La questione morale nasce nel momento in cui non viene più percepito il confine tra lecito e illecito.
Non occorre che vi siano una legge e una sanzione del codice penale, infatti la Costituzione all’art. 54 quando parla degli incarichi pubblici usa le parole disciplina e onore sapendo che entrambe non hanno con sé una sanzione penale, ma definiscono la persona, la sua onorabilità, ovvero come essa presenta la sua vita agli altri, alla società e come essa adempie al mandato seguendone le regole.
Questa attenzione nel prestare il proprio servizio agli altri nella funzione pubblica è l’attenzione dei Costituenti per affrontare la percezione comune che il potere non usi sé stesso per porsi al di sopra della legge e al tempo stesso per porre chi governa nell’obbligo di essere immune all’interesse proprio o di parte.
In questo non c’entra l’ideologia e neppure l’appartenenza politica, é la modalità dell’essere governati, dell’esercitare il potere ricevuto democraticamente per essere al servizio di una comunità.
La tentazione che sempre il potere porta con sé è quella di non rispondere più a nessuno, neppure alla legge, sia essa quella scritta o quella morale. Essere integro rispetto a tale tentazione è ciò che qualifica l’uomo pubblico come rappresentante di una società fondata sulla legalità, sulle regole, sui rapporti tra le persone che assicurino l’uguaglianza dei diritti. Quest’uomo pubblico garantisce una società che esclude l’arbitrio, la prevaricazione, l’arroganza, ma anche soprattutto il privilegio e l’illecito.

Che esista una questione morale crescente nel nostro paese è sotto gli occhi di tutti da più di cinquant’anni.
La sensibilità comune verso le illiceità del comportamento pubblico si è via via attenuata pensando alla fine che comportamenti o attività illecite, la corruzione ad esempio, siano pratiche normali, connaturate con l’esercizio di una pubblica utilità.
Con questo non si vuol dire che non esistano amministratori onesti, anzi gran parte di essi lo sono. Resistono alle profferte e tentazioni, mettono il loro comportamento in quella onorabilità e disciplina di cui parla l’art. 54 della Costituzione.
Sono persone che soffrono di un senso comune in cui si collega una corruzione dilagante con l’esercizio del potere. Badate bene non sono vittime, sono persone che fanno il loro lavoro con coscienza, attente al bene comune, che usano con prudenza il potere che è stato loro affidato, che non esitano a denunciare alla Polizia e alla Magistratura i comportamenti e le pressioni che ricevono per compiere atti che travalicano il limite della liceità.
Non di loro dobbiamo occuparci, ma solo ringraziarli.
Altro è invece il crescere delle emergenze che da tempo sono presenti nell’agire pubblico e sociale.
- La presunzione di una sorta di impunità dell’agire politico quando questo favorisce una parte rispetto alle altre, con scelte che assicurano l’elargizione di incarichi, commesse pubbliche, lavori e qualsiasi altra fattispecie di favore non giustificabile da un comportamento sopra le parti.
- La diffusione del pensiero, ormai generale, che sia compito della Magistratura affrontare la questione morale e che sia essa a dover sanare ciò che deriva da comportamenti illeciti sia sotto il profilo legale che etico.
- La diffusione sociale dell’ideologia del furbo, ovvero del clientes, la cui vicinanza al potere assicura benefici che saranno negati a gran parte del corpo sociale. Si è diffusa una concezione molto bassa di onorabilità che non presuppone la difesa delle proprie idee ma quella di un relativismo etico dove le idee vengono piegate all’utile personale e così facendo scompare una concezione sociale alta dove giustizia, equità, eguaglianza siano parte del modo di far crescere insieme la società. In questa concezione il furbo vale più dell’intelligente, certamente più del portatore di diritti ed emerge la falsa concezione individualista dove la presunta impunità del potere viene trasmessa a chi è sodale con esso.
- Il disinteresse alla legalità diviene il non vedere ciò che pure passa sotto gli occhi. Per ogni favore erogato c’è non solo chi ne trae vantaggio ma anche chi vede e tace. Quindi un tacere per quieto vivere o timore, che aiuta il proliferare dell’illecito.
