È tornata in ottima forma: determinata, serena, pronta alla battaglia. Del resto, Elly Schlein è fatta così: sa ciò che vuole e anche come ottenerlo. Sembra una ragazza acqua e sapone ma, in realtà, è una combattente. Ha grinta, tenacia, discrete capacità di leadership, un afflato globale e una visione a trecentosessanta gradi dello scenario internazionale. Se dipendesse da lei, pertanto, andrebbe tutto bene. Il problema è che non dipende tutto da lei, come peraltro è giusto che sia in un partito plurale, quale sostiene di essere il PD, e in una coalizione che abbraccia culture e tradizioni assai diverse, talvolta ai limiti dell’inconciliabilità. Basti pensare a Conte e Renzi: come far coesistere il leader del partito che più di tutti si è opposto al renzismo, specie nella sua fase arrembante, e un personaggio divisivo come l’ex rottamatore di Rignano sull’Arno, che ancora rivendica con orgoglio di aver mandato a casa “Giuseppi” per favorire l’avvento di Draghi a Palazzo Chigi? Può bastare, ad esempio, in Liguria una lista simil-civica, togliendo il simbolo di Italia Viva e magari costringendola ad abbandonare la giunta genovese di Bucci, di cui ha fatto parte con orgoglio per anni (l’assessore chiamato in causa, per ora, ci pare di diverso avviso)? Ma, soprattutto, ha senso una reunion che, politicamente parlando, si giustifica solo dal punto di vista numerico, dato che sui singoli temi i vari partiti della coalizione esprimono linee inconciliabili? Davvero la segretaria del PD, in nome dell’anti-melonismo, può pensare di mettere insieme l’alterglobalismo dei 5 Stelle con lo sviluppismo di Renzi e Calenda, all’insegna delle grandi opere e di un’idea complessiva di società molto più in linea con quella della premiata ditta Toti-Bucci che con quella del centro-sinistra?

Certo, almeno si è arrivati a convergere sul nome dell’ex ministro Andrea Orlando, grazie anche alla generosità del senatore pentastellato Luca Pirondini, ben cosciente di avere meno possibilità di vincere rispetto a un personaggio che non sprizza carisma da tutti i pori ma ha comunque una solida cultura politica e amministrativa e, soprattutto, uno standing, maturato nel corso degli anni, che gli consente di parlare a più mondi e di aggregare ampi pezzi di società intorno alla propria figura. Può bastare? Speriamo di sì, ma non sarà una passeggiata.

3 a 0 e poi?

Qualora a Schlein dovesse andare tutto bene, considerato che la destra non naviga in buone acque, prigioniera com’è delle sue divisioni, dei soldi che mancano in vista della Legge di Bilancio e delle tensioni internazionali venutesi a creare dopo il no della Presidente del Consiglio al bis di Ursula con der Leyen, qualora Schlein, dicevamo, dovesse vivere un autunno trionfale, conquistando tutte e tre le regioni al voto, come potrebbe investire efficacemente il capitale di fiducia e credibilità acquisito? Liguria, Emilia Romagna e Umbria sono tre regioni storicamente rosse, anche se la prima venne gentilmente regalata alla destra, al pari della città di Genova, proprio dal PD renziano e la terza finì nelle mani della leghista Donatella Tesei per via delle vicende giduiziarie che travolsero la sinistra nello scorso decennio. Si tratterebbe, dunque, di un ritorno a casa più che di una conquista: non stiamo parlando della Lombardia o del Veneto. Sia come sia, il 3 a 0 è possibile, e anche se Meloni e i suoi cercheranno di derubricarlo a voto locale, sanno benissimo che non è così, comunque vada a finire, e che in caso di disfatta ci sarebbero conseguenze. La Presidente del Consiglio vuole evitare a tutti i costi un rimpasto: sa che la struttura dell’esecutivo è fragile e che, se dovesse modificarne l’assetto, magari rinunciando a qualche personalità del suo stesso partito (vedasi alla voce Santanchè), potrebbe venire giù tutto. Sa anche tuttavia, che in caso di tripla sconfitta, un passaggio al Quirinale sarebbe necessario, dato che gli alleati sarebbero i primi a chiederle conto del disastro.

L’autunno, poi, è la stagione che ci dirà chi sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca. In caso di vittoria di Harris, è noto, il governo subirebbe un contraccolpo di non poco conto, poiché la leader di Fratelli d’Italia costituisce l’antitesi dell’ex procuratrice della California. E a poco potrebbe servirle il buon rapporto che pure si è saputa costruire con Biden. Peserebbero come macigni, difatti, le sue antiche relazioni con la galassia trumpiana, a cominciare dall’ex ideologo del MAGA, Steve Bannon, e dal multimiliardario patron di X, Elon Musk.

