16° rapporto a cura della Ong Vento di Terra
Nel numero precedente di Restart abbiamo raccontato il periodo dall’8 marzo al 13 maggio, durante il quale la tregua è stata unilateralmente interrotta da Israele dopo soli due mesi, i bombardamenti son ripresi su tutta la Striscia con un’intensità ancora maggiore, i valichi sono rimasti chiusi ed è stato approvato dal gabinetto di guerra israeliano il piano per la distribuzione degli aiuti ad opera dell’esercito israeliano e di compagnie private. In questo numero ci spingiamo fino al 10 luglio, con la gestione degli aiuti ormai completamente in mano alla compagnia israelo-americana Gaza Humanitarian Foundation tramite 3 hub militarizzati concentrati nella parte centro-meridionale della Striscia e la popolazione affamata e indebolita costretta a camminare per ore in zone militarizzate e poi lasciata a lottare per un pacco alimentare in vere e proprie gabbie, mentre i militari gli sparano addosso. E’ del 1 luglio l’appello delle organizzazioni umanitarie, a cui anche Vento di Terra ha aderito, che chiede di porre fine a questo sistema disumano e criminale, che ha già visto uccise più di 800 persone mentre cercavano disperatamente di raggiungere il cibo per nutrire le loro famiglie e che costituisce l’ennesima grave violazione del diritto umanitario internazionale. Nel frattempo procedono a fatica da giorni i negoziati per una nuova tregua, che tuttavia non si è ancora concretizzata, e il disegno di pulizia etnica della Striscia, che il ministro Ben Gvir chiama “emigrazione volontaria”, si fa sempre più chiaro. In questo contesto, il nostro staff a Gaza non ha mai smesso di lavorare per dare supporto agli altri. Il nostro coordinatore locale Mohammed dal Cairo è in contatto costante e coordina il nostro staff a Gaza: insegnanti, educatori, assistenti sociali, psicologhe e psicologi che quotidianamente gestiscono 5 scuole di emergenza allestite in tensostrutture frequentate quotidianamente da 800 minori sfollati, nelle aree di Deir Al Balah, Khan Younis e Gaza City. Sono stati purtroppo frequenti i giorni di interruzione del servizio perché gli ordini di evacuazione e i bombardamenti investono zone sempre più vicine alla cosiddetta zona umanitaria dove la popolazione si trova ammassata. Ciononostante, tutte le nostre persone a Gaza continuano a resistere e si impegnano in ogni modo per dare supporto a chi è più in difficoltà. E’ attraverso le loro parole, come facciamo dall’avvio di questa feroce offensiva militare, che vi raccontiamo cosa è diventata la Striscia di Gaza.
15 maggio
Oggi arrivo al Cairo e finalmente rivedo Mohammed, sua moglie e la sua piccola Simsim (sesamo in arabo), come la chiama lui affettuosamente. Mi ospitano in quella che da oltre un anno è la loro casa, non smettono mai di dire che non è casa loro, quella è a Gaza, ma per me un letto c’è sempre. Sono qui perché nei prossimi giorni, insieme a una delegazione composta da società civile, parlamentari, esperti di diritto internazionale e giornalisti, attraverseremo il Sinai per arrivare fino a Rafah per dire ancora una volta che il genocidio deve essere fermato subito e che la complicità dei governi europei non può continuare. Domani Mohammed, insieme ad altri palestinesi di Gaza che ora si trovano qui al Cairo, darà la sua testimonianza di fronte ai giornalisti che ci accompagnano. Siamo entrambi emozionati.
18 maggio
Davanti al valico di Rafah si sente il rumore dei bombardamenti. Nulla in confronto a cosa sente la gente di Gaza, eppure quel suono ha richiesto qualche profondo respiro per trattenere le lacrime. So che è stata una notte terribile nella Striscia, me lo ha scritto Fatima stamattina, che insieme al resto dello staff ha deciso per oggi di sospendere le attività nelle nostre scuole di emergenza. Nel pomeriggio, sulla via del ritorno verso Il Cairo, mando fotografie a Mohammed al Cairo e a Fatima e agli altri colleghi nella Striscia. “Habibti”, risponde lei al messaggio e alla foto che le ho mandato, “questo significa molto per noi, apprezziamo davvero tanto quello che state facendo e inshalla tutto si risolverà”.
4 giugno
Nonostante tutto si festeggia l’Eid nelle nostre scuole di emergenza. Fatima ci manda un breve video, uno degli animatori vestito da pagliaccio balla con naso rosso e parrucca colorata coinvolgendo bambini e bambine in un gioco festoso. Alcune bimbe hanno in testa una coroncina di cartoncino arancione e sorridenti sfoggiano piene di orgoglio i loro vestiti ricamati, quelli tradizionali, adatti alle occasioni di festa.
