Prima di entrare nel merito dei contenuti della legge Nordio, è fondamentale analizzare il contesto in cui è stata approvata e il disegno di cui questa vera e propria controriforma rappresenta solo un tassello, il primo cruciale tassello.
Per quanto riguarda il contesto, credo siano emblematiche due decisioni assunte a stretto giro dal Governo.
Parto dalla scelta di impedire ai fuori sede di votare nelle città dove lavorano o studiano (cosa che invece avevano potuto fare – anche su richiesta della Cgil – sia alle ultime elezioni europee, che ai referendum sul lavoro). Si tratta di cinque milioni di persone che dovranno pagarsi un biglietto di treno o di aereo, o che – se sono lavoratori – dovranno magari consumare anche dei giorni di ferie, per esercitare il loro sacrosanto diritto di recarsi alle urne e partecipare a un referendum cruciale per il futuro democratico del nostro Paese.
Per arrivare al secondo “pacchetto sicurezza” varato dal Consiglio dei ministri. Il primo sta già producendo tutti i suoi danni. Basti pensare ai sindacalisti che si ritrovano sotto procedimento penale per aver osato scioperare e manifestare democraticamente. Come se ciò non bastasse, il nuovo decreto imprime un ulteriore salto di qualità con l’introduzione di altre norme pericolosissime, che puntano da una parte a restringere ancor di più libertà fondamentali sancite dalla nostra Costituzione, a partire da quella di manifestare “pacificamente e senz’armi”; dall’altra a sottrarre i provvedimenti restrittivi che vi sono previsti alla valutazione – e quindi alla garanzia – dell’autorità giudiziaria autonoma e indipendente, per attribuirlo alle sole autorità di pubblica sicurezza e – in ultima analisi – all’Esecutivo.
Non credo serva aggiungere molto altro, per spiegare su quale disegno complessivo di democrazia stia lavorando la maggioranza di governo. Una democrazia in cui meno persone manifestano il loro pensiero e scendono in piazza per rivendicare i loro diritti e meglio è; in cui meno persone votano e meglio è (anche per questo hanno provato ad accorciare il più possibile i tempi della campagna elettorale); in cui la partecipazione democratica si esaurisce in una delega in bianco firmata ogni cinque anni a favore dell’uomo o della donna soli al comando, che esercitano il mandato senza rendere conto a nessuno, se non ai poteri forti, che un modo per far valere i propri interessi lo trovano sempre.
Ed è proprio per realizzare questo disegno, che le tre principali forze politiche della maggioranza stanno tentando – ciascuna per la sua parte – di sovvertire la Costituzione antifascista, nata dalla Resistenza e fondata sul lavoro: archiviando l’indipendenza del potere giudiziario, attraverso lo smantellamento del Consiglio superiore della Magistratura; la nostra Repubblica parlamentare, attraverso il premierato; l’unità e la coesione nazionale, attraverso l’autonomia differenziata.
Venendo invece al merito della legge Nordio, occorre innanzitutto sgombrare il campo da un equivoco: non siamo di fronte a una riforma della giustizia, abbiamo piuttosto a che fare con un provvedimento ideologico che non migliora in nulla la qualità e l’efficienza del servizio giustizia (non risolve – solo per fare qualche esempio – la carenza degli organici, il problema del precariato, l’arretratezza della strumentazione tecnologica) e che non rafforza affatto le garanzie e i diritti dei cittadini, ma – al contrario – li mette pesantemente in discussione. È sufficiente leggere la propaganda dei partiti di maggioranza (il cui slogan è – sostanzialmente – “più manette per tutti”) per rendersene conto (con Palazzo Chigi ormai arrivato a pretendere di decidere, al posto di Pm e Giudici, le imputazioni e magari anche le condanne).
In definitiva, stravolgono il titolo IV della Costituzione per colpire un principio basilare del nostro stato di diritto e della nostra stessa democrazia: l’indipendenza del potere giudiziario, che non è il privilegio di una casta, ma la garanzia fondamentale affinché davvero tutti i cittadini e tutte le cittadine siano eguali di fronte alla legge.
Lo scopo è fin troppo evidente: subordinare – in particolare i Pubblici ministeri – al potere politico, in modo da indebolire il controllo di legalità che solo una magistratura indipendente può esercitare pienamente nei confronti di chi esercita il potere politico e di chi detiene quello economico e finanziario. Ed è francamente risibile l’argomento che stanno utilizzando per smentire questo pericolo: il non aver modificato l’art. 104 della Costituzione, che stabilisce che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. La Costituzione – in questo, come in altri casi – sancisce un principio, che poi però va attuato e garantito effettivamente. Infatti, e non a caso, l’attacco mira al “cuore costituzionale” dell’indipendenza della magistratura: ossia all’org
ano di autogoverno, Il Csm, che viene diviso in tre parti (“divide et impera”…), cancellando il principio di rappresentatività dei magistrati attraverso l’introduzione del sorteggio dei membri togati. Siamo a una sorta di “indipendenza lasciata al caso”.
Il sorteggio dei membri togati, oltretutto, è un aspetto tanto grave quanto grottesco: con i cultori dell’ideologia del merito (quella sedicente “meritocrazia” con cui hanno persino storpiato il nome del più importante dei ministeri, quello dell’Istruzione pubblica), che adesso spiegano che la soluzione migliore per determinare la composizione di un fondamentale organo costituzionale sia il principio dell’“uno vale uno”. Tutto questo – palesemente – non c’entra nulla con il garantismo, che – è il caso di ribadirlo – non è assolutamente nelle corde di un Governo che approva provvedimenti liberticidi come i decreti sicurezza; che si inventa un reato al giorno; che criminalizza il conflitto sociale; che non perde occasione per attaccare perfino il diritto di sciopero. Quello che loro definiscono “garantismo” è, in realtà, esattamente l’opposto: impunità per i potenti, logica securitaria e repressiva per tutti gli altri, e soprattutto per i più deboli.
Di tutto ciò, come Comitato della società civile per il No nel referendum costituzionale, noi dobbiamo parlare con quante più persone possibili, per spiegare come stanno davvero le cose, per demistificare tutte le falsità che Governo e maggioranza stanno alimentando quotidianamente; e anche per declinare in positivo le nostre ragioni, che non sono solo quelle di semplice opposizione a questo progetto, ma che propongono un’idea radicalmente alternativa di società, di democrazia e anche di giustizia: una giustizia umana, veloce, efficiente, effettivamente dalla parte dei cittadini.
Fino a qualche settimana fa, i sostenitori della legge Nordio sembravano avere il favore dell’opinione pubblica. Ma più si entra nel vivo della campagna elettorale, più sale il numero di cittadini che si rende conto che la posta in gioco è altissima: è in gioco la nostra Costituzione e il bilanciamento dei poteri che rende quella italiana una democrazia e non una democratura. E gli elettori che hanno a cuore la Carta, i suoi equilibri e le sue garanzie, ogni qual volta sono stati chiamati a difenderla da chi voleva stravolgerla, si sono rivelati maggioritari.
Se, insieme, faremo fino in fondo la nostra parte, succederà anche il 22
e il 23 marzo.
La Cgil, che la Costituzione ha contribuito prima a conquistarla e poi a scriverla, facendole varcare i cancelli delle fabbriche e dei posti di lavoro, si sente pienamente parte di questa battaglia, difficile ma assolutamente necessaria.