Uno scenario del genere rafforzerebbe, oggettivamente, la segretaria del PD, consentendole persino di immaginare una caduta anticipata del governo, soprattutto se in primavera dovesse arrivare il referendum sull’autonomia differenziata, che ha ottime probabilità di superare il quorum e vedrebbe la vittoria schiacciante dei SÌ.

Son tutte rose e fiori, quindi? Dipende.

Conte
Giuseppe Conte

L’incognita del M5S

Dipende, in particolare dal M5S. E qui ci permettiamo di dare un consiglio a Schlein. Cara segretaria, molte e molti di coloro che l’hanno votata non erano iscritti al PD nel momento in cui si sono messi in fila per sostenerla, e questo lei lo sa. Erano apolidi, ex elettori del PD, elettori o addirittura militanti di Sinistra Italiana e, per l’appunto, elettori del M5S, che hanno investito su di lei nella speranza di poter ricostruire il campo progressista, unica possibile alternativa al predominio delle destre. Ebbene, quelle persone meritano rispetto. Il campo largo, infatti, non può nascere senza la dovuta chiarezza su alcuni temi cruciali: dalla guerra, su cui è imprescindibile ormai assumere una posizione convintamente pacifista, sola opportunità di salvezza per il martoriato popolo ucraino, alla crisi israelo-palestinese, su cui non si può non avere una posizione di condanna netta e inequivocabile nei confronti di Netanyahu, che ha approfittato della barbarie del 7 ottobre per compiere un’autentica mattanza nei confronti dei palestinesi, dando addirittura mano libera alle frange più estremiste dei coloni e ai personaggi più improbabili del suo governo. Senza dimenticare che alcune battaglie, dal Reddito di cittadinanza al congedo paritario, sono inscritte nel DNA del M5S e fanno parte delle sue proposte costitutive. Capisco che il Partito Democratico, dopo la sbornia renziana e il lungo periodo di ambiguità che lo ha caratterizzato, abbia bisogno di riconciliarsi col mondo della sinistra, ma la competizione serrata con un potenziale alleato, tramite appropriazione delle sue idee migliori, è incomprensibile e, a dire il vero, altamente sconsigliabile, specie in una fase storica in cui il soggetto in questione è sotto stress per una Costituente che ancora non decolla e per i venti di scissione che soffiano sempre più impetuosi (Grillo, oltretutto, è ligure e una rottura massiccia da quelle parti potrebbe giocare rivelarsi esiziale per la candidatura di Orlando). Non le chiediamo di blandire i pentastellati: un po’ di competizione interna, anzi, potrebbe rivelarsi salutare per entrambi, ma di rispettarne fino in fondo il travaglio sì, anche perché sappiamo che non è nella sua natura comportarsi in maniera scorretta.

Se alleanza dev’essere, e dev’essere, pena la ripetizione del disastro del settembre 2022, tutti i partiti che fanno parte della coalizione devono avere pari dignità. Aggiungiamo: sarebbe più che opportuno che gli alfieri del Terzo polo, non proprio dei campioni di unitarietà e spirito costruttivo, per usare un eufemismo, andassero dove li porta il cuore, e la direzione non è mai stata a sinistra. Conte, dal canto suo, ha commesso degli errori ma sul punto ha ragione: sono molti di più i voti che farebbero perdere di quelli che porterebbero alla causa.

La via Emilia e il West

In conclusione, nell’anno in cui raggiungerà il traguardo dei quaranta, Schlein sarà costretta a percorrere la strada strettissima che congiunge la via Emilia, sua terra d’elezione e cassaforte di voti nonché simbolo della buona amministrazione democratica, e il West, ossia la Liguria su cui, come ha spiegato Orlando poco prima dell’investitura a candidato, non devono scaricarsi le tensioni accumulatesi altrove, se non si vuole correre il rischio di gettare al vento un’occasione più unica che rara. Schlein lo sa: nella regione che diede i natali a Colombo e Mazzini, il campo progressista, sua unica ragione di esistenza politica in questa fase storica e solo progetto che possa vederla protagonista, o rinasce e si afferma, amalgamandosi e trovando finalmente un senso e una compattezza, o implode. Nel primo caso, lei avrebbe tutti i numeri per puntare a Palazzo Chigi; nel secondo, la sua esperienza alla guida del PD sarebbe prossima alla conclusione.

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