13 giugno
Arrivano le immagini e i brevi video della preparazione dei pacchi alimentari distribuiti ieri. Sono bellissimi. La cura e l’attenzione con cui il nostro staff nella Striscia di Gaza organizza le distribuzioni di cibo scalda il cuore. Riescono ancora a trovare sul mercato interno della verdura fresca, miracolosamente coltivata nei pochi terreni agricoli risparmiati dai bombardamenti. Nei brevi video li vediamo mentre pesano e preparano con cura i sacchetti, ricevono e registrano le famiglie, regalano un saluto e uno sguardo mentre consegnano i pacchi, rendono il momento della distribuzione un momento di umanità e vicinanza, come dovrebbe essere. Sono riusciti a distribuire pacchi alimentari composti ciascuno da circa 8 chili di verdura fresca – pomodori, cetrioli, melanzane, patate, peperoncini e mulukhiyya – a 106 famiglie sfollate a Gaza City. Tutto questo mentre giorno dopo giorno assistiamo a scene disumane, in cui la gente di Gaza viene uccisa dai soldati, mentre cerca di procurarsi qualcosa da mangiare.
15 giugno
Durante questo weekend a Milano abbiamo organizzato Gaza Mon Amour, un evento di due giorni pieno di testimonianze da e su Gaza, workshop, spettacoli teatrali e mostre. Siamo felici perché hanno partecipato centinaia di persone e oggi abbiamo fatto loro sentire i messaggi che Fatima, Mohammed e Abu Karim ci hanno mandato. Tra il pubblico ci sono anche Sara, una giovane di Gaza che vive in Italia da qualche anno, e Mohammed e i suoi bimbi, arrivati in Italia qualche mese fa per far curare la più piccola delle sue bambine, gravemente ammalata. Parlando con loro scopriamo che conoscono la nostra Fatima. Ci facciamo una fotografia insieme e gliela mandiamo. Lei risponde con una faccina che sorride “Salutali tanto da parte mia”.
27 giugno
Arriva la notizia del bombardamento su una scuola della zona di Sheikh Radwan, a Gaza City. Una delle nostre scuole di emergenza è lì. Ci mettiamo subito in contatto con Mohammed che risponde subito: “Sì, è successo nella scuola Amro Bin Aus.
Ma Sheikh Radwan è un quartiere esteso, le nostre scuole sono più verso ovest, mentre quella colpita è nella zona est, nella zona di Zaitoon. Non preoccupatevi,
ieri ho avuto molte riunioni con il nostro staff per pianificare diverse cose, vi aggiorno su tutto nei prossimi giorni”.
5 luglio
“La comunità ci ha aiutato a trasferire il nostro Temporary Learning Space (TLS) di Khan Younis. Abbiamo preso la decisione molto velocemente a seguito degli ordini di evacuazione emessi sulla maggior parte delle aree di Khan Younis. L’area dove si trovava è ora considerata zona rossa e non più sarà accessibile, è completamente sotto controllo militare”, scrive stamattina Mohammed. Il pensiero che la comunità si sia mobilitata tutta per mettere in salvo la nostra scuola di emergenza è al tempo stesso straziante e bellissimo. “Il nostro staff è davvero fantastico, hanno una grande energia” continua Mohammed, “anche il leader della tendopoli è una persona molto collaborativa, ha coinvolto alcune persone della comunità e insieme ci hanno aiutato molto nel trasferimento e nello stoccaggio della struttura in un altro terreno, anch’esso di sua proprietà nella zona costiera. Tutti i materiali sono lì al sicuro. Non abbiamo però ancora deciso dove verrà reinstallato, perché c’è la speranza di un cessate il fuoco nei prossimi due giorni. Questo potrebbe portare la comunità a tornare verso le loro aree originarie. Per questo motivo, abbiamo preferito attendere e monitorare l’esito del cessate il fuoco per individuare una posizione adeguata, poiché rimontare la struttura ora potrebbe comportare un ulteriore trasferimento nel caso in cui la comunità si sposti”. Speriamo davvero che il cessate il fuoco arrivi il prima possibile.
10 luglio
Da Abu Karim arriva un video terribile. Una donna e un gruppo di giovani uomini appena dopo un bombardamento scavano a mani nude nelle macerie per tirare alcuni piccoli corpi, forse ancora vivi. Sono incredibilmente veloci, riescono a estrarre i bambini dalle macerie, sono coperti di sangue e polvere, piangono, li mettono su un carro tirato dagli asini. Gli chiediamo se sta bene, se la sua famiglia è salva e dove si trova adesso. Lui risponde: “L’esercito ha distrutto più volte le case intorno a noi, a Jabalia e a Gaza. Ogni giorno ci svegliamo senza sapere come siamo ancora vivi. Non ci sono ambulanze per trasportare i morti, né sudari per coprirli, né tombe per seppellirli. È così, ogni singolo giorno, a Gaza”. E prosegue: “Siamo ancora nella città di Gaza. Tutte le persone del nord sono state spinte qui, ammassate in questa città già devastata”. Ogni giorno diventa più chiaro che le condizioni di vita a Gaza sono sempre più disumane e insopportabili. Cerchiamo di continuare a trovare parole di incoraggiamento, non è facile.










