Grazie ai referendum promossi dalla CGIL e dalla parte progressista del Paese, il lavoro, dopo molti anni di silenzio colpevole, è tornato all’attenzione della società e della politica italiana.

Il lavoro è stato protagonista del riscatto sociale dei lavoratori sin dalla sua iscrizione all’art. 1 della Costituzione come valore fondante della Repubblica.

A quell’alta menzione è seguita una faticosa attuazione con decenni di lotte in cui sono state scritte nuove regole e diritti all’interno del rapporto tra lavoro e capitale, sino all’approvazione, col socialista Brodolini, della legge 300, Statuto dei Lavoratori. Con una nuova coscienza e forza sindacale e politica si è giunti alle lotte degli anni ’70 con la sicurezza al primo posto nella fabbrica e nella società.

In tutti questi anni di crescita collettiva, il lavoro è stato università del fare, presidio della dignità della persona e della famiglia, ascensore sociale e fattore di benessere.

Se guardiamo al lavoro oggi, vediamo che le sue conquiste e la centralità di esso nella società sono state di fatto annacquate o annullate e che il liberismo del capitale ha fatto via via prevalere le ragioni del profitto illimitato sulla funzione sociale dell’impresa.

Per questo i referendum dell’8 e 9 giugno 2025 sono un punto di svolta per il lavoro e per la coscienza sociale del paese.

Dopo il loro risultato non sarà possibile dire “noi c’eravamo”, se non ci siamo stati, e questo “esserci” non riguarda solo la sinistra, ma l’intera società, perché la questione del lavoro, mai come adesso, è insieme questione individuale e collettiva.

È questione individuale perché il lavoratore trasformato in individuo diventa inerme nella sua opera, competitore di sé stesso, lasciato solo davanti a chi può decidere se esso sia utile o meno al profitto. È altresì un problema collettivo perché il lavoro sta mutando in maniera dirompente il suo rapporto con l’uomo, attraverso la tecnologia e attraverso i nuovi rapporti sociali.

La destrutturazione delle classi sociali operata dal liberismo e dalla società dei consumi di massa ha creato una falsa uguaglianza verso il basso ed ha attribuito al lavoro non i compiti sociali sopra ricordati, ma l’unica funzione dell’acquisto di beni. Ha di fatto sconnesso l’homo faber, cioè colui che fa le cose e ricava da esse soddisfazione personale e utile collettivo, dal prodotto del suo lavoro.

Gioverebbe ricordare, senza andare al pensiero di Olivetti o di altri imprenditori illuminati ma restando nel codice civile, che l’imprenditore organizza le forze per raggiungere un fine più alto di quello derivante dalle singole fatiche.

Già in queste definizioni giuridiche noi vediamo che il lavoro e il lavoratore contrattano alla pari con il lavoro dell’imprenditore e che la crescita della persona e il suo benessere è parte integrante della prestazione lavorativa e genera il benessere sociale.

Già l’aristocratico apologo di Menenio Agrippa sulla necessaria interconnessione del corpo sociale è più moderno di ciò che il neoliberismo ha conculcato, calpestato, violato apertamente, e che è proprio la funzione collettiva ed individuale del lavoro. Il capitalismo finanziario ha ulteriormente accelerato un processo in corso dove gli imprenditori, trasformati in predatori di risorse, si staccano dalla società, e semplicemente la utilizzano per accumulare crescenti fortune senza alcuna rilevanza collettiva ma solo in funzione di un potere assoluto sovra sociale, sovranazionale.

Tornare alla questione del lavoro e ai referendum ha il significato di riprendere in mano le vite di ciascuno, di aprire un ragionamento che consideri le persone sia come produttori che consumatori, partendo però dal loro benessere, dalla loro sicurezza sociale, dal loro ruolo politico.

Riportare al centro della discussione politica il ruolo del lavoro è rivoluzionario perché cambia l’agenda delle priorità nella gestione sociale riportando la persona e il suo apporto collettivo e personale, la sua sicurezza e il suo benessere, al centro dell’attività politica.

I quesiti aprono il libro in cui si scrive ciò che sarà il lavoro in futuro e come esso assicurerà un equilibrio all’interno dei luoghi di lavoro per chi contribuisce alla crescita della società. Ma riaprire la questione lavoro significa anche riportare le questioni legate al tumultuoso evolvere tecnologico verso l’uomo e la sua funzione sociale.

