“Anche quest’anno la Mostra Internazionale d’arte cinematografica proietterà la bellezza di Venezia nel mondo”: queste le parole del Sindaco Brugnaro all’inaugurazione della Mostra del Cinema di Venezia”. Seduti, accanto a lui, in platea, il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano (ancora in carica al momento dell’inaugurazione della Mostra) e il Presidente della Regione Veneto Luca Zaia.
E’ Il Sindaco, indagato per corruzione nell’inchiesta denominata “Palude Venezia”, a parlare della “bellezza” che Venezia, dalla più antica Mostra del Cinema, proietta al mondo intero.
C’è qualcosa di stridente nelle parole del Sindaco e c’è qualcosa di inopportuno e, nel contempo, di profondamente immorale nella sua presenza alla Mostra Internazionale del Cinema così come alla Regata storica. Perché Venezia oltre che a se stessa appartiene al mondo intero. Tant’è’ che tutta l’opposizione di Centrosinistra in Consiglio Comunale è uscita, in occasione della Regata Storica, con un comunicato, REGATA STORICA: NON SI PUO’ FAR FINTA DI NULLA, e non ha partecipato alla tradizionale manifestazione dalla MACHINA (il palco galleggiante che viene costruito di fronte all’Università di Ca’ Foscari e che è il punto d’arrivo delle barche a remi). “Di fronte alla gravità di un sistema che ha portato alla mercificazione della funzione pubblica e all’evidente commistione tra interessi privati e pubblici, non possiamo assistere a questo importante evento per la città come se nulla fosse. Parteciperemo alla Regata Storica dalle rive, dalle barche, ma non dalla MACHINA. Oggi viviamo una situazione eccezionale che dobbiamo superare il prima possibile e il solo modo di farlo è andare il più presto alle urne” afferma l’opposizione. Neppure le remiere alzano il remo in segno di saluto e sulle rive spuntano cartelli che invitano Brugnaro a dimettersi.
In una città, che appartiene al Patrimonio Universale dell’Umanità, che rappresenta per l’Unesco ”un capolavoro del genio creativo umano” in cui “le barene hanno la stessa importanza delle isole” e “le case fondate sui pali, i villaggi di pescatori e le risaie richiedono di essere protetti allo stesso modo dei palazzi e delle chiese” , un’inchiesta giudiziaria paragona la laguna, come ha osservato Francesco Furlan in “Palude Venezia” (supplemento gratuito del quotidiano “La Nuova di Venezia e Mestre” del 9 agosto), ad “una palude in cui gli imprenditori cercano sponde per aggiustare varianti urbanistiche o appalti e si mescolano interessi pubblici e privati , al riparo formale del blind trust”.
Tecnicamente, il “blind trust” consiste in un affidamento fiduciario nel quale il titolare conferisce un proprio patrimonio ad un consiglio (truestee) direttivo. Quello istituito da Brugnaro, nel dicembre 2017 (mutuato dagli Stati Uniti) è stato il primo blind trust italiano e, in esso, il Sindaco ha fatto confluire tutte le sue società proprio per far tacere le polemiche sul conflitto d’interesse. Tuttavia, il sospetto degli investigatori è che il Sindaco Brugnaro, il capo di gabinetto del Comune di Venezia, Morris Ceron e il suo vice, Derek Donadini, non abbiano mai smesso di occuparsi dei loro affari “attivamente e in prima persona”, come nel caso dell’area dei Pili.
I Pili sono un’area di 42 ettari affacciati alla laguna, a ridosso del Ponte della Libertà, la cui proprietà appartiene al Sindaco di Venezia, attraverso la Società “Porta di Venezia”. L’area, che Brugnaro aveva acquistato (quand’era soltanto imprenditore e non ancora sindaco di Venezia) per 5 milioni di euro è stata oggetto di un tentativo (non riuscito) di vendita all’imprenditore di Singapore Ching Chiat Kwong (anch’esso indagato per corruzione), al costo di 150 milioni di euro, con la promessa di aumentarne la superficie edificabile. Omettendo, tuttavia, di dire che i Pili sono un’area da bonificare e che, per il Ministero dell’Ambiente, sono un sito “ad alto rischio ambientale”. Per favorire l’operazione, Brugnaro avrebbe, inoltre, ceduto allo stesso Knowng palazzo Poerio Pappadopoli sottostimandone il reale valore.
Più di due anni d’inchiesta (pedinamenti, intercettazioni, trojan installati sui telefonini) per dare riscontro a quanto denunciato dall’imprenditore Claudio Vanin. Il quale, nell’ottobre del 2021, aveva presentato in procura di Venezia l’esposto da cui sono partite le indagini dell’inchiesta “Palude”. Poi la sua testimonianza, del 22 novembre del 2021, ritenuta, insieme all’esposto, attendibile dai P.M. Federica Baccaglini e Roberto Terzo, corredata di mail, video e messaggi. Si arriva, così, all’alba del 16 luglio di quest’anno e scatta l’operazione, con oltre 200 militari, coordinati dal nucleo di polizia economico-finanziaria di Venezia, impegnati a eseguire l’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza, nei confronti di 15 persone tra cui l’assessore Boraso, (il più “fidato” degli assessori del Sindaco) che viene arrestato e portato in carcere a Padova con l’accusa di corruzione e autoriciclaggio e la cui condotta viene definita dai PM una “mercificazione della funzione pubblica sistematica e compulsiva”. Poi il cerchio si allarga e gli indagati salgono a 33, otto dei quali riconducibili alla pubblica amministrazione locale: il direttore generale di AVM (Azienda Veneziana Mobilità – società per azioni del Comune di Venezia), Giovanni Seno, titolare dei contratti di servizio per TLP (trasporto pubblico locale), il responsabile del settore Appalti del Comune, Fabio Cacco, il direttore generale del Casinò di Venezia, Alessandro Catarossi, il direttore generale di Insula, Alessandra Bolognin oltre al capo gabinetto e direttore generale del Comune, Morris Cerron e al suo il vice Derek Donadini. Oltre alle persone fisiche risultano indagate 14 aziende. E così: “Venezia si mostrerà al mondo intero con quest’ombra pesante addosso: non solo il vasto, ramificato conflitto d’interessi, ma una rete apicale indagata a rappresentarla ai suoi massimi vertici e a trattare, in suo nome, ogni genere di affari, investimenti, progetti, mettendo a repentaglio l’affidabilità del sistema Venezia e l’immagine stessa di una città sotto gli occhi del mondo intero” (Gianfranco Bettin, Il Manifesto,18 luglio 2024).
La verità processuale procederà con i suoi tempi, la giustizia farà il suo corso e valuterà anche se la querela presentata, in data 6 settembre 2024, dal magnate del mattone, Mr Ching, all’ambasciata italiana di Singapore, nei confronti dell’imprenditore Vanin (dalla cui denuncia è partita l’inchiesta) con l’accusa di tentata estorsione, calunnia, false dichiarazioni ai P.M e diffamazione aggravata, abbia un qualche fondamento.
Ma c’è un altro aspetto della questione che, invece, è fondamentale affrontare ora.
E’ il tema, fortemente politico, della commistione tra pubblico e privato.
Come ha giustamente notato Luca Ubaldeschi, direttore responsabile di “La Nuova di Venezia e Mestre”, “è dall’avvento sulla scena politica di Silvio Berlusconi che la questione del conflitto d’interessi ha guadagnato un posto in prima fila nel dibattito pubblico” interrogando le nostre coscienze. Tuttavia, l’eccessiva personalizzazione del problema ha probabilmente impedito di analizzarne a fondo le cause e quindi di adottare antidoti e contromisure.
