BENE INVECE LA NOVITA’ DELLE CER, COMUNITA’ ENERGETICHE RINNOVABILI
Quando, nel 1999 con il Decreto Bersani e nel 2000 con il Decreto Letta, si liberalizzarono i mercati rispettivamente dell’energia e del gas, ebbi modo di dire che le promesse di calo dei prezzi e di “libertà di scelta” espresse dai Ministri proponenti erano, con buona probabilità, false. Nella mia ignoranza e dal mio piccolo osservatorio (Presidente di una piccola azienda municipalizzata che ancora si occupava di distribuzione del gas) cercai di capire come si poteva acquistare sul mercato e a prezzi più convenienti lotti di materia prima, nel mio caso gas metano, da distribuire ai cittadini. Mi spiegarono che occorreva passare da SNAM e quindi dal potere politico e dalla mediazione dei tanti uffici che svolgevano e svolgono direttamente o indirettamente un ruolo nel sistema delle relazioni internazionali: Vaticano, Servizi, Ministero degli Esteri, Grandi aziende statali, ecc. Se si avevano le giuste relazioni e si era funzionali al bilanciamento del sistema nazionale si potevano ottenere approvvigionamenti sicuri perché garantiti da SNAM e a buoni prezzi. La liberalizzazione a valle consisteva principalmente nell’obbligo di separare le attività della filiera distinguendo tra le società che gestivano le infrastrutture, la distribuzione e la vendita. Di fatto voleva dire aprire le concessioni per lo stoccaggio e distribuzione alle altre grandi Società nazionali europee (le quali hanno mantenuto spesso un solido controllo statale) e attribuire alla vendita il compito di garantire la concorrenza utilizzando i margini ricavati da spread aggiunti al prezzo nazionale di riferimento e da oneri di commercializzazione con cui remunerare la specifica attività di vendita: predisposizione bollette, comunicazione, relazione con i clienti, ecc. Per raffigurare meglio il sistema introdotto dai Decreti Bersani e Letta, si può immaginare che siano stati introdotti due mercati: il primo, quello delle concessioni e delle importazioni dai Paesi produttori, fatto a misura dei grandi operatori statali, che risponde a logiche geopolitiche e ha sostituito i precedenti monopoli statali; il secondo, che potrebbe essere raffigurato come un mercato locale dove operino una pluralità di banchi che vendono arance ma con l’obbligo di approvvigionarsi dallo stesso fornitore, il quale ha dimensioni tali che può rifornire tutti i banchi allo stesso prezzo oppure decidere di farli fallire e sostituire gli operatori finanziariamente più fragili. I tempi lunghi per l’adeguamento alle nuove norme, oltre venti anni, hanno prodotto il paradosso di oggi. La situazione geopolitica è mutata, così come sono mutati i rapporti di forza tra potenze, Stati europei e Paesi produttori. I partiti di allora non ci sono più e a gestire la fine del mercato protetto (o vincolato) c’è un Governo guidato da politici che allora votarono contro e a protestare ci sono politici molto vicini a chi allora propose e approvò quelle cosiddette riforme. I grandi monopoli statali, sempre più privati, hanno avuto il tempo di organizzarsi e trasformarsi garantendosi posizioni di dominio e di rendita che fanno il paio con quelle monopoliste godute in passato. I prezzi al consumo sono ben lontani dal diminuire poiché da un lato la concorrenza di mercato non ha alcun effetto sui prezzi di importazione della materia prima (mentre invece continua ad averlo il sistema di relazioni bilaterali tra Stati) e l’introduzione di uno spazio concorrenziale ha aumentato la filiera del valore a danno del consumatore finale: al prezzo della materia prima si sono aggiunti spread e oneri di commercializzazione per remunerare i venditori, oneri di trasporto aggiuntivo per garantire ridondanza sulle reti, oneri di controllo delle diverse autorità e gestori di sistema. C’erano alternative a questo disastro annunciato? Certamente l’alternativa non penso si debba o possa ricercare nella conservazione del passato o nel sem – plice richiamo a “quanto era bello quando c’era Mattei”. L’appartenenza all’Europa è stata trattata nel segno dell’espansione del liberismo e questa è una delle conseguenze. Già sarebbe un passo avanti riconoscere l’illusione di tale approccio anziché continuare a sognare nuovi Prodi o riedizioni di bersaniane “lenzuolate”. Credo che il tema dell’energia, per essere affrontato efficacemente, debba essere riproposto dal punto di vista del “bene comune”, da organizzare e rendere accessibile con la massima trasparenza direttamen – te dallo Stato, ovvero anche attraverso lo strumento delle “concessioni” da attribuire tramite gara pubblica sulla base di obiettivi e programmi chiari. La nascita di mercati concorrenziali capaci di inci – dere sul prezzo al consumo non può essere imposta ideologicamente. Produzione, distribuzione e vendita, quando sono artificiosamente separate, generano mercati finti ma, se le si tiene insieme, torniamo di fatto al passato. La soluzione, certamente di parte, credo stia invece nelle CER, Comunità Energetiche Rinnovabili, le uni – che forme di impresa che possono rafforzare il con- sumatore finale rendendolo anche produttore. Inoltre lo sganciamento progressivo dalle energie fossili, grazie a politiche nazionali ed europee di penalizzazione di queste ultime, e da quelle nucleari è l’unica strada per ragionare in termini di rete dove la formazione del prezzo dipenderà sostanzialmente dalle infrastrutture messe a disposizione dallo Stato, o in futuro dalla UE, e dal prezzo delle tecnologie di produzione e stoccag – gio di energia. Le reti di trasporto locale (multifunzione) potrebbero essere date in gestione agli Enti locali, ad esempio alle Province o alle Città Metropolitane. Da pochi giorni è stato dato il via libera al Decreto at – tuativo per la formazione delle CER, anche se pas – seranno ancora alcuni mesi perché possa diventare davvero operativo. Forse è la volta buona per iniziare un cammino che avrebbe già dovuto iniziare probabilmente venti anni fa, anziché perseguire la strada del bonus individuale. Questo capita quando la politica è priva di bussola. L’energia bene comune dovrà tenere l’orientamento rivolto a sinistra affermando con coerenza l’uso di energia da produrre in modo diffuso, la contrarietà all’energia quale forma concentrata di potere qual è quella delle centrali nucleari da difendere con guerre ed eserciti, il sostegno alla domanda di energia rinnovabile tramite lo strumento dell’adesione alle CER, facendo dell’energia uno strumento democratico di aggregazione e di coesione territoriale. Hermann Scheer: “Occorre utilizzare le risorse rinnovabili regionali fornite dal sole: la mano visibile del sole invece della mano invisibile del mercato globale delle risorse per l’energia, il cibo e le materie prime.”
LE ILLUSIONI DELL’ENERGIA AFFIDATA AL MERCATO
di Aldo Corgiat









