Il cessate il fuoco che tanto abbiamo chiesto per 15 mesi è arrivato. Lo abbiamo urlato nelle piazze, lo abbiamo chiesto andando al valico di Rafah con la Carovana di operatori umanitari, parlamentari e giornalisti organizzata da AOI, Assopace e Arci, ormai 10 mesi fa. Ora, dopo troppo tempo, la tregua è arrivata, eppure lascia in bocca un sapore amaro. Era indispensabile ottenerla, è un sospiro di sollievo più che necessario per la popolazione di Gaza da 15 mesi sotto incessanti e intensi bombardamenti senza nessun luogo sicuro in cui rifugiarsi, ma rimangono tanti interrogativi sul futuro. Interrogativi che si fanno più cupi se andiamo ad osservare e a mettere a fuoco sulle mappe che cosa è rimasto di Gaza. Le tante immagini che grazie ai giornalisti palestinesi – 195 dei quali sono stati uccisi – abbiamo potuto vedere, da mesi ci danno la misura della devastazione, ed è chiaro che della Gaza che conosciamo non c’è più nulla che esista ancora. E per questo è più che mai importante fermarsi a guardare, perché siamo arrivati alla tregua, ma la prospettiva di un ritorno ad una parvenza di normalità appare davvero lontana.
Dati ufficiali: in 466 giorni 46.645 uccisi e 110.265 feriti
Secondo i dati forniti dall’agenzia delle Nazioni Unite OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) che si basano su quelli del Ministero della Salute di Gaza, lo scorso 14 gennaio – il giorno precedente l’annuncio della tregua – a 466 giorni dal 7 ottobre 2023 le persone uccise a Gaza erano 46.645, in media 100 persone al giorno con un numero di feriti altissimo, pari a 110.265.Si tratta di numeri impressionanti, che tuttavia sono con buona probabilità sottostimati, come ha messo in luce lo studio pubblicato il 10 gennaio dalla rivista britannica The Lancet, secondo il quale il numero delle vittime al 30 giugno 2024 sarebbe stato nella realtà più alto di circa il 40 per cento rispetto a quello fornito dal Ministero della Salute di Gaza.Al 30 giugno 2024 l’offensiva israeliana aveva causato 37.877 morti secondo i dati del Ministero della Salute, mentre secondo Lancet i morti in quel periodo sarebbero stati già più del doppio, ovvero 64.260, cifra che rappresenta circa il 2,7 per cento della popolazione di Gaza prima del 7 ottobre.
Anche stando ai dati più bassi forniti dalle Nazioni Unite, negli ultimi 15 mesi gli attacchi israeliani hanno ucciso 2 persone su 100, hanno ferito 5 persone su 100 e oltre 11.000 persone sono disperse, 2 ogni 200 abitanti.
90% la popolazione sfollata
Della popolazione che rimane, circa il 90% è stata costretta a sfollare, una percentuale tra le più alte registrate ne
i conflitti moderni, con interi quartieri rasi al suolo, inclusi servizi essenziali come scuole e ospedali, colpiti ripetutamente e deliberatamente in piena violazione del diritto umanitario internazionale. Tutto questo senza menzionare il collasso di infrastrutture vitali quali la rete idrica e fognaria e la fornitura di elettricità. La tregua inizia con 9 persone su 10sfollate, ammassate su circa il 10% della già minuscola Striscia di Gaza, per lo più in immense tendopoli che si trovano concentrate nei settori occidentalidi Deir Al Balah, Khan Younis e Rafah, nel centro-sud della Striscia, schiacciate tra la zona a est occupata dai mezzi militari di terra israeliani e il mare, con una media di appena 1,5 mq disponibili per persona. Sono le cosiddette aree umanitarie, tuttavia mai realmente risparmiate dai bombardamenti. L’area anord del corridoio Netzarim – la strada militare che taglia in due la Striscia da est a ovest a nord di Wadi Gaza – che include quello che rimane di Gaza City, una città di oltre un milione di abitanti prima del 7 ottobre, è completamente occupata dai carri armati israeliani, isolata dal resto della Striscia.
Nella prima fase della tregua, alla popolazione sfollata dovrebbe essere permesso tornare a nord, ma nella situazione attuale lo spostamento di quasi due milioni di sfollati non appare un’operazione semplice, né è scontato dove la popolazione potrà ricollocarsi.Interi quartieri sono infatti ridotti in macerie, il 92% delle case e l’80% degli edifici commerciali sono stati distrutti. Si stimano 42 milioni di tonnellate di macerie da smaltire, operazione che secondo il parere di esperti richiederà ingenti risorse economiche e tempo.
Sanità al collasso e scuole distrutte
Gli ospedali sono da mesi al collasso, a seguito dei ripetuti e diretti attacchi e la grave mancanza di forniture essenziali. Solo la metà dei 36 ospedali un tempo operativi sta parzialmente funzionando e nel Governatorato del Nord ne rimane solo uno. Il personale medico è stremato, lavora in condizioni di stress inimmaginabili, 1.060 tra medici e paramedici sono stati uccisi negli ultimi 15 mesi.
658.00 minori in età scolare hanno perso un intero anno scolastico. 496 scuole su 564 sono infatti state distrutte o gravemente danneggiate e quelle ancora in piedi sono o sono state utilizzate come rifugi per la popolazione sfollata, rendendo impossibile l’attività scolastica. 503 operatori scolastici sono stai uccisi e tutte le università di Gaza distrutte.
Si stima che anche il 68% dei terreni agricoli siano stati distrutti, la maggior parte dei quali nel Governatorato del Nord. Oltre a questo la maggioranza dei capi di bestiame, dei sistemi di irrigazione e dei macchinari e attrezzature per l’agricoltura sono andati distrutti. I terreni necessitano di operazioni di sminamento, pulizia dalle macerie e decontaminazione. Secondo i dati UNOSAT, il centro satellitare delle Nazioni Unite, circa 1.190km di strade sono stati distrutti, 415km gravemente danneggiati e 1.440km hanno subito danni più lievi. In sintesi, il 68% delle strade della Striscia non sono utilizzabili.
Garantire aiuti umanitari e una soluzione politica
In questo quadro, la necessità di aiuti umanitari è ingente ed è aggravata dal blocco dei valichi di accesso alla Striscia esercitato deliberatamente negli ultimi 15 mesi dalle autorità israeliane,esacerbando i bisogni della popolazione di beni essenziali quali acqua, cibo, medicinali, prodotti per l’igiene, indumenti pesanti. La gente di Gaza è stremata, affamata, malata, ferita e accanto alle ferite del corpo ci sono quelle più profonde generate dai vissuti traumatici ripetuti di questi ultimi 15 mesi.
La situazione è così catastrofica da costringere a porci domande urgenti sul futuro della popolazione di Gaza e sulla prospettiva di un ritorno a una parvenza di normalità. E’ necessario che la tregua venga innanzitutto rispettata e che sia finalmente garantita l’entrata continuativa di aiuti e operatori umanitari in numero adeguato, ma anche che possano entrare giornalisti e osservatori internazionali, per documentare e testimoniare le violazioni del diritto umanitario internazionale compiute e per scongiurare che avvengano di nuovo. E’ necessario che tutti gli sforzi rimangano concentrati a rispondere ai bisogni immediati e ingenti della popolazione stremata, ma anche che si costruiscano le condizioni per le successive fasi, per la ricostruzione, ma soprattutto che si apra la strada per una pace giusta.