Lo scandalo dell’Amministrazione che ha governato Venezia dal 2015 ad oggi è, perciò, intrinsecamente politico e riguarda una gestione della cosa pubblica sempre sottomessa a logiche clientelari volte a favorire i privati ed a creare consenso politico con interventi di facciata. Gli stessi pm, Roberto Terzo e Federica Baccaglini, d’altronde, non esitano a definire, nelle carte dell’inchiesta, il sistema Venezia come un “mercimonio della funzione pubblica” volto a “coltivare gli interessi privati a detrimento del bene comune”
Nel 2015 Brugnaro si candida a sindaco contro Felice Casson (ex magistrato ed ex parlamentare Pd), vince il primo mandato, stravince il secondo, trasformando, come osserva Enrico Tantucci, nel già citato “Palude Venezia” supplemento al quotidiano “La Nuova di Venezia” “il tradizionale complesso d’inferiorità del “popolo” della terraferma nei confronti della dominante e dei suoi privilegi in nome di un egualitarismo per cui Venezia, Asseggiano e Tarù pari sono”.
Per una decina d’anni Brugnaro, nato a Mirano (in provincia di Venezia), classe 1961 (due mogli, quattro figli) è stato l’indiscusso “paron” de Venessia “dotato di quella faccia tosta che serve a raccontare l’eterna favola berlusconiana dei ricchi che una volta voltati in politica fanno non i loro interessi ma quelli della povera gente” come osserva Pino Corrias su “Il Fatto Quotidiano” del 3 agosto. “E il guaio è che la povera gente gli crede”.
Nel frattempo, i palazzi diventano alberghi, gli appartamenti si trasformano in locazioni turistiche, il privato che arriva mette a disposizione una cifra e in cambio ha il via libera per il cambio d’uso e la realizzazione di strutture turistiche. Al posto dei vecchi Piani Regolatori, rigidi e vincolanti, si sviluppa “l’urbanistica contrattata”, come la definiva Stefano Boato
“Uomo d’azienda, improntato però a una gestione familiare in cui il “padrone” che si è fatto da sé, controlla tutte le decisioni e tutti i processi produttivi, Brugnaro ha esportato questo modello anche alla guida dell’Amministrazione e […] i consigli comunali [di cui il Sindaco non ama la ritualità] si sono fatti più scarni […] e le sue presenze si son fatte fugaci […] Ma adesso “la strategia della semplicità delle soluzioni, del “risolvo tutto io” non funziona più […] e il re si ritrova nudo (Tantucci, ibidem).
Eh sì, perche’ Brugnaro ha privatizzato tutto ciò che è pubblico e la politica stessa fondamentalmente in due modi:
1) con un sistema di potere che qui abbiamo cercato di descrivere ed è oggetto delle indagini della Magistratura;
2) togliendo alla città e ai suoi cittadini qualsiasi forma di potere e di autogoverno: sottraendo ogni delega ai Consigli di Municipalità, sciogliendo gli organi di partecipazione (quali le Consulte, e i Forum), dimostrando la più totale incapacità (e non volontà) di ascolto dei cittadini.
Ma “el paron” ormai è nudo, i Veneziani sembrano risvegliarsi, voler uscire dalla palude in cui un governo corrotto e incapace l’ha sprofondata, voler riprendere nelle loro mani il governo della città, affermando che essa non è in vendita, che non ha bisogno di “paroni”, ma di ritrovare l’orgoglio di essere una grande città del mondo capace di prendersi cura di se stessa nel rispetto (e nell’amore) della propria storia millenaria. Storia che impone (e forse prefigura) un cambiamento di rotta e un futuro diverso, capace di riscattare Venezia dalla “miseria” presente. Mentre sta per calare il sipario sulla Mostra del Cinema, il Ministro alla Cultura, San Giuliano si dimette proprio mentre viene proiettato il film “Il figlio del secolo”, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Scurati, che è presente in sala, mentre tra lo scroscio di appluasi si alza un grido: “Viva l’Italia antifascista”. Perchè Venezia è anche, se non soprattutto, questo: oggi come ieri e a dispetto dei suoi scandali e/o della sua immagine da cartolina.