Tutto questo non esiste attualmente nelle politiche di governo. Dobbiamo anche dire che non esiste da troppo tempo nelle politiche di nessun governo in Italia.

Ciò che è stato difeso e strappato con la forza dei lavoratori è purtroppo sempre al ribasso rispetto alle necessità di chi lavora.

E questa disattenzione della politica non è stata tale. È stata invece supina attenzione alle ragioni del capitale, mani libere all’impresa, abolizione delle tutele, dilagare colpevole di sindacati fittizi, tanto che oggi abbiamo almeno 800 contratti di lavoro di cui la metà costruiti più dai datori di lavoro che dai lavoratori, con tipologie di rapporti di contrattuali che superano la quarantina di specie e il tutto è nato dagli anni ’90 a partire dai pacchetti Treu.

Si è, cioè, passati da una concertazione tra impresa e lavoro ad una totale subordinazione e svalorizzazione del lavoro e dei lavoratori.

Non è casuale che le retribuzioni e le modalità di lavoro in Italia siano quelle più precarie e peggio pagate d’Europa, che non vi sia una legge sul salario minimo orario, che si consideri lavoro una prestazione occasionale esercitata per alcune ore nell’arco della settimana.

Ora è necessario che vi sia la piena coscienza di ciò che si andrà a votare l’8 e 9 giugno, che se da un lato risponde a quesiti precisi, di per sé incontrovertibili nella loro giustezza, dall’altro il voto e la partecipazione diventa la misura di come un popolo vuole determinare il proprio presente e futuro attraverso il lavoro.

Partecipare al voto significa dire ciò che si pensa di come si vive ora e di come si vivrà in questa società. E questo con il voto avviene senza la mediazione degli accordi di partito, senza che vi sia qualcuno che invoca le compatibilità che servono unicamente a ridurre il potere negoziale di chi lavora.

La questione è semplice, andare a votare l’8 e 9 giugno riapre la questione sociale di come si sta e di come si starà nel nostro paese nei prossimi anni, di quanta sicurezza avranno le nostre famiglie, di come un reddito può rendere dignitose le vite, di come il lavoro stesso potrà essere fonte di crescita individuale e famigliare. Tutto questo visto all’interno di un nuovo assetto sociale dove l’equità e i diritti di tutti non siano al servizio del potere di pochi e del loro profitto.

Una questione semplice quindi, votare è portare il lavoro al centro dell’interesse politico e sociale, ristabilire un presidio democratico perché la vita stessa sia dignitosa e socialmente utile.

Per questo Sinistra Futura si impegna per il buon esito della campagna per il voto dell’8 e 9 giugno e chiede a tutta la sinistra di essere altrettanto decisa in questa battaglia che è spartiacque tra ciò che sinistra è e ciò che sinistra invece non è.

Quanto sia importante che le persone vadano al voto è dimostrato dalla vergognosa disattenzione dei mezzi d’informazione e dall’uso della comunicazione pubblica che colloca in maniera residuale ciò che la stessa Costituzione prevede al suo primo articolo ovvero che la Repubblica è fondata sul lavoro e che discutere di esso, di conseguenza, deve essere di pieno interesse per la pubblica opinione.

Tacere sui referendum è il modo per condannarli all’indifferenza e significa anche temerli, temere che il popolo decida di sé e di ciò che vuole essere. Questo impedire il libero dibattito, usare l’antipolitica del non voto per distogliere l’attenzione delle persone dalle loro vite è una colpa della democrazia e tutte le colpe si pagano, prima o poi, con la perdita di altri diritti, di altre libertà. Sorprendiamo chi ci vuole indifferenti, delusi, distratti dal bene comune per far man bassa di esso. Una grande partecipazione al referendum riporterà al centro della politica il lavoro e le vite di chi lavora, ma anche l’attenzione per la democrazia diretta, per la capacità del popolo di decidere del proprio avvenire.

Noi di Sinistra Futura con i nostri piccoli mezzi e soprattutto parlando con le persone, in piazza, casa per casa, useremo il tempo a disposizione per far risaltare la centralità di questa consultazione per il presente e per il futuro. Noi ci siamo e potremmo dire che abbiamo lottato per la democrazia e per il lavoro.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui