vigonovo.ve.it/it/news/il-discorso-di-gino-cecchettin) letto, il 5 dicembre, al cospetto di 10.000 persone, ai funerali della figlia e trasmesso in diretta TV.
Forse, quella “pioggia di dolore“, privata ma nel contempo pubblica, non è stata insensata e inutile. Forse, bisogna partire da qui, dal messaggio finale del discorso di Gino Cecchettin, per provare a riparlare oggi, quando a quasi tre mesi della morte di Giulia (11 novembre 2023) l’eco mediatica su questo terribile fatto di cronaca (che si è trasformato in discorso politico) e’ iniziata a calare. Forse, bisogna farlo anche (se non soprattutto) perché su questa vicenda non cada, mai più, il silenzio.
Il giorno seguente i funerali di Giulia, su Vogue Italia, il giornalista Paolo Armelli scriveva: “Siamo abituati a intendere universali certi rituali del lutto, ma anche portati a pensare che una morte così impensabile e devastante sfoci inevitabilmente in un silenzio assordante, in un mutismo che non lascia scampo” .
E invece no, il lutto privato è diventato un fatto pubblico, al silenzio si è sostituito il rumore.
Non a caso, il 5 dicembre, all’uscita dalla chiesa di Santa Giustina del feretro di Giulia Cecchettin, le migliaia di persone presenti a Padova, a Prato della Valle, hanno agitato chiavi e campanelli per “fare rumore“, così come aveva chiesto Elena Cecchettin rivolta alle telecamere, subito dopo il ritrovamento del cadavere della sorella. E lo stesso gesto avevano ripetuto tante donne e tanti uomini nelle manifestazioni per il 25 novembre, in tante piazze italiane.
E così, le chiavi, e il loro rumore, sono diventate simbolo della lotta contro la violenza di genere. Quelle “chiavi”, che dovrebbero rappresentare la sicurezza di un luogo sicuro quale la casa, erano lì a denunciare che quel luogo (la casa appunto) troppo spesso si trasforma in una prigione, dove si agita la violenza contro le donne.
A tal proposito, Lea Melandri su Il Manifesto del 7/12/2023, scrive: “La vicenda dolorosa, inquietante di un ennesimo femminicidio anziché chiudersi nel riserbo privato di una famiglia ferita, per la prima volta ha visto aprirsi le porte di casa e uscire da quegli interni domestici parole che finora si erano sentite solo nelle manifestazioni del femminismo in particolari ricorrenze”. La famiglia Cecchettin è riuscita, in questo modo, a dar voce e incisività al vecchio slogan “il personale è politico” che per generazioni le femministe avevano, inascoltate, gridato nelle piazze. Quello slogan (aggiunge Lea Melandri) “non poteva tornare al centro dell’attenzione in un modo più adeguato e insieme più sorprendente“.
Per la prima volta, a prendere la parola pubblica su un ” fatto privato” e’ stato un uomo, un padre, e lo ha fatto rivolgendosi, in primis, agli uomini nominandoli “agenti di cambiamento contro la violenza di genere” e invitandoli a parlare agli altri maschi e a sfidare “la cultura che tende a minimizzare la violenza da parte di uomini apparentemente normali”.
Chiamando in causa gli uomini, Gino Cecchettin ha spostato, come non mai prima, il focus dell’attenzione pubblica dalla vittima (la donna) all’aggressore (il maschio), dalla patologia del singolo alla cultura del patriarcato, responsabile di aver generato tale violenza.
“Se la critica più radicale alla violenza maschile sulle donne ha potuto rimanere così a lungo ignorata, osteggiata o tenuta sotto silenzio, è perché il cambiamento delle coscienze avvenuta con la rivoluzione del movimento delle donne degli anni Settanta attendeva ancora quella dichiarazione pubblica” (Lea Melandri, ibidem).
Dichiarazione pubblica che si connota come assunzione di responsabilità e spinge Gino Cecchettin, sulla scia di De Andrè, ad affermare: “da questo tipo di violenza che è solo apparentemente personale e insensata si esce soltanto sentendoci tutti coinvolti. Anche quando sarebbe facile sentirsi assolti. “
L’imputato chiamato in causa non è qui Filippo Turetta, non è l’ex fidanzato reo confesso, ma siamo tutti noi: le famiglie, la scuola, la società civile, l’informazione.
Gino Cecchettin è riuscito così a trasformare la «tempesta terribile» che si è abbattuta sulla sua famiglia in un’opportunità, dandoci una lezione civile di incomparabile bellezza, rispondendo all’odio e alla violenza, che gli hanno portato via la figlia, con uno straordinario discorso e con i versi del poeta e aforista libanese Khalil Gibran (1883-1931), per dare “una reale rappresentazione di come bisognerebbe insegnare a vivere“:
“Il vero amore non è né fisico né romantico.
Il vero amore è l’accettazione di tutto ciò che è,
è stato, sarà e non sarà.
Le persone più felici non sono necessariamente
coloro che hanno il meglio di tutto,
ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno.
La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta,
ma di come danzare nella pioggia…”
Sono versi che appartengono ad un più ampio capitolo della più famosa opera di Gibran Il Profeta in cui un saggio Profeta parla ai suoi discepoli dell’amore e afferma: “L’amore non dà nulla oltre sé stesso e non prende nulla se non da sé stesso. L’amore non possiede né vuol essere posseduto. Perché l’amore basta all’amore”.









