Tredicesimo rapporto mensile a cura della Ong Vento di Terra

Nel numero precedente di Restart abbiamo raccontato il periodo dal 1 novembre al 3 dicembre, poco più di un mese segnato da tanti fatti salienti, dalla vittoria di Trump alle elezioni statunitensi, al pronunciamento della Corte penale internazionale che ha emesso il mandato d’arresto per il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, al cessate il fuoco raggiunto tra hezbollah e Israele sul Libano, alla caduta del regime di Assad in Siria. In questo numero ci spingiamo fino al 19 gennaio, giorno che avrebbe dovuto vedere l’inizio della tregua a Gaza a partire dalle 8.30 del mattino e che invece è iniziata con qualche ora di ritardo, perché a detta del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Hamas non avrebbe consegnato in tempo i nomi dei primi tre ostaggi da liberare nel primo giorno di tregua. 19 gennaio che precede di un solo giorno quello dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca. L’accordo di tregua annunciato il 15 gennaio, in nulla diverso da quello già discusso mesi fa durante la presidenza Biden, non a caso stabilisce l’avvio della tregua a partire dal giorno precedente quello dell’insediamento di Trump, che se ne annovera il successo e con cui Israele, accettandolo, salda l’alleanza. Nel frattempo la Striscia di Gaza è rimasta drammaticamente sotto le bombe, con più di 100 persone uccise in un solo giorno dopo l’annuncio della tregua. In questo contesto, il nostro staff a Gaza continua ad affrontare ciò che a noi pare inaffrontabile, continuando a lavorare per dare supporto agli altri. Il nostro coordinatore locale Mohammed dal Cairo è in contatto costante con il nostro staff: insegnanti, educatori, assistenti sociali, psicologhe e psicologi, l’animatore del biblio-tuktuk. Siamo infatti riusciti a strutturare e ampliare il nostro intervento di supporto psicosociale e educazione, dando avvio a 5 scuole di emergenza che accolgono 800 minori sfollati, nelle aree di Deir Al Balah, Khan Younis e Gaza City. Al nostro storico team si sono aggiunti altri professionisti e nonostante la situazione catastrofica, è un momento di grande entusiasmo per quanto stiamo riuscendo a fare. Abbiamo anche finalmente ricevuto notizie da Jaber, direttore dell’organizzazione con cui avevamo dato avvio alla Gelateria Sociale. E’ attraverso le parole delle nostre persone a Gaza, come facciamo dall’avvio di questa terribile operazione militare, che vi raccontiamo l’apocalisse in cui è sprofondata da ormai 15 mesi la Striscia di Gaza.

17 dicembre

Oggi dopo mesi arriva finalmente un messaggio da Jaber: “Sfortunatamente il chiosco dei gelati nel Gaza Park è stato distrutto dai carri armati, così come tutta l’attrezzatura. Le pareti di legno sono state portate via dalla gente, che le usa come legna da ardere per cucinare.

I pannelli solari sono stati gravemente danneggiati a causa dei bombardamenti nelle zone limitrofe e di un colpo diretto che ha distrutto anche parte del soffitto del chiosco. Le batterie e gli inverter sono stati rubati. Un’organizzazione che offre servizi socio-sanitari mi ha chiesto se possono utilizzare l’edificio come centro medico per l’area di Al Bureij. Ho detto subito di sì, ci stiamo organizzando. La nostra sede è stata occupata dall’esercito israeliano e utilizzata come avamposto militare. Le pareti esterne sono completamente crollate, quelle interne danneggiate. Proverò a inviare delle foto. Mi spiace per queste brutte notizie, ma la buona notizia è che siamo ancora vivi. Mohammad e Ahmad, gelatai della Gelateria Sociale,  sono al sicuro. Gli altri non sono riuscito a contattarli, spero che siano al sicuro anche loro. Mando a tutti voi un abbraccio”.

1 gennaio

Non è stato facile ieri trovare le parole giuste per augurare buon anno alle nostre persone che a Gaza sono sotto le bombe da 15 mesi. Come al solito le loro risposte sono disarmanti. Lo psicologo Mohammed ci scrive così: “Grazie mille per queste parole sentite. I vostri pensieri e desideri significano molto per noi qui a Gaza. Con la conclusione di quest’anno, mi unisco a voi nella speranza in un futuro migliore, pieno di giustizia, libertà e pace per tutti. Possa l’umanità davvero ritrovarsi nei valori della compassione e nell’unità nell’anno a venire. Il vostro amore e sostegno portano forza e speranza, è qualcosa che apprezziamo profondamente. Auguro a tutti voi un nuovo anno pieno di felicità e soddisfazione. Con gratitudine.”

E il primo giorno dell’anno un altro bellissimo regalo è il messaggio di Fatima. Una fotografia bellissima, la prima che riceviamo, delle attività in corso nelle nostre scuole di emergenza appena allestite. Si tratta di tende che possono accogliere 40 bambini e bambine, le attività sono organizzate in 4 turni così da raggiungerne 160 in ciascuna, 800 in tutto. I disegni e le decorazioni sulle pareti bianche della tenda rendono lo spazio interno molto caldo e accogliente. E’ sempre impressionante vedere come il nostro staff riesca a trasformare ogni luogo dedicato all’infanzia, seppur in mancanza di tutto, in un posto bello in cui stare. “Ci stiamo aiutando l’un l’altro, quando siamo stanchi e provati riusciamo a sostenerci a vicenda. E’ questa la cosa più bella di questo periodo terribile”, scrive Fatima, la coordinatrice delle attività educative, a commento delle fotografie.

7 gennaio

Oggi il telefono squilla, la chiamata arriva dal numero WhatsApp di Jaber. Con grande emozione rispondiamo, ha la solita voce gentile e forte. Parliamo per qualche decina di minuti. E’ sempre nella sua casa nella campagna a sud di Al Burej, dove si è rifugiato con la famiglia alla fine dell’anno scorso. E’ una casa grande, con molto spazio esterno, dove ha lasciato sistemare altre famiglie, chi nelle tende chi all’interno, 100 persone in tutto. Ringrazia il cielo per aver riparato il pannello solare poco prima del 7 ottobre, dice che lì non hanno subito attacchi diretti e il pannello funziona ancora. Con l’elettricità prodotta riesce a far funzionare l’impianto che purifica l’acqua del pozzo. E stanno coltivando, come faceva prima del 7 ottobre, quella casa l’aveva costruita con tanto amore per avere un rifugio nella natura. Ci manda anche delle fotografie delle serre, sono bellissime e rigogliose, sembra un miracolo.

15 gennaio

Mohammed assiste con il fiato sospeso dal Cairo alle notizie sulla tregua ed è in continuo contatto con la sua famiglia e con il nostro staff: “Sono così felici, non possono credere che stia succedendo, aspettiamo fino a domenica perché inizi davvero. Almeno potranno tirare un sospiro di sollievo, dormire sentendosi al sicuro”. In questo momento di euforia riesce a scherzare con la sua famiglia che è dentro la Striscia: “Sto prendendo un po’ in giro mia madre, le dico di cominciare ad incamminarsi verso Wadi Gaza, per essere tra i primi a tornare al nord”. E poi torna come alla realtà: “Mancano ancora tre giorni però e ci saranno ancora tanti bombardamenti da qui ad allora, tante persone sono già state uccise da quando la tregua è stata annunciata”.

16 gennaio

Con i colleghi e le tante persone che conosciamo in Cisgiordania continuiamo a parlare della tregua e di cosa sarà. Da uno di loro oggi arrivano poche parole, che rendono bene l’idea di quanto questa tregua tanto sperata porti con sé tanti punti di domanda sul futuro, non solo di Gaza, ma anche di tutta la Cisgiordania sempre più sotto attacco. “E’ tregua, ma le lacrime di gioia non sono ancora scese”.

19 gennaio

L’inizio della tregua previsto per le 8.30 orario palestinese non c’è stato, secondo quanto riferito da Netanyahu, Hamas non avrebbe consegnato in tempo i nomi degli ostaggi da liberare entro la giornata di oggi. Il nostro Mohammed scrive intorno alle 11.30: “L’esercito israeliano ha voluto tirarla in lungo. Ma sembra che ora le cose stiano andando bene, la tregua è iniziata”.

E’ una giornata in cui ci scambiamo tanti messaggi con le nostre persone a Gaza. Come immaginavamo le emozioni sono contrastanti: “Sono così stressata, non so come sentirmi. Abbiamo perso i contatti con i parenti a Jabalia e sappiamo di alcune famiglie uccise a Beit Hanoun. Spero che i nostri parenti siano vivi, E poi vedere le immagini del nord mi fa così male. Non possiamo realmente festeggiare”.

E da Gaza City ci scrive anche Abu Karim, l’ingegnere della Terra dei Bambini. Lui non è mai fuggito a sud, ma è stato costretto a scappare e a cambiare rifugio decine di volte. E’ ancora a Gaza City, ma stamattina è stato Beit Hanoun, dove c’era la sua bellissima casa. Ora al suo posto c’è un cumulo di macerie.

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