Assieme alla legalità la questione morale è un principio basilare su cui costruire una società che abbia i presupposti di giustizia, rispetto dei diritti di singoli e imprese, equità, dignità personale e collettiva.
Qualche anno fa si è sentito il bisogno di istituire una Autorità anticorruzione, questo naturalmente faceva parte della sensibilità di parte della politica verso un fenomeno dilagante, per cui non bastava più il codice degli appalti per arginare una commistione oltremodo pericolosa tra il mondo malavitoso e la stessa intrapresa che concorreva agli appalti.
Noi siamo il Paese che ha avuto la necessità di costruire una commissione e una legislazione antimafia e che ha visto cadere in difesa della legalità, molti magistrati, poliziotti, carabinieri, persone comuni, imprenditori che si sono opposti a sistemi di potere fondati sul malaffare e sulla collusione tra potere politico e malavita.
Sembra che il Paese abbia dimenticato tutto questo e quando fu istituita l’Autorità anticorruzione presieduta inizialmente dal magistrato Raffaele Cantone, questa fu sentita più come una sorta di appesantimento burocratico che un argine morale atto a ripristinare condizioni di normale conduzione degli appalti e delle gare pubbliche. Questa autorità esiste anche oggi, seppur depotenziata.

Ma possiamo dire che essa assieme all’azione della magistratura non poteva e non può essere il baluardo che rende pratica comune quella modalità di comportamento che toglie dall’azione pubblica il sospetto del privilegio e della corruttela.
Più volte i magistrati hanno ribadito il concetto in sé banale, ovvero che la magistratura sulla base delle leggi persegue i reati e non è essa la soluzione della malattia, casomai è l’intervento puntuale su singoli fatti e comportamenti già avvenuti, mentre servono leggi che vogliano effettivamente eradicare la corruzione dalla discrezionalità dell’esercizio del potere e che queste leggi siano parte di una coscienza comune da costruire attraverso l’educazione e l’esaltazione dei valori relativi all’onestà dei comportamenti. Si chiedeva, e si chiede, una azione educativa dove il singolo tragga piacere dal comportamento lecito all’interno di una società di onesti.
Quest’ultimo punto ovvero quello della formazione alla legalità nei comportamenti sociali è stato più volte richiamato dallo stesso giudice Cantone e da molti altri giudici che, nel momento in cui esercitavano il dovere della giustizia richiamavano anche alla necessità di una educazione, a partire dalle scuole, per formare “dei buoni cittadini”.
Invece la realtà apre ripetutamente una questione politica troppo a lungo dimenticata dalla stessa sinistra. La questione morale sollevata a suo tempo da Enrico Berlinguer è stata poi derubricata da battaglia politica a una condizione prepolitica scontata dove l’onestà non è fatica, non è andare controcorrente, non è ribadire pervicacemente l’idea che sull’eguaglianza dei comportamenti si fonda non solo la giustizia, ma l’intera società.
Non è così e mai come ora nella questione morale abbiamo gli elementi di mutamento sociale che sanciscono l’esercizio del potere e da questo la creazione di una società basata sull’eguaglianza.
Si tratta di un compito grande per alcuni versi enorme, perché i media e parte della politica hanno trasmesso l’ideologia del merito disgiunto dall’etica del singolo, l’hanno separato dalla comunità e immesso nella relatività del giusto e dei comportamenti che ne conseguono.
Ripristinare l’onore e la disciplina ovvero la soggezione al bene comune dell’esercizio del potere politico nelle cariche pubbliche, è una battaglia che si può e si deve combattere perché sia ancora più evidente la differenza tra ciò che una sinistra nuova e radicale propone rispetto alle politiche di privilegio che sono invece ben presenti all’interno della destra. Significa far emergere nella coscienza dell’elettore la consapevolezza che chi elegge non deve far favori a nessuno, ma assicurare il bene comune.
Non cedere sulla questione morale permette di affrontare il nodo del potere, del suo essere servizio nel rispettare le persone, i lavoratori, le imprese, l’intera società. È questo un messaggio e un compito alto che può essere assunto in ogni territorio e che fa la differenza nella proposta politica, reintroducendo quell’educazione all’onestà che era caratteristica di un retto sentire la società e i rapporti tra i singoli.









